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febbraio 2nd, 2012

Igor, un signore sugli ottanta titolare del “Paradiso Store” si aggrappò ansimante al banco del bar, impugnando in una mano geriatrica un euro e quaranta centesimi, pezzati in monetine da 2 e 5 centesimi. “Il mio solito mezzo Spritz all’Aperol senza ghiaccio, con abbondanti patatitine, stuzzichini e olive, bellezza”. Si mosse una folata di rabbia silenziosa, nell’aria condizionata dalla chimica e dagli eventi. Manu rispose al vecchio negoziante di abbigliamento fissandogli lo sguardo. “E poi cosa ti devo fare, coglione. Un Pompino a quella merda di cazzo moscio che ti ritrovi tra quelle fetide gambe rinsecchite?” Si girò dall’altra parte e con una grazia disarmante da spiazzare chiunque esclamò un sensuale “Prego signora, il suo solito drink? Si accomodi pure, la servo io”. Il vecchio del negozio se ne andò con un filo d’ansia conficcato tra le orecchie, se non per tornare alla carica un minuto più tardi, accompagnato questa volta dalla moglia di una trentina d’anni più giovane, come per farsi proteggere. E protestare un trattamento che riteneva assurdo e umiliante. La Manu servì la signora del suo Americano senza ghiaccio, si girò di scatto tirando con tutta la forza dei suoi 22 anni, un calcio nei coglioni a quell’avanzo di uomo putrido. Il vecchio schifoso si accasciò su se stesso, tendando inutilmente di sfiatare dalla sua bocca cariata, il colpo ricevuto. La moglie urlò disperata, cercando la comprensione dei clienti in quel momento seduti ai tavoli del locale, senza trovare negli sguardi un solo piccolo cenno di aiuto. Si palpeggiò furtivamente in cerca del cellulare, un vecchio Nokia, tra la tasca destra dei pantaloni e la sua vagina. La mano tremava talmente forte da impedirgli di scovare quell’affare vecchio impedendogli così di comporre il numero verde del personale adetto alla sorveglianza del Centro Acquisti più grande della più grassa provincia Italiana. Tentativo goffo quanto stupido ed inutile. Le troppe e gradevoli carezze della sua mano più fragile alla sua fica lo avevano fatto scivolare in fondo alle caviglie per via di un buco che s’era creato nella tasca dei pantaloni del suo tailleur nero marcato Gucci, incanalandosi per giunta, lungo gli stivali che le raggiungevano il ginocchio. La gente, indifferente, continuava ad ubriacarsi di Campari e Prosecco millesimato e whisky. Erano le cinque del pomeriggio che la dentiera della piacente Sabrina volò in aria, schizzando gocce di sangue in una striscia di pavimento nero come pece. “Lo vuoi questo tacco sulla fica, troia? Li vuoi questi dodici centimetri dentro a quella fica slabbrata? Federico Scavo pompava “Strump” ad un volume talmente alto da far apparire il tutto come una scena trasmessa da una tivù commerciale monca dell’audio. La cameriera, truccata di un rimmell nero pesante, si avvicinò alla moglie del negoziante e alla sua bocca orfana della consueta grazia. “Sono mai venuta nel tuo cazzo di negozio a comprare dei pantaloni con una gamba sola o mezzo vestito o mezzo giaccone Armani. Sono mai venuta a chiederti mezza camicetta, troia? Qui lo Spritz all’Aperol lo vendiamo intero e costa 3 euro. Diglielo a quell’avanzo di vecchio cornuto che ti mantiene. E digli che non ti devo mantenere io, vacca.”

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“Ti amo ma posso spiegarti” di Guido Catalano è una poesia che un giorno è diventata libro

gennaio 31st, 2012

Oggi mi è arrivato “Ti amo ma posso spiegarti” il libro di Guido Catalano e anche il postino mi pareva più bello e allora ho iniziato a leggerlo subito, correndo l’autostrada ai 150 all’ora e mi sentivo euforico e felice e strano e pazzo e idiota perché io quando leggo le cose che scrive Guido mi piaccio di più e poi sto bene e male insieme che alla fine siamo fatti un po’ tutti così e allora non capisco un cazzo tipo se star bene o male, se ridere o piangere, se appendermi ad un muro o correre, se amare oppure odiare, se prendere a calci nel culo la gente o fare l’amore, se mangiare fino ad esplodere o ubriacarmi, se misurarmi il cazzo come facevo alle medie o bruciarmi il cervello con un acido, se vestirmi pesante o farmi una doccia fredda sotto questo tiepido sole invernale. Bevendo la tua coca cola.

Una volta, quando mi dicevano che ’sta roba non è poesia,
rispondevo che anche Montale andava un sacco a capo.
Non funzionava.

Poi mi son convinto che non è poesia.
Più che altro mi ha convinto il mio commercialista.

Qui dentro ci sono 47* cose andate molto a capo.
Con tutta probabilità è poesia.
Secondo me spacca.

  • 47 è un numero fittizio, avremmo dovuto contarle, ma nessuno ne aveva voglia. G.C.
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I take 100 drops of Valium and I turn away

gennaio 23rd, 2012

Sto pensando seriamente di distruggere un po’ di cose. Almeno per un po’. Togliermi dei pesi che mi danno fastidio, come mi stai dando fastidio te, baby. Per esempio, ho una voglia irrefrenabile di uccidere quel cane sfigato che vesti con il cappottino, così come mi infastidisce il tuo bisogno di ordinare un macchiatone al bar del tuo centro acquisti di fiducia. O, peggio, c’ho sta voglia esagerata di rigarti l’auto che stai pagando al posto del pane. Ti sei ricordata piuttosto di passare in banca e chiedere un prestito per poterla comprare in 50 comode rate? Fottiti, e aspettami che prima o poi arrivo. È un po’ come se io andassi in un locale pubblico e mi accendessi una sigaretta, gustandondo il mio drink preferito. Mi capisci? Sono intollerante nei confronti degli ignoranti. Sicuro che peggiorerò sempre più. Anche se una botta di sesso non ci starebbe male, pur con le conseguenze. I rimorsi. I crampi allo stomaco. La voglia di chiamarti ancora e restiamo amici e ti voglio vedere e devi scegliere. Ma la responsabilità, a fine serata, che cazzo è? Un incubo? Una psicosi di massa? O più semplicemente, una lama sottile? Che dormire, lavorare, incazzarci, battere cassa perché no, mangiare al volo, parlare poco, essere diffidenti comunque, fare check in con fuorsquare anche nei cessi dei locali più idioti, leggere idiozie, guardare la tivù e bestemmiare. Tutto questo e altre limitazioni inventate dall’uomo, siamo davvero sicuri stiano facendo dei miracoli? Ho i miei dubbi. Nel frattempo guardo e riguardo quella tua foto. Certo che averti qui, sarebbe da buttarsi via. Poi mi sveglio di scatto e ritrovo te che non eri quella nella foto. E allora ti chiedo, nel profondo della notte, se fa più male il fumo passivo delle sigarette o lo scarico delle auto. Tu non rispondi, ed io insisto. Voglio il motivo per cui non scrivono nelle fiancate delle auto “I fumi di scarico di questa autovettura, uccidono”, oppure, “I fumi di scarico di questa autovettura, provocano il cancro”. Prendo 100 gocce di Valium e viaggio dall’altra parte del letto.

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Messaggi, Mail, Instagram, Facebook, Twitter, Campari e Coca

gennaio 13th, 2012

Il telefono squilla. La sveglia suona sempre troppo presto, stanotte erano le 6 che ancora stavo tentando di leggere. Guardo il cellulare. Messaggi, Mail, Instagram, Facebook, Twitter. Mi alzo, cercando la strada che mi porta in cucina. Apro il frigo e prendo una bottiglia di Campari. Chiudo il frigo per riaprirlo immediatamente. Prendo un avanzo di Prosecco e un pezzo di limone. Il bicchiere è nel lavandino, lo risciaquo leggermente, quel tanto da non rischiare sappia di coca cola. Prosecco e Campari, più Campari che Prosecco. Bevo d’un fiato e mi accendo una Diana rossa morbida. Fumo, sentendo lo stomaco ribollire. Devo andare a cagare la sbronza della notte prima. “Non ho mangiato nulla”, penso, “cazzo è che cago?” Mi alzo, spengo la sigaretta nel lavandino, apro il frigo e mi attacco alla bottoglia di Campari. Mi accendo un’altra sigaretta. Fumo, guardando i like su Instagram. C’è anche un commento che per un istante mi rende felice. Ma è solo un attimo, poi scappo a cagare l’alcol di una giornata, quella scorsa. Non c’è carta igienica. Devo mettere direttamente il culo sotto il getto d’acqua calda del bidè. Mi alzo, apro la finestra e torno in cucina, apro il frigo, prendo la bottiglia di Campari e bevo. Mi accendo una sigaretta. Fumo. Non mi lavo, non ne ho voglia. Mi vesto prendendo a caso dei vestiti sporchi dal cesto della biancheria. Mi infilo le scarpe che trovo sotto il letto. Nel prenderle mi sale un conato di vomito, ma lo trattengo. Mi lavo i denti, che il sapore della menta del dentifricio mi aiuta a sentirmi meno solo, non so perché. Torno in cucina. Apro il frigo e finisco la bottiglia di Campari, accendendomi una sigaretta. Scendo le scale, apro la porta, svuoto le tasche del giubbotto gettando a terra scontrini, biglietti e cazzi vari. Sputo il mozzicone che stringevo tra le labbra. Accendo l’auto, Lou Reed suona Hold On, caccio dentro la retro ed esco. Mi accendo una sigaretta accorgendomi che è buio. Strano. Mi sono appena alzato ed è già buio. Spero siano aperti i negozi, almeno quelli. Farmacia. Due confezioni di Diazepam gocce. Supermercato. Due bottiglie di Campari e due di Prosecco di Valdobbiadene confezionati a Venezia. Da Marcello compro invece due pacchetti di Diana Rosse morbide. Il bar da Franco ha l’insegna Open illuminata. Entro. Un campari liscio con ghiaccio, pensare che in macchina ne ho due bottiglie mi fa sentire idiota. Sento il vibra del cellulare. Su Facebook alla Rita Faresin piace una mia foto inserita tramite Instagram. Scrive “Tu sei la mia anima più bella”. Vorrei risponderle che per me non capisce un cazzo. Mi bevo il Campari e digito. “Tu invece sei la mia troia più dannata”. Pago ed esco con gli ultimi tre euro da spendere. Accendo l’auto dirigendomi verso la piazza. Giro a caso ascoltando Lou Reed a manetta, la musica si sente lontana, credo. Lo annuso dagli sguardi della gente che si volta, mentre passo il centro. Mi fermo al bar “Alle poste”. Un Capari doppio con ghiaccio. Foursquare non funziona, volevo fare check-in che qui c’ho la mayorship. Niente. Nicola, un frocio tossico del posto mi offre da bere. Dice che mi vede bene. Io lo vedo di merda, ma non glielo dico. Su Twitter mi hanno ritwittato in 28, non era mai successo. Avevo scritto una minchiata sugli scontrini fiscali. La gente è pazza, guarda solo la tivù. Nicola mi chiede se vado con lui, che c’è gente che conosce che ha della coca fantastica. Prendo tempo, lasciando che il Campari scenda lentamente lungo la gola. Esco, mi accendo una sigaretta, sentendo la sua presenza seguirmi fuori dal locale. “Non ho soldi” gli dico. “Non c’è problema”, mi risponde. Faccio due tiri di sigaretta. Guardo il mio profilo Facebook sul cellulare. C’è un messaggio di Giovanni Pignato che mi invita ad un evento del cazzo. Non leggo gli eventi, sono cagate a prescindere e non ti aiutano di certo a sentirti meno solo e coglione. Esco da Facebook, blocco la tastiera e metto in tasca l’iPhone. “Ok Nicola, andiamo a strafarci di coca”.

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Ed hai vent’anni di meno

gennaio 2nd, 2012

Vent’anni fa. In giro per le strade di mezza provincia a raccattare dosi quotidiane di anestetico. Vent’anni fa. A seguire l’odore dei bisogni. Vent’anni fa, erano giri di basso elettronico, batteria e chitarre. Nicola si mangiava 5 pastiglie di extacy e poi non riusciva ad entrare in discoteca, affetto da stranissimi quanto assurdi attaccchi di panico. Quando gli riusciva di varcare la porta d’entrata, usciva direttamente da quella di sicurezza per rifugiarsi in macchina. Occhi sbarrati a fissare il tettuccio di un auto presa a caso. Vent’anni fa. A bucarci le gambe perché non avevamo più vene e le camicie lunghe anche d’estate. Vent’anni fa. A progettare un pezzo d’arte che non riuscivamo a far esplodere. Vomitare. Anestetizzati più dalle paure degli adulti piuttosto che dalla nostra incapacità ad orientarci. Troppe le insofferenze esterne ai nostri corpi e i conseguenti falli da dietro che subivamo. “Studia, esci, non sei normale, cos’hai in testa, mettiti a fare qualcosa, sei strano, lavora, guarda i tuoi amici, risparmia, trovati una ragazza, pensa prima di dire qualcosa, guarda tuo fratello, guarda quell’altro, guarda qualcuno”. Uno, due, tre, quattro. I giri di basso erano quattro prima di ogni inizio alla vita. Poi arrivavano i vinili mischiati tra loro e anticipati dalla batteria a farci esplodere. E avevamo male di vita e nessuno ci ha mai chiesto se avevamo male di vita. “Oggi sono in bianca”. Ci fosse stato il sole a fondermi lo stomaco io ero in bianca. “Guarda tua sorella che balla, che ride, che gioca, che studia, che disegna, che scrive, che cuoce, che nuota, che cammina, che grida”. Ecco, appunto. Io non ho mai gridato abbastanza forte. Non ho mai mandato in culo nessuno come avrei dovuto. La batteria fa il solito irrequieto giro da dieci minuti buoni, insieme ad un basso e ad una chitarra distorta. Mi sembrano i kw di un motore a scoppio. Marchiato alfa e trasferito in musica tramite un ottimo softwere. Cosa facciamo stasera? Mi vedi, ti chiedo. Chi fottiamo stasera, piuttosto? Il suono elettronico è ossesivo ma appagante, rilassante, vivo, nutriente. Il sangue ha un sapore metallico, se ci pensi. Non ci è poi voluto molto, a trasformarlo in bit.


La fotografia “glasses” è di Aurelio Farina

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The self-portraits, the procession and the old eager

dicembre 27th, 2011

La Lorena vive a Sandrigo, pesa 96 chili e lavora al Lidl tutti i giorni, pure di domenica adesso che siamo sotto le feste di natale. Ha una Panda di quelle vecchie e ama fotografarsi nuda o vestita con qualche velo e le mutandine. Poi accende il suo pc e si sistema le foto con l’autoritocco che è una tecnica che ha imparato dalla Monica, una che lavora con lei al supermercato Lidl. Ci scrive “Lorena” sulle foto e ci mette pure dei cuori sopra il suo faccione truccato. Azzurro marcato sulle palpebre e un rosso lacca sulle labbra. Vive con sua Mamma Adele che non è più sposata perché gli è morto il marito che saranno vent’anni, anche se adesso si è portata a casa un uomo che avrà si e no 80 anni ma che è ancora in forma e passa le sue giornate al Bar da Franco a giorcare a Tresette oppure sulle slot a sputtanare soldi. La Lorena un poco gli sta sul cazzo sua mamma, perché sua mamma scopa ancora, mentre lei che c’ha 35 anni suonati ha dovuto farsi procurare un vibratore per farsi passare le voglie. Qualche giorno prima di Natale era sul balcone vestita solo con un reggiseno, i collant neri senza le mutante sotto e degli stivali tacco 12 alti fino a coprirgli il ginocchio che aveva comprato a 20 euro dai Cinesi che c’hanno il negozio a fianco del Lidl dove lavora. Aveva la macchinetta fotografica digitale messa in posizione sopra il davanzale della finestra pronta per l’autoscatto, quando d’un tratto è apparso nella sua stanza il vecchio che sta con sua madre che se l’è ritrovata mezza nuda davanti a fare la diva. Invece di uscire il vecchio è rimasto a guardare mentre le fotografie scattavano in automatico. La Lorena non voleva perdere l’occasione, perché proprio in quell’istante alle sue spalle passava Don Mariano con una processione di fedeli che portavano in giro per le strade di Sandrigo una statua gigante di gesù bambino. Quella foto l’aveva pensata al lavoro, sapendo della processione. Per lei quegli autoscatti non avevano prezzo. Accettò quindi la presenza del vecchio, il tempo necessario dei tre click programmati nella sua digitale. Ma al vecchio, quegli istanti senza cenno alcuno, senza nessun movimento del corpo, senza il minimo tentativo di coprirselo e su tutto, senza alcuna apparente vergogna, avevano assunto tutt’altro significato. Prese il bastone, col quale si aiutava a camminare e lo puntò dritto sulla bocca della Lorena. La digitale rimase al freddo, lei rientrò, seguendo il segnale che le imponeva quel rigido e grosso pezzo di legno.

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Nessuno muore mai completamente, nemmeno Giorgio Bocca

dicembre 26th, 2011

Della morte di Giorgio Bocca avranno già scritto centinaia di blog e altro. Io qui voglio ricordarlo e ricordarmelo con un articolo, scritto nel 1976, dove parlava di un certo silvio berlusconi, all’epoca trentaduenne e [non si sa come] già molto ricco.

Milano è la città in cui un certo Berlusconi di trentaquattro anni costruisce “Milano Due”, cioè mette su un cantiere che costa cinquecento milioni al giorno. Chi glieli ha dati? Non si sa. Come è possible che un giovanotto di trentaquattro anni come questo Berlusconi abbia un “jet” personale con cui raggiunge nei Caraibi la sua barca che sarebbe poi una “nave oceanografica“? Noi saremmo molto curiosi, molto interessati a sapere dal signor Berlusconi la storia della sua vita: ci racconti come si fa a passare dall’ago al milione o dal milione ai cento miliardi.

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Poesiuola del ritorno a casa

dicembre 21st, 2011

Parli a te stesso tornando a casa la sera, quando hai battuto cassa e nessuno ti riconosce più. Non hai più lo Spritz all’Aperol o il Prosecco millesimato o il cocktail più duro da renderli felici e su di giri. Torni ad essere te stesso e con te stesso tra le mani percorri la strada che ti porta a casa, in una solitudine disarmante. Non sei nessuno. E non lo sarai, forse, nemmeno quando riuscirai a sdraiarti sul tuo letto da una piazza sola, felpato nelle lenzola rosa di Hello Kitty, che non ne vuole sapere di parlare con te.

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Berlinstagram

dicembre 12th, 2011

Avrei scelto sicuro l’inferno, forse la stagione che, in vita, Dio m’ha concesso di conoscere meglio. Non vie di mezzo davanti ai miei occhi stanchi. No a personaggi senza alcun senso. Avrei calpestato un’asfalto conosciuto in vita, sorrisi sghembi da cui difendermi, ma da cui mi ero difeso già. Occhi la cui pupilla mi diceva tante cose. Avrei scelto sicuro l’inferno per questo nuovo visto a timbrare la morte.

La canzone “Scaccia la Strega” è di Roberto Billi

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The Black & White Slang

dicembre 6th, 2011

The Black & White Slang
Mostra fotografica personale di Aurelio Farina
Inaugurazione Sabato 17 Dicembre ore 18:30
Presentazione Petra Cason
Villino Monza Maccà, sede Biblioteca di Dueville
Via Rossi, 37 36031 Dueville (VI)
Apertura dal martedì al sabato dalle ore 9.30 alle 12.30 e dalle 14.30 alle 18.30
Entrata libera
La mostra rimarrà aperta al pubblico fino al 21 gennaio 2012
info c/o Biblioteca di Dueville 0444.361211 o biblioteca@comune.dueville.vi.it

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