Un diario, dicevi

maggio 12th, 2012

Si sta riempendo il parcheggio. Le auto sono tutte grigie. Il sole è giallo ed è decisamente più sensuale, anche se maschio. Ho corso contro tutto. La gente ha fretta e non si ferma ad assaporare nulla. Guardo le loro mani senza calli e penso che prima o poi diventeranno vecchi anche loro. Vecchie le mani. Vecchie le auto di lusso che guidano. Vecchie le loro ballerine d’accompagnamento.
Ora sono steso in questo letto da una piazza sola. Dovrei riposare ma non ne sono capace. Credo di avere ancora un tasso di adrenalina alto. Il letto è piccolo, ma ci sei anche te. In fondo cos’è il Giappone? Cosa siamo noi? Il sole è lo stesso anche se da quelle parti arriva prima. Noi siamo gli stessi, i baci sono gli stessi e si fa all’amore uguale. Dormo con la finestra aperta, è per via del vento. Che a sentirlo muovere, mi pare che ti muovi te.
Prima ti pensavo mentre servivo un cliente. Guardandomi gli occhi, ha chiesto se stavo bene. Gli ho offerto il caffè, quello che bevi dopo aver mangiato. Il più buono.
Mi fanno male le gambe e le braccia e i polpastrelli e non me ne frega un cazzo, che tra queste lenzuola ti vedo dormire. Mi alzo e fumo una sigaretta lentamente, più per riuscire a rimanete a 80000 km di distanza dal posto in cui sono, che non per il bisogno di inalare qualche cosa di tossico. Il vento se ne porta via di strada, i miei polmoni pure.
Stanotte non hai dormito, lo sento e l’ho visto. Quando aprirai gli occhi, tra qualche minuto, sarai più grande di un giorno e più bella di ieri. Ma soprattutto, in forma perfetta.

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Extra

maggio 7th, 2012

Un pezzo di vita ci sta in una bottiglia di Campari e una sigaretta è un attimo. Che a percorrerle tutte, le strade, ti par quasi impossibile e certi tunnel appaiono infiniti, anche se spesso qualcuno ti chiama. La senti questa voce spezzare il ritmo delle tue voglie? La gente finito il pranzo ha l’abitudine scema di andare a riposare. Se non per ritrovarsi sul tardi a fronte di un sole artificiale costruito dalle proprie paure. Così che quando si apre la sera e si accendono le luci se ne fotte ed esce che a quel punto il buio nemmeno all’orizzonte si sente. È riposata, diciamo. L’illuminazione artificiale è rassicurante, rispetto alla bellezza e alla violenza dei raggi del sole. Che al massimo la luna o le stelle, ma vuoi mettere? Mica ti devi infilare gli occhiali scuri, per nasconderti. Dice che è lunedì. Io non lo so, però fuori c’è il sole e ho dormito 4 ore. Poco direi. Sono 20 anni che vivo più degli altri. Conti alla mano sono viglile in media 60 giorni all’anno in più rispetto ad un persona comune. Son cose anche queste. Che si moltiplica tutto, oltre il tempo, se ci pensi. Immagina quanti respiri, quante sigarette ammazzate, quanti amori vissuti, quante gare fottute, quante battaglie parse, quante donne scopate, quanta stramaledetta e fottutissima e fantastica musica ho annusato in quei tre anni di vita extra oltre la vita stessa.

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Quarantadue grammi

aprile 30th, 2012

La gente vuole vedere le acrobazie. Sono un barman, signori. Prenotate il posto per il prossimo show. O al limite, richiedete una performance direttamente a casa vostra, meglio se siete femmine. Che se vi devo seguire in 200, capite bene che la mia è una lotta contro il tempo, più che un disegno o un riff di una chitarra elettrica sparato a volume. Che dovreste rilassarvi, concedervi questa vita del cazzo, che poi finisce, lei. Nel mio cuore c’è un buco per la tristezza. Ci infilo il Campari, in quella crepa profonda. Al tempo usavamo dello stucco che pareva adatto alle crepe del cuore. Aveva un retrogusto amaro, però serviva. Era utile, diciamo. Il flash era talmente potente, che mica lo sentivi quel che ti arrivava alla gola tramite il sangue. Poi alla vita ti devi abituare, che in ogni caso il vento finisce comunque una sigaretta. Sta a te riuscire a rimanere in piedi. “Al futuro ci pensi?” chiese mia madre una volta ai tratti del volto che m’erano rimasti. Era impossibile formulare una risposta. Vivevo il presente per non perdere tutto. E comunque le ragazze non avevano ancora le unghie rifatte, per apparire più donne. Erano fighe e ti regalavano calore, bastava quello. Un giorno che era l’84, Massimo mi disse se avevo voglia di andare a vedere un cantante duro. Lo amo tutt’ora, Massimo, per quel regalo. Ora, a distanza di qualche anno, si parla ancora, pur non ricordando un cazzo. Che i ricordi, anche quelli, sbiadiscono. E ad essere sinceri, un’ora d’amore non vale un uscita di sicurezza. Mi dici andiamo. Io vengo. Vengo, capisci?

Oggi non siamo che animali lenti, dotati di poco cervello e pochissime abilità manuali. Caratteristiche determinanti alla sopravvivenza. Che nemmeno l’odore siamo più in grado di riconoscere. E in ogni caso, ci siamo fottuti il cervello da soli. Al tempo se mi ordinavi un caffè cercando di pagare con una banconota da 200 euro, io quel caffè te lo avrei offerto, anche se l’euro manco esisteva. Perché in fondo la vita è questa. Saper parare i colpi peggiori, accettando qualche graffio. Più che di intelligenza, oserei parlare della capacità a reggere gli urti. Il resto sono tutte balle.

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Puzza

aprile 26th, 2012

Sono seduto sulle scale di sicurezza di un Centro Acquisti. C’è odore di piscio, merda e vomito. Io me ne fotto e fumo. Dai tombini esce aria ammazzata. La gente puzza di sudore. Penso faccia parte del contesto. Alle mamme puzzano i piedi, e le strategie per nascondere il tanfo è patetico. L’umidità dettata dai loro collant gli arriva fin sopra le caviglie. Alle maestre puzza l’alito di una stanchezza vecchia. Ai padri puzzano le mani dell’odore stronzo di sqaullidi televisori led di ultima generazione. Ai preti puzza il cazzo, agli operai la mascella. Sperma acido e carie. In ogni caso, troppe parole. Puzza l’aria, condizionata dalla chimica. Puzza questa notte e puzza questo vento. Puzza tutto, che puzzi pure tu. Quanto a me, non puzzo più di quanto non puzzassi già ieri.

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L’odore lungo

aprile 19th, 2012

Dovrei bere acqua, che voglio ricordare i sogni. Rileggere vecchie mail e scambi di battute in formato chat è un po’ come mordersi i coglioni, che mi sento sfinito e svuotato e felice. L’avresti mai detto? E’ l’olfatto, alla fine, a farci innamorare. Un senso che può arrivare a coprire qualsiasi distanza, credimi. Trent’anni fa l’olfatto della specie umana non arrivava che fuori dal quartiere cui abitavi. L’odore lungo, lo percepivi nei libri, nei vinili di Vasco o degli Stones o di chi vuoi. Nelle lettere scritte a penna. Probabile abbiam perso qualcosa per aver sviluppato questo senso. A conferma che siamo animali, tanto che alla fine di tutto, ci è rimasto quasi inalterato l’uso del cazzo e della figa. Così, nell’attesa di leccarti le goccioline di sudore, stanotte mi sono sparato una sega fantastica. Con te a 80000 km di distanza.

La rottura arrivò puntuale con l’esplosione dell’estate. Deve essere stato luglio o agosto. Ero appeso. Credo ci fu un temporale. Il blackout non ci permise una sola parola. Inizialmente non soppesai la cosa. Ho le spalle larghe, che quando devi attaccare, pensi che potresti anche restarci. Scrissi un timido “mi manchi, fatti sentire.” Chiesi in giro. Ma c’ho la pelle massacrata dal sale e oramai annuso ogni pisciata. La sua in particolare, ha un odore fantastico, tanto da confonderti le idee. A pensarci bene ricevetti una chiamata, che decisi arrivasse da lontano. Deve essere stato l’odore, a farmelo pensare. La persi. Anni prima scrissi sul mio blog: “C’è da godere ad essere irraggiungibili.” Parlavo di me, ovvio. Ora non mi bastava. Non mi bastava fosse diventata lei irraggiungibile per una qualche cazzo di ragione. Scrissi ancora. Ma invano. Che poi uno è irraggiungibile agli altri per raggiungere se stesso. Questo mi bastava, anche se son bravo a raccontarmi menate. Che le bugie sono state inventate per evitarti i guai. Come adesso. Sono le 3 e mi bevo un Campari doppio che ho sete. Potrei bere acqua, certo. Ma poi vuoi mettere l’ansia che sto pompando e il sonno che non c’è. Una buona bugia, diciamo, ed è fatta. Ti senti a posto. Ricordo che impacchettai il silenzio. “Un regalo per giorni migliori.” Anche in quel caso, una grossa balla che mi raccontavo. Un tentativo quanto mai inutile di fuga. Mal di vivere. Ansia. Ma su tutto, capii che non stavo suonando da tempo della buona musica sparata a palla. Che da ste parti tanto è tirare i sentimenti al limite, tanto è dimenticarti di essere dotato di organi. Trattamento farmacologico. Automedicazione. Una “bianca” passata in piedi, senza cagarmi addosso. Vomitare. Un posacenere mezzo pieno, che tu i mozziconi mica te li puoi fumare. Eppure in questo caso era diverso. A giorni e mesi e 80000 km di distanza, mi ritrovavo con la pelle arricciata, il sudore freddo e caldo insieme, i crampi in tutte le parti del corpo. L’astinenza non la auguro nemmeno al mio peggior nemico. La morte magari si, ma l’astinenza è una tortura. E come se non bastasse, ci si mette Splinder a dar di matto. Splinder era l’ultima possibilità. Un comodo pusher del cazzo. Se hai un ottimo spacciatore, che non è dentro alla merda, puoi stare tranquillo. Splinder, al contrario, era devastato. E pensare che lo usavo solo come aggancio per arrivare dall’altra parte del mondo e a tutti quei bit fantastici che mi facevano sperare ancora. Il silenzio era entrato nella sua fase peggiore. Non accusavo nemmeno il rombo delle auto che mi sfrecciavano a fianco. O di una sedia spostarsi. O l’acqua scorrere quando tiri lo sciacquone, che hai finito di cagare. Il silenzio che sentivo mi faceva impazzire. Decisi per un amplificatore di grosse dimensioni, inchiostro, acqua e bit. Un bel sound, non credi? Scrissi i miei pezzi migliori.

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E poi ci ritroviamo vivi

aprile 16th, 2012

Quelle k facevano a pugni con la tua scrittura. “Hey, può mica essere una ragazzina” blateravo. Ti feci leggere a Gianni Solla, ricordo. Scrivevi di una dolcezza disarmante per poi sterzare di brutto e spiazzare tutti. Un flash fantastico, le ultime righe di ogni tuo racconto. Poi avevi inserito una foto di qualche anno prima, roba da non capirci nulla. Chi c’è dietro sta bambina Giapponese che scrive in Italiano? Un giorno mi chiama Solla. “Hey Vecchio, avevi ragione”. Mi ero già parlato da solo, ma su tutto, ti avevo letta all’infinito. E cominciavano a piacermi le k. Credo ti scrissi qualcosa.

In questo momento sto lavorando ancora. Servo gente fatta di coca e ubriaca di finti cocktail. Il dj ruba musica a chi l’ha costruita col sudore e la vita. Il ladro inserisce “tanz bambolina”. Cazzo, erano i miei tempi. Bevo un altro Campari. Spero che sta gente esca dalle palle al più presto.

In realtà fosti tu a scovarmi in qualche cantina frequentata da bit writer. E oggi a distanza di anni, c’ho il cuore spezzato, che gode. E scrivevi. Non appena avevi una macchina elettronica o un foglio di carta.
Prima o poi dovrai tornare, sissì... proprio come tanti di noi se ne andranno. Quand’è sabato sera guardo dalla finestra della mia stanza che s’affaccia su di uno stradone nott’e giorno sempre affollato e chiassoso e mi domando quanti di loro faranno ritorno nelle proprie abitazioni. Mentre faccio e scrivo queste cose, il loro sorriso è bianco come il mio dentifricio. [ieimp]

Ti leggevo come fossi ossigeno, una biografia distratta, una chitarra elettrica a 5 corde con accordatura aperta. Che l’uso di una elettrica a 5 corde con accordatura aperta ha permesso a keith Richards di moltiplicare all’infinito i suoi riff. In poche parole, il marchio di fabbrica degli Stones. Leggendoti capivo che la tua scrittura era nata con te, l’avevi inventata. Ti veniva normale, si sentiva. Me ne innamorai. Ma c’era sempre quella foto, in aggiunta ad altre, che mi facevano confondere le cose. Non potevano essere “racconti di bambino”. Fiumi di mail, almeno così le ricordo, fino ai contatti che potevano trasformare tutto in realtà. “Ti chiamo subito”, dissi. “No”, risposi tu, “è ancora presto”. Non capii un cazzo, ma chattammo un casino. Anche se le chat mi hanno sempre creato ansia che vivo una sorta di “stress da prestazione” quando batto i miei tasti interni. Mi dici che si, la tua voce non esiste. E vado in panico. Che io avevo avuto a che fare con astinenze da farti mancare, ma mai con una voce e un udito che non c’era. Che mi ero fatto male da solo mentre tu mordevi la vita così. Che vivevi e vivi comunque, ovunque. Una bella lezione di vita, anche se tu puoi dire di tutto. Tipo “Vai a fartelo mettere nel culo. Che tu le tue menate le hai godute, mentre io son qua che non riesco a stare in equilibrio”. Una strada è sempre bellissima, in qualunque verso tu la percorra. Io vado a nord, per esempio. Ma faccio solo 18 km. Una volta eravamo fermi ad uno stop. Ci arrestarono con con 4, 5 grammi di eroina pura. Ora non c’è più, quell’eroina. Quel tipo di eroina, intendo. Ci portarono in caserma. Nessuno disse nulla, a fronte delle botte. Ero qualcuno. Eravamo rimasti zitti, e mica era stato facile. Era evidente che il silenzio parlava già per me. Ma qui sto andando indietro con gli anni, forse non a caso, che tutti ci possiamo guardare negli occhi. Ora, aver venduto 2000 euro di Spritz al Campari o all’Aperol in mezza giornata, è diverso che vendere 4, 5 grammi di eroina? Fate voi.

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Self-portrait

aprile 9th, 2012

Che ti dico dimmi o scrivi, che quelle foto non mi bastano e che guardarti le gambe è fastidioso perché non posso sfiorarle con le labbra dopo avarti sfilato i collant. Ho un’inclinazione naturale per il mal di vivere, lo ammetto, e un curioso affetto per la trasgressione. Il mio ego è come la coca più buona, di quella che non c’è più, di quella che ti faceva volare sopra ogni cosa. Piccolo particolare. Questo aspetto caratteriale non è dotato del terribile down non appena esce dalla porta di casa. In poche parole, una ruota di scorta sempre pronta a tirarmi fuori dai guai.

Avvolto nell’ombra della ennesima sigaretta,
quella accesa non per piacere ma per il bisogno di staccare,
per annebbiare i pensieri
per ingannare la stanchezza.
Il volto segnato dalle rughe
nate dalla troppa voglia di dire “io non ci sto più”
e poi ingannate dallo sguardo curioso.
Sono ancora qui,
ci starò forse per sempre perché non so andarmene,
non so lasciare,
non so partire,
ma non vi apparterrò mai.
Non vi sarò mai alleato,
vi guarderò e a volte mi avvicinerò
a volte vi amerò
e altre vi bestemmierò la mia delusione,
il fumo denso.
Oggi il tempo fa proprio schifo [Simona P.]

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Auto Chat

aprile 1st, 2012

Oggi non ho lavorato. Erano 9 fine settimana consecutivi che lavoravo, oggi no. Che non voglio battere i record io. Per battere chi, poi? Battere me? Oggi mi sono preso del tempo a morsi, capisci? Ed ora c’ho la pancia vuota ma la mente limpida e comunque sia il messaggino che mi hai inviato mi è piaciuto un casino. Una carezza alle mie stanchezze, come dici tu. Mi spiace essere sparito dai tuoi following‬. Quello mi è stato sul cazzo ad essere sincero. Non riesco a mandarlo giù e vaffanculo, solo perché non ci scrivo romanzi da 140 caratteri sopra? Era comunque un contatto, un appiglio, uno spiraglio. Sapere che i miei twitt del cazzo ti sarebbero arrivati. Comunque sia meglio così a pensarci, so che mi leggi in un modo o nell’altro. Io i tuoi twitt mi verrebbe da metterli insieme e farci un post e pubblicarlo qui e scriverci sopra che lì hai scritti tu, anzi l’ho già fatto e salvato come bozza. Il titolo dice: “Sometimes I think to me“‬. Sono contento del discorso dell’apparecchio che adesso non mi ricordo come si chiama. Spero ti permetta di ascoltare la chitarra di Keith Richards.‬ Perché il suono di quella chitarra è una delle posie più belle che io abbia mai ascoltato, letto, vissuto e perso. Non so perché ti scrivo da una chat. Era meglio una mail, ma vedo la lucina verde accesa lì da te e allora magari spero che ti svegli per andare a pisciare e così rispondi. Si, deve essere per quello, che altrimenti sarei messo male. Sarebbe come se scrivessi una “auto chat”, che quasi uno parla e si risponde pure da solo. Credo sia la solitudine che ci fa fare di queste cose, a scriverci da soli una chat, intendo. Volevo dirti che son contento dell’arrivo del tuo quarto fratellino, che deve essere bello che tua mamma ti regala una roba così meravigliosa e grande. Anche se spero di essere ancora da queste parti, quando scriverai su twitter che sei incinta tu. Allora sarà davvero fantastico, un completamento totale di te come donna, che quel tintinnio di bicchieri lì mì ha fatto felice, ma sono andato fuori tema, ora. Meglio che vado  a bere qualcosa, un Campari con del vino bianco fermo e ghiaccio e una fetta di limone. Oppure prendo questa “auto chat” e ci faccio un post‬. Un copia incolla così come viene, giusto per parlare di te.

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Sergio Scozzacane siamo noi

marzo 31st, 2012

Ho finito di leggere “Il fiuto dello squalo“, l’ultimo romanzo di Gianni Solla. Lette le ultime righe mi son come sentito perso perché Sergio Scozzacane, il protagonista del libro, sono io. Quando ti guardi dentro – fino in fondo – perché qualcuno ti ha riconosciuto, fa male. E incontrare me stesso mi ha svuotato. Mi ha tolto la voglia del resto. In auto fumavo le miei dianarossemorbide e ascoltavo una stazione a caso, prima di fermarmi e digitare un messaggino che temo non riuscirà a staccare il suo prezzo migliore. “Perché non mi dici un cazzo, una parola, una lettera, un respiro, un vaffanculo, un qualcosa? Un porcodio, anche”.

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Quel giorno che ho visto nevicare a giugno

marzo 27th, 2012

C’è sta cosa che torna spesso a farsi largo tra i miei pensieri. Ieri ho spento la caldaia e quindi basta termo, anche se la temperatura dovesse scendere sotto i sedici gradi. Siamo a fine marzo, il tempo continua a regalarci un sole fantastico, ma sai mai che di brutto si mette a piovere e torna il freddo. Sarebbe mica la prima volta. Se dovesse capitare nessun problema, basta infilarsi in un magione e via. Inutile giocare ancora con il termosifone o fare i bulli dentro casa in maniche corte e piedi scalzi. Ma io l’ho detto ieri, prima di spegnere la caldaia, l’ho detto che il freddo torna e ci molla una bastonata che manco ci aspettiamo e pure ce ne sarebbe bisogno, di freddo e acqua e umido e neve intendo. Nelle montagne è mai nevicato questo inverno. Figuriamoci le falde acquifere come son messe. Io gliel’ho detto a tutti qui, che la caldaia la spengo ma la vorrei tenere al minimo, che se una mattina ci svegliamo sotto zero perché il tempo si è messo a dare di matto allora sono io che devo scendere e sistemare tutto e tirare fuori il libretto delle istruzioni che non ci capisco mai un cazzo di questo termostato e di questa caldaia. Comunque sia, sto discorso m’ha fatto tornare alla mente un episodio che m’è accaduto qualcosa come ventidue o ventitre anni fa. Era giugno e faceva caldo ed io stavo tornando da una serata, forse un concerto di sfigati in qualche posto di merda. Erano le tre della notte ed ho visto scendere la neve. Ci si faceva dei più schifosi acidi che c’erano in giro, che una volta ne avevo un busta del Despar piena nascosta nel garage di mio padre e ne ho buttato via metà nella spazzaturta solo per il fatto che per conto mio eran troppi da mangiare tutti. Ciò non toglie che il ricordo di quell’episodio è talmente netto, come pochi altri di quegl’anni, da ritenerlo assolutamente autentico. Per esempio, so benissimo che non ha nevicato dappertutto, ma solo in un limitatissimo pezzo di strada che stavo percorrendo con il mio Dyane 6. Ero fermo al semaforo di via Garibaldi a Dueville il paese che abito da sempre in provincia di Vicenza, pronto per svoltare a sinistra e imboccare via della Repubblica. Nel preciso istante che il verde ha deciso di lasciarmi partire, la neve è caduta a fiocchi grossi come albicocche ed è nevicato di una neve fine per un centinaio di metri, smettendo di colpo non appena le luci fioche delle lampadine dei lampioni hanno iniziato a farsi largo tra il buio della notte. E’ stata la più bella nevicata ch’io abbia mai visto. E un poco mi manca, ad essere sincero, quella neve estiva.

Fotografia di p.s.v.

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