dicembre 12th, 2012
La radio suona Gli Angeli di Vasco. Alessandra guarda i miei occhi bianchi. Beve un sorso di vino bianco che sa di niente direttamente dalla bottiglia. Si accende una Marlboro light con un Bic rosa marchiato Hello Kitty. Il vino le regala una lieve euforia. “Questa canzone mi tocca sempre dentro“, dice guardandomi. Io sto male. Sto male da un po’. Non so nemmeno che occhi avrà mai visto. Sicuramente i miei. “Per me ci sono momenti che, come dire, non posso ascoltare altro, anche se non sto ascoltando nulla. E’ come lo facessi. Credo di averla ascoltarla molto in questi ultimi mesi. Credo non sia un caso che amiamo un cantante o un libro o quadro o una fotografia o un luogo o quello che vuoi. Amiamo quella cosa perché in qualche modo è riuscita a scavare dentro di noi un solco profondo.” Prendo dalla mano di Alessandra la bottiglia di vino bianco scontata, acquistata al supermercato sotto casa. Mi accendo una sigaretta delle sue. “C’è una bellissima frase di Keith Richards che amo in modo particolare.” Inizio a ripeterla a memoria, cercando la poesia nella mia voce roca, sottolineandone i tratti con una calligrafia ubriaca, sopra il margine di un vecchio quotidiano.
Io non sono qui solo per fare dischi e soldi. Sono qui per dire qualcosa e per toccare le altre persone, a volte con un grido di disperazione. “Sai come ci si sente?” *
Mi guarda e spegne quell’altra sigaretta. Butta giù un goccio dalla bottiglia e torna a guardare i miei occhi. Aspetta qualche secondo mentre un silenzio strano avvolge la stanza. Poi attacca. “
Tutti ci crediamo unici ma in realtà siamo tutti uguali nel dolore e nell’emozione. O forse no. Siamo unici, anche se tutte le letterature dicono bla bla bla, io credo che a volte siamo davvero sfacciatamente unici.” Ascolto, anche se il vino vorrebbe il contrario ma stasera no, non è in grado di fottermi. Non è una di quelle sere che c’hai l’umore che vola e allora decolli. Stasera questo vino scarso, non riesce a tenere il passo dei miei pensieri che quasi diventa un calmante, il Valium prima di dormire, una pera di merda. “
Sai cosa?” le dico. “
Sarà che siamo unici, come dici. Come a volte ti sembra o ti senti, ma per conto mio, siamo tutti uguali. Ognuno vive le sue, la frase di quel fottutissimo chitarrista che ti ho letto dalla mia memoria e trascritto qui, su questo foglio ingiallito, non è che questo. Vai a capire cosa è capace di “toccare” una sua canzone o la frase di una sua canzone o un suo cazzo di riff in una persona e cosa riesce in un’altra. Alla fine “tocca” qualcosa in ognuno di noi. Che sia Keith Richards o Vasco o chi chi cazzo vuoi ciò che conta è la magia capace di farti esplodere una rabbia antica, un amore nascosto o la puzza schifosa che avverti nelle persone che ti circondano. A toccarti magari è un racconto o quelle passeggiate che si faceva che “non me ne frega il freddo che fa”, oppure una foto che sa diventare un ricordo che vaffanculo o delle semplici parole che “spesso vanno a capo”, tipo quelle fottutissime e maledette poesie di Guido Catalano che all’inizio ridi e dici “questo è scemo” e dopo un minuto ti ritrovi a terra perché un pugno partito dall’ultima strofa ti ha tolto il fiato che manco le lacrime per piangere riesci a sputare. Per questo io continuo a dire che gli altri siamo noi. Gianni Solla è uno scrittore che manco a Napoli dove vive lo conoscono, anche se non c’entra un cazzo che per entrare fin dentro lo stomaco di una o mille persone mica devi essere famoso. Solla ha scritto un romanzo che dev’essere in qualche scaffale di questo casino di vita o magari l’ho regalato a qualcuno, in cui racconta di personaggio, un grandissimo figlio di puttana che si chiama Sergio Scozzacane. In quel libro, che mi scorreva come un fiume in piena mentre lo rileggevo per la seconda e la terza volta e avanti, ho riletto la mia vita, i miei guai, le mie sconfitte, quella poca di lealtà che ancora mi è rimasta. Ho rivisto il film dei miei passaggi, le fughe, gli amori, il sudore e la puzza della merda che tentava una via di fuga tra le cosce e i jeans che calzavo. E la stessa roba è quando la poesia, quando un tramonto, quando con la neve si sta bene anche se l’inverno dura una vita, o quando Keith Richards attacca “Honky tonk women” o quando mille di queste cose parlano di me, di te e di noi tutti messi insieme e chi cazzo se ne frega se ognuno sente qualcosa di diverso o lontano. Capisci cosa vuole dire il vecchio Keef?
Sono qui per dire qualcosa e per toccare le altre persone, a volte con un grido di disperazione *
Mi fermo un attimo, il tempo di bere l’ultimo sorso di vino rimasto e accendermi una sigaretta, l’ultima che tanto domani smetto. Ogni giorno, domani smetto. Punto gli occhi chiari di Alessandra guardare i miei. Non dice una parola, anche se il suo silenzio lo avverto dentro. Tra lo stomaco e il cuore e tutte queele parti che ogni volta senti vibrare. Credo valga molto di più. “Agli ultimi concerti di Vasco, da sei, sette anni a sta parte, non mi son più divertito. Non tanto perché oramai non ritrovavo quel che avevo vissuto, anzi. Lui è un altro che ha sempre parlato di me. Di noi. E’ che ultimamente ho pianto dall’inizio dello show fino alle note violenti che chiudevano Albachiara. Ecco, credo sia sta roba qua.“
* Dal libro “
Life” di Keith Richards

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