Hot Pants
Birreria lesbica
Non avevo raccattato alcuna macchina per quella sera. E vaffanculo, Monica era gia pronta. Vestita nei suoi jeans aderenti, senza il mio amato e odoroso perizoma. Ero arrivata sotto casa sua a piedi. Cinque, forse sei chilometri tra la nebbia. E un poca di euforia. L’aperitivo mi aveva almeno scaldato le mani e acceso il cuore. Monica mi viene incontro. Se ci vedono qui siamo fottute.
È la paranoia degli amanti. Dei mariti che stanno a casa e dei bambini che poi di notte si svegliano e vogliono la loro mamma. Vaffanculo tutto. Scappiamo dentro l’unico locale aperto. Una birreria in stile Irlandese che di irlandese non ha davvero nulla. Due birre rosse e i baci iniziano il loro volo. Da una lingua all’altra. Da una bocca all’altra. E poi il collo, i capelli. Il viso. Che Monica ha bisogno di fare la pipì. Prima di alzarsi mi guarda con quegl’occhi da gattina in calore. Non il tempo di chiudere la porta del bagno, che le sono già addosso. Monica piscia. Io aspetto in ginocchio. Aspetto le ultime gocce di pipì. Asciugo la sua passerina con la lingua che lei rimane lì, quasi intontita. Quasi fosse scritto sul muro del cesso un indelebile “Leccami”. Usciamo distratte dal bagno. La para che qualcuno ci veda è forte, sempre per quel motivo “stanco” dei mariti che stanno a casa e dei bambini che di notte si svegliano e vogliono la loro mamma. “Scusa, ci porti altre due birre, grazie?”. Le birre arrivano che noi ci stiamo baciando come pazze, in questo stupido locale. Beviamo ancora, anche se la birra non sembra essere buona. La mia mano scivola comunque sotto il suo jeans a cercare il culo. L’altra slaccia la cintura ed entra. Dito medio in fica e lingua su lingua. In una masturbazione pubblica da censura. Stiamo esagerando, ma siamo accese. Fuoco in un mare di nebbia. Voglia. Mi alzo solo dopo che i “silenzi” di Monica si eran fatti troppo irruenti. Vado verso il bagno. Il messaggio è chiaro. “Adesso tocca a me”. Monica arriva a strapparmi il reggiseno di dosso. A piantarmi le mani sul seno. A mordermi dappertutto, mentre un ragazzo entra nel bagno. Lo guardiamo entrambe, senza dire niente. Chiede scusa e se ne và. In un attimo mi abbassa i pantaloni e strappa con tutta la forza il perizoma. Io allargo le gambe il tanto che basta. Sono fuori. E grido. Grido dalla voglia di farmi scopare dalla mia ragazza dentro questo cesso sporco di piscio. Grido. Grido davvero. E vengo. Un bacio al volo che siamo ancora sedute al nostro posto. Ad ordinare qualcosa di diverso. Un’aranciata arriva insieme ad un carico di baci da panico. Non ci fermiamo più. Il locale è pieno. Ma credo fossimo sole. Quando ad un tratto sento una mano nella spalla, che riconosco non essere quella del mio amore più grande. Alzo gli occhi dagli occhi di Monica. Il ragazzo mi sembra imbarazzato. Si schiarisce la voce, prima di iniziare la sua preghiera, invitandoci ad uscire. “Scusatemi. Il conto è già pagato. Vi prego, ma ho bisogno di liberare il tavolo”
Caffè corretto
Il messaggino è arrivato presto. “Lo prendi un caffè con me, Luca dopo pranzo va a fare le nanne”. Avevo passato la notte a girare. Tra luci al neon di questa città vuota e birrerie artificiali. Il tempo dipingeva il meglio di sé. Pioggia mischiata al mio bisogno di passare il tempo al riparo. Avvolto dal calore di una pelle bianca, morbida. Profumo di sesso che mi fa “stare”. E vibrare.
Sabrina credo avesse la mia stessa voglia, i miei stessi pruriti. E la passera bagnata da un bel po’. Arrivo sotto quella sua casa in affitto a Bologna, che tremo. I piedi gia irrigiditi. Contratti. Il cazzo duro. “Qui non reggo due minuti, se è vero che il bambino sta già dormendo”. Decido di riprendere l’auto, quel tanto che basta. Parcheggio. Tiro fuori il cazzo tra l’ignoranza dei passanti, disattenti a raggiungere chissà cosa, di questo strano giorno. Chiudo gli occhi. Penso a Sabrina. Immagino il suo corpo velato. Avvolto in un vestitino aderente. Nylon. Ai piedi un paio di sandali, lacci legati stretti. E un perizoma da far mancare il fiato. La mia mano destra ben salda attaccata al cazzo. Che comincia a pompare sangue. E a mandare chiari segnali al cervello. Sabrina. Quasi in automatico, prima di venire, mi fermo quel tanto. Attimi da sogno, per riuscire a godere di più. Prendo alla svelta un preservativo dalla tasca del mio giubbotto in jeans. Lo infilo quel che basta. Altri due o tre colpi di mano e mi fermo ancora, con lo stomaco che si contrae. Vedo una ragazzina avvicinarsi all’auto. Ricomincio, cazzo in mano. Che vengo mentre la biondina mi passa a fianco lasciando cadere lo sguardo sul mio pacco in calore. Godo cercando di riempire il più possible il goldone. Stupendo. Mi pulisco, ma nemmeno tanto, che sono nuovamente sotto casa di Sabrina. Salgo le scale. Busso. “Sono venuto a prendere il caffè, Sabry, aprimi“. “Scusami, mi stavo cambiando. Entra, mettiti comodo”. Jeans e reggiseno. Intravedo il perizoma uscire dai pantaloni, mentre lei sparisce alla mia vista, oltre la porta della sua camera. Mi metto tranquillo, steso sul divano. Aspetto solo lei. Sabrina. Che esce poco dopo vestita di una tuta da ginnastica rosaadidas. “E allora, lo prendi il caffè?”. La guardo negli occhi, smarrito, chiuso in un silenzio che non mi da pace. Mi alzo in fretta. Gli vado da dietro. Mani sui fianchi. E bocca a morderle il collo. “Sono venuto per te troia”. La mia mano a scendere dentro i pantaloni, sotto quelle mutandine da panico, affondare nella sua fica completamente depilata. Il dito medio per capire quanto fosse calda. E bagnata. Sabrina si toglie i pantaloni. Via il perizoma. Il pavimento di quel piccolo cucinino sembra essere il letto più bello per scopare. Mi spoglio facendo attenzione a non disperdere la correzione del caffè. Il mio seme. “L’ho tenuto per te”. Sabrina lo prende. Le dita della mano ad allargare la fica per far scendere lo sperma. Attimi di silenzio. Poi la sua voce. Calda. “Adesso leccami…porcodio”
Giuseppe
Aveva voglia di una troia Giuseppe. C’era poco da fare ieri sera. Voleva una troia da scopare. Succhiare. Da farsi sbocchinare. Solita statale. Solito posto. Solita scena. Le passa tutte con lo sguardo. Le osserva piano prima di scegliere quella che lo deve far morire. Si chiamano preliminari. Quando vai a puttane non hai il tempo di eccitarti per bene. Questo è un modo per farlo. Le osserva Giuseppe, battere la strada. E mentre le guarda sente la voglia salire. Quasi esplodere. Quella gli piace. È un gran pezzo di figa. Capelli rossi. Tinti. Gambe da paura. Tette rifatte. Indossa solo un perizoma nero. Una troia da panico. La sta fecendo salire in auto che un flash passa il suo cervello stretto. Un lampo lo eccita, in poco meno di un secondo. Giuseppe vuole un trans. Lo vuole sbattere. Inculare. Fottere. Lo trova nel pezzo di strada loro. Che a quell’ora è pieno di pezzi di figa, con un bel cazzo tra le gambe. Quella che ha visto lo fa impazzire e lui c’ha già dato un nome. L’ha guardata bene, Giuseppe. Gambe lunghe, coperte di un collant nero. E una mini da paura che lascia agli occhi la vista di un pacco niente male. Giuseppe vuole quel cazzo.
-”Sali in macchina Luana, che sei troppo figa“.
Non il tempo di fermare l’auto nel posto indicato da Luana, che la mano di Giuseppe si appoggia senza dire niente sul pisello della bella.
-”Ti piace? lo sai che se voglio diventa duro come un pezzo di marmo?“.
-”Si, lo voglio. Lo voglio tutto il tuo cazzo. Lo voglio dappertutto“.
-”E allora cosa aspetti, prendilo in bocca. Succhiamelo tutto, troia”
Si sfila i collant quel tanto da riuscire a scostare appena il perizoma, che la bocca di Giuseppe si avvicina a quella nerchia divina. Gustosa. Spompinarla e vederla crescere lo fa impazzire. Così come è eccitato a morte dal gusto che sente scendere in gola. Giuseppe pompa, mentre lei gli apre i pantaloni e inizia a sparargli una sega. Come dio comanda. Una sega fatta da un trans mentre gli stai succhiando il cazzo è un piacere divino. Si sente una gran troia a succhiare quella mazza odorosa e vuole farsi venire in bocca. Ma è lei a fermarlo.
-”Ti va di toglierti i pantaloni, ho voglia di sbatterti per bene“.
Un attimo di silenzio e Giuseppe si sfila i pantaloni. Il tempo di sistemarsi alla pecorina che il cazzo di Luana lo penetra. Grida Giuseppe. Col pisello che sta per esplodere mentre lei lo sta montando come un cavallo selvaggio. Due troie insieme.
-”Scopami più che puoi, aprimi e fammi godere”
Luana continua a scoparlo e Beppe sente il cazzo fin dentro la pancia. Un tremolio lo assale in tutto il corpo. Luana sfila il cazzo dal culo di Giuseppe. Gli chiede di girarsi a pancia in su.
-”Alza bene le gambe così vedi tutto brutta puttanella che sei”
L’uomo grida un misto di dolore e sesso, mentre cerca di avvicinare la testa il più possible per vedere quell’enorme cazzone aprirgli il culo. Sta per venire insieme a tutto lo sperma represso inchiodato tra i suoi coglioni che Luana si accorge. Tira fuori la nerchia dal suo culo peloso scegliendo la bocca.
-”Succhiamelo ancora, adesso“.
Giuseppe ricomincia a succhiargli il cazzo. Ancora e sempre. Un pisello che sa di buono. Di sperma e culo, di merda e sudore. Fantastico. Il tempo di bere tutta la sborra che può, che deve scappare al primo segnale di pericolo. Un sms della moglie.
-“I bambini dormono, vieni casa che son tutta bagnata”
Transex in attesa
Ciao stella. Sono sola in casa, vestita come più amo. I miei collant, il perizoma infilato sopra, le scarpe tacco 10 a slanciare le mie gambe da femmina. Ho voglia di un uomo che mi scopi adesso. Ho telefonato al parrucchiere di Vicenza, un ragazzo bellissimo. Alla fine sono riuscita a conoscerlo, sai. A iniziare a frequentarlo. A farlo diventare il mio uomo. Dice che lo faccio impazzire e che mi sposerebbe. Ogni volta, quando se ne deve andare, dice che comprerà una casa lontano da tutto e tutti solo per noi. Un immobile di lusso, pensa te che scemo. Ma per me è sufficente così. Basta che mi scopi quando ne ho bisogno, che mi faccia sentire donna, che mi apra la bocca col suo cazzo, che mi pompi il culo quando serve. Il problema è che non arriva prima delle 6 ed io non so se resisto. Vorrei uscire ma oggi non ho la macchina e spostarsi di casa così è improbabile. Allora aspetto qui il mio uomo. Il mio amante. Lo aspetto per attaccarmi alla sua bocca e baciarlo appena varca la porta di casa, in modo da succhiargli tutte le parti del corpo e farlo vibrare con la mia lingua. Lo aspetto in attesa che mi sbatta per terra guardandomi in faccia e portando le mie gambe alle sue spalle inizi a stantuffarmi il culo. Sto gia godendo come una troia in calore, solo a scriverti queste quattro righe. Ma non resistevo. E’ troppo tempo che non ricevo tue notizie e non ti scrivo di me, del mio mondo. Oggi sono una donna felice, anche se mi devo nascondere.
La biancheria della Gloria
Ero a casa di Gloria. Mi ero fermato preso dal sangue che pompava il corpo, dopo un messaggino che mi aveva spedito. “Ti và una birra insieme? Mia sorella è a casa di un’amica”. Mi sono precipitato. “Ho tutto” continuavo a ripetere dentro di me. “Tutto quel che serve. E una voglia devastante di strappargli le mutande con i denti”. Nella strada bagnata dall’umidità continuavo a farmi giri e giri con la testa. Il cazzo già duro dall’immagine del suo culo rotondo che vedevo riflesso nel vetro specchio anteriore dell’auto, mentre il suo piccolo seno lo sentivo già farsi mordere. “Ti scopo Gloria, c’ho troppa voglia di scoparti e farmi scopare. Ho voglia di venirti dentro senza limite e senza fregarmene di niente”. The Chemical Brother non facevano che spingere, pompare sangue e scatenare voglia. Nei coglioni induriti, sperma che dovevo lasciar “correre” e scorrere. Arrivo a casa sua che sono pronto, vivo di una adrenalina pazza che mi sta scoppiando dentro. Sono eccitato al punto giusto che, entrando, trovo Gloria sdraiata sul divano. “Che pezzo di figa che sei” è il pensiero del cervello che non riesce a tradursi in parola. “Accomodati, sono qui”. Mi siedo vicino, ma lei mi spiazza alzandosi e muovendo il suo culo verso la cucina. “Vado a prendere un paio di birre, che ho bisogno di parlare un po’”. Torna con due Moretti da sessantasei cl, le stappa, ne sorseggia un goccio e inizia uno sfogo che non finisce più. Parole che ho ascoltato per i primi cinque, sei minuti, per poi dare una tregua al cervello, causa la confusione che m’aveva preso. Non ho più capito nulla, se non che a scopare ci avevo pensato solo io. Lei era “piena” di tutto ma non della voglia di lasciarsi andare. “Scusami Gloria, devo andare in bagno”. Mi siedo nella tazza del cesso senza più speranze, lasciando scorrere una pisciata enorme mista allo sperma che l’eccitazione mi aveva procurato. Ma questa sensazione di calma ritrovata dura ben poco, che il flash mi arriva immediato non appena cerco con lo sguardo il bidone della biancheria sporca. Il cazzo torna a rispondere. Apro il bidone e frugo. Frugo come un ladro. Sono ladro e godo. Un reggiseno taglia seconda, un paio di collant venti denari color nero non coprenti. Una camicetta e altri indumenti che scorro veloci. Tra tante perle, un perizoma bianco sembra splendere di una luce più netta. Nitida. Lo prendo tra le mani, lo annuso. Lo bacio. E lo lecco. Cercando con la lingua di ripulirlo dal liquido vaginale che lo profumava di immenso. Mi sembra di leccare la sua figa, mentre mi slaccio i pantaloni lasciando la mano partire in automatico. Non ci metto poi tanto a venire, ritrovandomi col perizoma trattenuto dai denti e masticato dalla voglia. Indumento che uso per ripulirmi il cazzo e la mia mano migliore. Una fantastica sega Rimetto il perizoma colorato del mio sperma dentro il cesto della biancheria. Mi lavo le mani ed esco dal bagno. “Cosa stavi dicendo Gloria?”
La Gloria la mattina dopo si era svegliata presto come sempre, ancora il sapore amaro della birra in bocca misto all’impasto del sonno, al fumo delle troppe sigarette bruciate fra le sue labbra arrabbiate. Nella testa un leggero ma continuo ronzio. Strisciando i piedi si dirige in bagno, ha addosso solo una maglietta nera con una scritta in bianco, una di quelle domande che dovremmo farci tutti nella vita: “Si può spegnere ogni tanto il pensiero?“. Mentre sciabatta verso il bagno con le mutande nere che la maglietta lascia intravedere e le sue gambe nude ripensa a ieri sera, ad Andrea, alla sua quasi assenza, al brillio dei suoi occhi mentre entrava in casa e si avvicinava al divano, a lei, proprio lei che forse aveva infranto quel riflesso di cristallo. Alla sua lunga e interminabile pisciata in bagno. L’aveva lasciata da sola sul divano a maledirsi, ad imprecare contro la sua incapacità di agire. Certo che aveva voglia di parlargli, di riversargli tutta la sua testa, i suoi pensieri irrefrenabili fra le mani, voleva che lui li prendesse ad uno ad uno, li sciogliesse distendesse ed intrecciasse facendone un tenda, una coperta, un cuscino, lei voleva la testa piena di batuffoli di cotone. Però aveva, è innegabile, anche quella voglia pazza di baciarlo, di riversargli tutta l’anima in bocca, di abbeverarsi alle sue labbra. Niente da fare, quel flash nei suoi occhi così scuri l’aveva mandata subito in tilt, aveva inceppato la rotellina in mezzo alle sue gambe, era scattata in piedi proprio mentre lui si sedeva, aveva messo subito distanza fra loro e poi fra loro ci aveva messo la birra e le parole. La birra che a lei proprio non piace, ma voleva berla, per sapere che sapore ha la birra che piace tanto a lui, per sentire nella sua bocca il sapore della sua bocca. Beveva per sciogliere i muscoli tesi, per perdere un pochino la testa, magari diventare brilla e riuscire a lasciarsi andare, ad avvicinarsi, sfiorarlo e lasciarsi sfiorare. Si sta guardando allo specchio da non sa più nemmeno quanti minuti, si sente uno schifo, un panno sporco, ha del grigio sul viso, decide di fare il bucato, c’è della biancheria da lavare a mano. Riempie il lavello con acqua calda e detersivo in polvere, prende la cesta dei panni sporchi rovista alla ricerca della biancheria, non molto, qualcosa di bianco. Prende in mano reggiseni e perizoma, li immerge nell’acqua. Li lascia sprofondare, si sente sprofondare. Mentre lava pensa ad Andrea, e intanto si chiede che cazzo è quella macchia, quell’alone sulle sue mutande, possibile? Delle mie perdite? Fa il conteggio dei giorni, del ciclo, forse si sta già preparando. Lava via, forse incurante, forse appena un po’ perplessa, senza malizia. Le manca la malizia alla Gloria, forse anche un po’ di immaginazione e proprio tutto il testosterone. Lava via, però ti pensa Andrea, ti pensa in mezzo a tutta la sua biancheria. [emi]Lemanidappertutto
Il convegno era anche interessante. Ti sedevo vicino perché quello era l’unico posto ancora vuoto. Ero arrivato tardi. Come sempre. Una corsa sulla Bologna Firenze che non permetteva tregua. Fino ad accomodarmi lì, in quell’unico posto vuoto. Il tempo di sistemarmi. Di ascoltare le prime parole, che il mio sguardo incrocia il tuo. E sono i tuoi occhi che mi fanno “saltare”. Vivere. È stato da quel momento che ho sentito solo un meraviglioso sottofondo di musica e testosterone. I tuoi occhi che continuavano ad incrociare i miei. Fino a quando ti sei alzata. chessò, forse per andare in bagno? Dentro di me una voce sporcata di sesso mi diceva “alzati” che in pochi secondi ero nel bagno della Hall. In automatico ho aperto direttamente la porta del bagno delle signore. Non stavi facendo niente. Guardandomo il cazzo, dicesti solo due semplici parole. “Ti aspettavo…”. È stato uno scontro di baci e saliva. Ti succhiavo senza dire niente il viso. Il collo. E poi il seno. Così come facevi te. Nel silenzio più assoluto, non sapevamo nemmeno quali fossero i nostri nomi. Sconosciuti e clandestini. Era bellissimo. Poi le mie mani a slacciare i pantaloni. “Ho le mestruazioni…non posso”. La mia risposta che arriva immediata. “Mi piace tutto di te”. Le mutande che si sfilano. Stacco l’assorbente. Lo guardo e lo lecco fissandoti negli occhi. Lo lecco sporcandomi come si deve. E te, che ansimando, ti giri. Volti il tuo culo che al quel punto pare chiamere. Poi la tua voce. “Lo voglio dappertutto…”.
Scarpe
Volevo le tue scarpe. Tacchi ad affrontare la vita e punte. A colpirla. Volevo quelle scarpe da tenere nel fianco del mio letto spoglio. L’odore di te a coprire la mia solitudine. E l’impossibilità di averti sempre. Non si poteva. Non si doveva. Qualche tua fuga alla vita, faceva di questo posto qualcosa di diverso. Qualcosa che non fosse un ghetto. In me davano invece un senso alla solitudine. L’unico modo per averti sempre. Quell’odore eri te ed io lo prendevo senza dover chiedere niente. Il tuo odore per riuscire a viverti anche quando non si poteva. Che non si doveva sempre.
Mi guardo attorno anche adesso in questo vecchio bar, più ubriaco di sempre. Mi serve per sopravvivere. Vengo in questo locale, ordino due bottiglie di Beaujolais novello, il meno peggio dei vini in loro possesso, mi fermo e “punto” la gente. Sentendo forte il senso di questa loro fuga assalirmi le vene, aprirmi le orecchie e farsi strada nello stomaco. Uno schifo peggiore del mio cesso senza chiave, della mia solitudine. Dei miei quaranta metri quadri senza te. Il locale è una buona strada alla loro noia. La paura prende il largo, quando non ci si sente.
Li guardo, provando una sottile pena, mentre piano mi monta il dolore, per non averti qui. Bevo e mi guardo intorno. Bevo ed ubriaco la mente. La confondo.
Il locale è una roba fatta male. Un misto tra un vecchio bar anni settanta e una location woodoo che fa davvero schifo. “The Sabotage” è una roba che vorrebbe essere alternativa, agli occhi della gente, mentre io la trovo pacchiana più che mai. Io non ci trovo niente, continuando a sorseggiare la mia solitudine e guardandomi attorno. Raccolgo con lo sguardo una serie di oggetti che non fanno che aumentare in me la rabbia e la solitudine. Penso ai miei figli lontani e mi viene da piangere. Ma forse piango un po’.
Una scansia contiene dei libri. Mi colpisce uno in particolare. “Scontrini” prende il colmo dei miei occhi proprio perché non lo leggerei mai. E poi quella bambola in carta pesta con tutti quegli spilli attaccati, copia di molte altre. Saranno un centinaio in questo schifo di posto. Stolgo lo sguardo, affondandolo insieme alla gola, nel bicchiere che ho di fronte.
Mi salvano le tue scarpe. Sempre. Di quel porpora che firma il sangue che ci scorre dentro quando siamo insieme. Mi salva il pensiero di ritrovarle poi a casa, insieme all’odore del tuo corpo. Di te. Mi accendo l’ennesima sigaretta, fissando questo stupido posacenere. Una palla da bigliardo, che a guardarla mi viene freddo. L’otto nero rimane per ultimo, se il quindici è già andato dentro
Mi alzo dalla mia solitudine, spendendo gli ultimi cinquanta centesimi in questo vecchio gioco elettronico anni settanta. La partita è veloce che quasi mi parte un sorriso. T’avessi giocata a flipper, saresti stata un tilt.
Nylon
Lecco piano i tuoi bellissimi piedi, avvolti di questi collant. Color nero. Arrivando a farti sognare il cazzo che non hai, nelle dita dei tuoi piedi. E facendoti venire piano. Svenire. Poi le caviglie, a cui dedicherei la mia parte migliore. Quella che non rinuncerebbe a farsi del male. Per avere te. Caviglie e nylon è un bel pezzo da ascoltare in silenzio. Interrotto solo dalla voce, impastata della mia foga. “Pisciami dentro, così come sei. Pisciati addosso“. Sarò sotto ad accoglierti. Ad accogliere te. E quando ti avrò bevuta tutta, cercherò con la mano il tuo culetto di nylon che bucherò col mio cazzo in fiamme. Che ti sarò venuto dentro. Tutto.
Camera car
Insisteva per una camera d’albergo. Stanca di far l’amore in macchina. “Che poi voglio fare i numeri stasera. C’ho troppa voglia di scoparti e farmi rompere. Che questa vecchia Fiat punto non mi basta più”. Sembrava nervosa Cristina. Gia il vedersi di nascosto. Le ore che volano con sempre più fretta . Il mio tempo sempre più “stretto”. Il bisogno di vivermi, che ancora non le concedo del tutto. “Fermati in questo posto. Chissà che un paio di birre mi calmino”. Due rosse al doppio malto. Medie. A seguire immediate le prime due. Ci calmiamo entrambi. I soldi per una camera c’è li beviamo. Meglio il gusto amaro di una birra. E i sedili caldi della Punto che ho rimediato a mia sorella fanno presto ad abbassarsi non appena imbocco la zona industriale. Dove tante piccole camere in metallo, danno riparo a centinaia di cuori clandestini. Cristina si spoglia. Io resto nudo poco dopo. A parte i calzini. Lei ride per questo. E un po’ si lascia andare. Il resto lo fa il mio corpo sul suo. La mia lingua sulla sua fica. “Nessuno mai mi ha leccato la fica come me la lecchi te”. “Forse sono le birre, non credi Cristina?” “Beh, quelle aiutano. Sicuro”. Ci lecchiamo entrambi. Un sessantanove da favola mi fa sentire il sangue scorrere. Pompare. Sento il mio cazzo scendere nella gola di Cristina. “Voglio che mi spacchi”. Cazzo in culo. Bocca a morderle il collo. La schiena. “Spaccami” Pompo il culo di Cristina. Irrigidito nelle mie ginocchia. Tolgo il cazzo solo per prender fiato. Giusto per non venire. Che la sua bocca si attacca ancora lì. Labbra, lingua. E gola. Un pompino da mettersi a gridare. Grido Ma su tutto gli vengo in bocca. Un gemito da parte mia. Il tempo di sentire le gambe avere quello scatto dettato dai nervi del piacere. Che guardo Cristina ripulirsi il viso con una mano. E portarsela in bocca. Guardarla è stupendo. Una bambola con la bocca piena di sperma. “Senti Cristina, io mi fumo una sigaretta. Ma voglio che sia una sigaretta speciale”. Cristina prende una camel morbida dalla borsetta, se la infila nella sua fica bagnata e me la porge. “Questa è la più buona sigaretta che tu abbia mai fumato”. Aveva ragione. Non il tempo di gettarla dal finestrino, che mi prende il cazzo in mano. Breve masturbazione e poi ancora gola. Bocca da brivido. Il mio cazzo che risponde. Il mio cazzo che vuole ancora il suo culo. Magnifico. “Voglio che me lo spacchi sto culetto, mentre mi lecchi la fica”. Penso a come fare Ci arrivo poco dopo. Iniziando a leccargli la fica. E con un paio di dita ben oleate dalla mia saliva infilate in culo. Cristina che urla dal piacere. “Spaccami, ti prego spaccami”. Continuo e leccare la sua fica divina. Le mie dita che vanno ad infilarsi nel suo culo diventano tre. Poi quattro. E dopo un urlo che è un misto di piacere e dolore insieme, entro nel suo culo con tutta la mano. Quasi a scavare. Così come la mia lingua che continua a leccarle il clitoride. “Vengo. Vengoooo”. Cristina dopo essere venuta vuole la mia mano. Vuole leccare la mia mano. Troppo sporca di merda per soddisfare anche questo suo ultimo piacere. Mi pulisco la mano con il tappettino consumato della punto di mia sorella. Cristina si distende, mi prende il cazzo con le mani. Se lo infila nella fica. Poche pompate. Stupendo.
Confusione anale
Io non ho capito un cazzo ma godo. Godo come un toro da monta anche se mi sto sfondando il culo con un dildo. Non ho capito un cazzo e in questo momento non voglio capire. Sto solo ansimando anche se qualche volta il pensiero mi sale dalle budella e mi entra nel cervello fermando la sborra che mi sta uscendo di getto. Liquido che ovviamente sto aspettando di ingoiare. Quando sto venendo troppo presto, allora penso alle robe più impensabili, quelle che se non sto attento l’uccello mi ritorna moscio come quando prendevo quintali di eroina e non mi si raddrizzava nemmeno a pregarlo. Quando sto per venire allora penso ad una cosa strana, ad un pensiero fisso che c’ho in testa, in questa testa di cazzo che ama le ragazzine minorenni ma che alla fine è costretta a scoparsi da sola. Io non ho capito ancora un cazzo di quello che mi accade poi. Il dopo è un rischio, sai che ti può andare di merda ma devi rischiare. Io non ho ancora capito un cazzo ma sto continuando a penetrarmi un vibratore della dimensione doppia del mio cazzo. Me lo sto infilando nel culo e sto godendo come una cagna in calore, una troia ninfomane, una quarantenne con la piega annoiata dal marito, una donna con le voglie tatuate in tutte le parti del corpo. Nello stomaco, nel cervello. Nella figa. Io non ho ancora capito un cazzo eppure voglio rischiare e intanto il vibratore unto della mia sola voglia è sporcato del sangue del mio culo caldo. Accogliente. Penso a te, piccola. Penso ancora a te, madre. Quel tanto da ritardare l’eiaculazione. Non voglio venire, così. Subito. Voglio durare ancora un poco. Sono confuso, certo. Ma pieno di voglia di scoparmi. Quando ero più giovane, le prime volte che mi scopavo, lo facevo in compagnia di un semplicissimo e unto giornaletto porno. Passato sotto chissà quante e quali mani. E sporcato da chissà quanti cazzi. Mi sparavo seghe immaginando di essere io la donna da scopare. Di essere io la troia, la cagna, la puttana in calore. Pensando di essere femmina. Quando ero piccolo le cose venivano così, senza tanto che ci dovevi pensare sopra. Adesso mi sto sfondando il culo con un vibratore gigante e so che dopo che sarò venuto mi farà schifo tutto. Mi farà schifo prendere in mano questo membro statico sporcato dai residui della mia cagata mattutina. Mi farà schifo pulirmi la bocca dopo aver ingoiato la mia sborra. Mi farà schifo guardarmi allo specchio. Mi farò schifo io. Sono decisamente confuso, non c’è che dire. Mi toglierò questo perizoma che ho solo spostato leggermente da una parte per permettere al vibratore di sfondarmi il culo. E nel togliermelo, mi farò schifo. E cercherò di sfilarmelo in fretta, così come in fretta cercherò di togliermi questi collant che ora porto al ginocchio per poter usare al meglio questo cazzo di lattice. Ma sto godendo e per adesso non ci voglio pensare, voglio rischiare fino a che l’adrenalina me lo permette, fino a che il cuore pompa il sangue necessario, fino a che la voglia è alta. Sono venuto.
Mi guardo allo specchio e subito penso a te, piccola. E nel pensarti guardo la mia bocca sporca di sperma dallo specchio che ho di fronte. La sborrata mi ha svuotato dentro. Mi ha tolto tutte le energie. Penso che l’estate arriva una sola volta all’anno, e fin’ora ho vissuto 38 estati.
Ilaria
Un regalo stupendo, quello di Ilaria. Un regalo da venire lì’. All’istante. Si perchè spesso, mi son dovuto masturbare prima di incontrarla. Prima di fare l’amore. Prima di farmi scopare. A natale ci siamo trovati tardi. Quando tutti se n’erano andati. Noi amanti. Noi clandestini. Suo figlio dormiva da poco, che vestita di un perizoma nero, mi porge tra le mani umide di voglia, un cilindro bene incartato. “Strappa la carta. E sfondami. Questo è il mio regalo. Mio in tutti i sensi, i miei sensi”. Sono già nudo che scopro il regalo. Uno stupendo vibratore nero Il mio cazzo è già penetrato nella sua fica bagnata, pronto a pomparla che il fallo plastificato le penetra piano il culo. Movimenti quasi calcolati. Il suo ventre si muove dettando il ritmo. Il mio cazzo lo segue. Si fa trasportare. Mentre la mia mano, si adegua allo scorrere dei nostri sessi. Per farla godere in culo. Ilaria che si sente piena. Che grida un “Amo solo te” da paura. Il dildo che dal culo passa alla sua bocca, mentre io riverso lo sperma nella sua fica già begnata di suo. Liquido vaginale, da non smettere di bere, Mai Il fallo sporco di merda, della sua merda, non le fà battere ciglio. Lo succhia. Fino a prendermi il cazzo in bocca. Con quell’avidità che la distingue. Da qualsiasi altra fica vogliosa di questo “appartamento”, avvolto ancora del freddo vestito invernale. “Cosa fai domani, Ilaria?” chiedo con fatica, mentre il mio cazzo è tornato a sfondarle il culo e lei si passa, a ritmo incessante, il vibratore in fica. Mi risponde con la voce rotta dal piacere. “Domani vado dai miei. Ci vediamo la settimana prossima, amore”. Vengo, dopo un po’ fi silenzio. Direttamente in bocca. E lei, ingoia tutto lo sperma che il mio cazzo vomita, partendo fin dalla punta dei miei piedi nudi. I saluti sono veloci, come sempre. Lingua in bocca. E un “Ciao, amore mio” da panico. Il giorno dopo natale, i genitori di Ilaria sono già lontani. Un viaggio sognato da tempo. Ed io questo lo so. So che Ilaria è a casa da sola. So che suo figlio, alle nove al massimo si addormenta. Ma so anche che oggi tocca a Franco. È il suo turno. Questi sono gli accordi, tra me e il mio amico. Accordi che non possono essere infranti. Quasi una promessa, la nostra. Ed è un regalo stupendo, quello di Ilaria. Un regalo da venire lì’. All’istante. Fortuna che Franco, il regalo che avrebbe ricevuto, lo conosceva fin dalla notte prima. Senza tante parole, il sesso raggiunge presto limiti che a Franco sembrano ogni volta irragiungibili. Cazzo in culo. Dildo in un altro foro del corpo di Ilaria. Che grida. E viene più volte. Insieme al suo desiderio di essere sfondata dappertutto. Poi la solita sigaretta. Fumata sdraiati nel letto. “Cosa hai fatto ieri, Ilaria?” le chiede Franco, con un mezzo sorriso. “Ho festeggiato il natale con i miei. Poi sono andata a letto presto. Ti finiscono, certe giornate”.
Dialoghi
Ciao come stai? meglio di come credessi, spesso mi sottovaluto, riesco a fare funzionare questo coso, una puntura di autostima. tu potresti far funzionare tutto. ora devo solo convincerti ad installare qualche chat che abbia la cam. dimmi tu come stai, tanto come sai, io e te abbiamo i tempi TANTRICI. pensarmi in videochat con te, mi sento molto bene. io mi ci penso bene, con te in cam. la usi già? io l’ho sempre usata, sono nata con il pc con la cam. e perchè non me l’hai mai proposta? perchè per me è normale, ma hai sempre detto che tu non chatti? io ce l’ho da quando ho avuto il primo pc, e ho scoperto subito la meraviglia di questo mondo, perchè in chat solo scrivendo si può barare, ma guardandosi in faccia hai qualche parametro in più per godere. o dover scappare. ohhh yessss. eviti voli pindarici. immagino uno che t’ha sempre detto che ti scoperebbe e poi si scopre incapace di farsi rizzare l’uccello. no, non sotto questo punto di vista, perchè poi se è da molto che frequenti questo mondo, scopri che di uccelli dritti ce ne sono a migliaia per me, e per come mi propongo ma di uccelli pensanti come te, ce ne sono davvero pochi, e lo sai che mi piace leccarti il culo. lo so. e me lo farei leccare anche adesso. scaricati msn messanger, dai. un alternativa, ma sarebbe un ripiego. non te la propongo ora. io dalle 16.30 sarei a casa da sola. non ho la cam, però vedrei lo stesso. Forse. io arrivo a casa alle 17:30. dimmi se riesco a vederti comunque. ora sei al lavoro? si e te? no, sono a casa. cazzo. (io quando sono al lavoro, lavoro). anche io. è che poi vedi, a dirci queste cose ci prendono le fregole. le fregole? non sai cosa ho cominciato a sognare? mi farei fare di tutto da te. e tu lo sai. già sai cos’hai te. che rispetto alle altre, da te io mi farei sbattere. in tutti i sensi. per esempio quelle bellissime banane o melanzane che hai usato tu per le foto, beh, da te me le farei infilare nel culo. sto deglutendo, perchè ci sono cose che non immagini, invece ci sono cose che immagini benissimo, e le cose che dici le avevo preventivate, ora stupiscimi. mandami una foto porno, dai. non ne hai bisogno, per eccitarti di me. una foto che io possa vederti in viso. perchè il tuo volto mi eccita. più del corpo. più del buco del culo. una foto completa, dai, che vado in bagno a spararmi una sega. dovrei farla, non ce l’ho, non è che ho un archivio foto da sega in bagno. ma sei a casa da sola. ora no, dalle 16.30 lo sarò. una foto senza tanto prepararsi. così come sei, normale e piena di odore. ora sono in sottoveste di seta. io in casa giro così. sei figa, ovvio. sono GODURIOSA, è diverso, e devo succhiare il piacere ovunque, anche dal contatto della seta sulla pelle. ti piace indossare i collant o le calze? dipende dal momento, dal colore, dall’abbiagliamento. ci sono momenti che fa più troia un collant, altre fa più cagna avere un paio di calze. non ci sono regole, non ci sono teorie assolute nel sesso. che sporca che sei, cazzo. ci sono momenti, istanti, e soprattutto un inventarsi sempre, un SBALORDIRSI IL SANGUE. quanto mi piace. si, sporca, porca. troia. sei talmente una troia eccitante che vorrei essere io la tua troia. io ti farei indossare dei collant e ti appoggerei ad un muro, con le mani ed il culo esposto. io li userei. si, questa è la prima immagine che mi viene, per la seconda aspetto un sussulto di godimento. mi eccita un casino. ti griderei di infilarmi il tuo cazzo nel culo. e un’altro in bocca. poi ti chiedere di pisciarmi in bocca, sul corpo. e poi, con la tua pisciata in corpo ti scoperei con tutto il mio corpo. come dovrei essere vestita? come nella foto di ieri. la prima che mi viene in mente. ma tu puoi indossare tutto, qualsiasi cosa. mi piacerebbe se fossero 2, 3 giorni che non ti lavi. questo si che mi ecciterebbe un casino. ti farei succhiare le mie mutande. te le caccerei in gola. perchè ora porto solo mutande, dopo anni di perizoma, ho riscoperto la mutanda. divorerei tutto e poi te le infilerei nella figa, nel culo. io tra 5 minujti devo andare, ma ho voglia di te. un casino. io vado in bagno fra 30 secondi. devo sborrare fuori tutto. quanto ben di dio sprecato, ingoialo per me, anche se è inutile dirtelo, so che lo farai in automatico. si, amo ingoiare tutto, lo sai. lo so. la mia sessualità non è una soltanto. per questo sono anni che rimando questa chattata. cioè? perchè so che mi piaci. tu mi piaci da pazzi. non so se sia una frase alla Moccia. eheheh. ti succhio. pure io. sei splendida. no, lo sei tu, io mi rapporto a te. ti succhio quei meravigliosi piedi che hai. sono qui ora, con un cazzo di gomma in figa. poi magari me lo passi che mi masturbo anche io. devi sentire l’erezione che ti spinge, che pompa i pensieri. ce l’ho dentro quell’erezione. sulla pancia. scopami. ti fotto tutto. ora capisco pure che quando arrivi e mi mandi un messaggio il pc gracida, ed io deglutisco. non masturbarti, ora, lasciala spingere. lascia che il sangue pulsi. mi sto masturbando, te l’ho detto. e come fare senza. non so vivere senza la masturbazione. si, ma non è che abbiamo la tastiera interattiva. io devo masturbarmi, scoparmi tutti i giorni. abbiamo il cazzo e la figa interattivi noi. ohh certo pure io, ma ho imparato pure a godere dell’attesa. e a godere di questo tuo momento, questo tuo gonfiore tra le gambe. vorrei lo sentissi adesso il mio cazzo. tu sai come farei? senza mani, senza bocca. solo con il naso a respirartelo tutto. a spalmarmelo sulla faccia, per stamparmi il tuo odore addosso, per sentirti urlare, per sentirti dire che hai voglia. ti respirerei il piscio, le tue mani, il tuo buco, le tue palle, per imprimermi il tuo sapore di uomo, di uomo che ha voglia. pisciami addosso. mollala quella pisciata che trattieni per godere di più. no ora no, te la faccio sospirare. è una cosa preziosa.
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