Sabotage

marzo 16th, 2008 | by p.s.v. |

Era stata una notte tranquilla. Avevo dormito come non mi capitava da tempo. Era strano. Tutto. Il sonno mi aveva preso in un attimo quando ancora una leggera canzone stava suonando e tutto il contorno non si muoveva. Non il rumore di una foglia. Di un lampo. Di un filo di vento. Calma piatta. E battito del cuore rallentato. Era strano. Tutto. Da troppo tempo non sentivo i cani così silenziosi, senza che vi fosse un lamento. Un fischio continuo a renderli pazzi. Era stata una notte tranquilla tanto da riuscire a scorrere il nostro amore. Lo sentivo prendere le forme del tuo viso, del tuo esile corpo. Lo sentivo arrivare, saggiare e fondere i nostri odori, toccando momenti di luce piena in un cielo non più schiarito a giorno dai bombardamenti a sorpresa gettati lì a caso. Nessuno ti avvertiva più.

Posso ucciderti nel sonno?

Era strano. Troppo. Quasi che ti veniva da interrogarti sul perché, in quel momento non provavano a distruggerti.

Perché stanotte non provano ad ammazzarti, piccola? Cos’è questo ansiogeno silenzio stanotte?”.

Era strano. Fin troppo, forse. Tanto da svegliarmi all’improvviso intrappolato e senza via di scampo. Rotto dentro a cercare con lo sguardo un tuo segnale. Ma senza sentirti più. Gridare fino a perdere i sensi. Gridare dal dolore e allo stesso tempo avere chiaro che il tuo cuore aveva smesso di battere. Lucidità assoluta. Tra sangue e mattoni frantumati, polvere, fumo e sirene in calore. Spappolata e irriconoscibile, a non confondermi solo le tue braccia a riparare stretto il tuo grembo. [...]
L’autoradio sembra voler suonare all’infinito quell’unico pezzo che sa muovermi dentro. Sabotage mi accompagnerà ovunque, sempre. Con il pensiero non faccio che tornare a quel fottutissimo giorno. A quella strage annunciata. A quella guerra inaudita. A noi. Mentre a velocità incontrollabile punto il muso dell’auto contro l’uscita di una scuola. Ore dodici e trenta di un lunedì mattina, che sarà per sempre.

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