A viso scoperto*

novembre 14th, 2005 | by p.s.v. |

Le pensioni si ritirano all’ufficio postale. I primi due, tre giorni di ogni nuovo mese. E se devi pagare qualcosa c’è da impazzire. Soprattutto nelle prime ore della giornata. Gli anziani sono i primi ad arrivare. Col sole che batte o con la neve che cade. Loro sono lì. Prima ancora che l’impiegato dia i tre giri di chiave e disinneschi l’antifurto. Soldi da prelevare, anni di sudore, figli da mantenere e niente da vestire. Gli anziani della pensione. Quelli che han lavorato una vita per subire il tempo. E i loro giorni migliori.
Il corpo che cambia, distrutto dal dolore, dalla fatica. E dalla noia. La pensione. La casa. Il giardino. Il bar. Gli amici. E l’ufficio postale. Puzza di sudore acido. Le pensioni si ritirano i primi due, tre giorni di ogni nuovo mese. “Sono i giorni migliori Serena, credimi“. Lei pareva non ascoltarmi. Mi guardava ancora sconvolta. E col colore degli occhi che parlava da solo. La mattina Serena aveva gli occhi bianchi. Io non mi guardavo allo specchio. Mi faceva male. Era stesa sul nostro letto tra lenzuola unte e sporcate dalla cenere. Dei buchi sparsi, gettati a caso e perfettamente arrotondati dalle bruciature dei mozziconi di sigaretta facevano di quel lenzuolo un incubo. Stavamo male. Ma alla fine erano solo cazzi nostri. “Vestiti Serena, che i primi giorni del mese sono i migliori“. Erano le sette della mattina. Non so nemmeno come riuscì a vestirsi quel giorno. Partimmo sulla sua fiat Panda rossa, facendo una buona mezz’ora di strada, raggiungendo un paese a cui eravamo sconosciuti. L’ufficio postale ce l’avevamo lì, ad un centinaio di metri. Avevo parcheggiato l’auto in una strada secondaria. Con tre diverse vie di fuga. Serena prese la guida. Io smontai. Mi accesi l’ultima MS che mi era ancora rimasta. Il sudore lo sentivo nelle mani e avevo una strana tachicardia che aveva preso a battere duro. “Le vecchie” mi ripetevo in silenzio. “Le vecchie c’hanno la borsa e sono facili da fare“. Il motore della panda era acceso. Serena aveva una mano fissa sulla prima marcia. E gli occhi sul mondo. Trecentosessanta gradi di visibilità, in due pupille annebbiate. Contai mentalmente un tre guardando una signora anziana salire la sua graziella blù. Un lampo. Peggio di un flash. In poco meno di due secondi avevo la borsa della donna tra le mie mani e stavo già correndo come un pazzo verso l’auto. In una frazione di secondo, voltai indietro lo sguardo. Non lo so, ma ero a viso scoperto. Girarmi anche solo per un attimo era da idioti. Vidi la vecchia rovinare a terra, sbattendo forte la testa sul cordolo del marciapiede. Girai l’angolo. Ero gia salito in macchina. “Viaaaa! Diocane via“. Serena, trasformata dall’adrenalina era vento. La panda volò. Guardai la borsa con i documenti che mi affrettai a gettare dal finestrino. E poi i soldi. Novecento otta mila lire. “Bel colpo Serena, bel colpo“.
I colpi si sparano. O si parano. Dipende dalle condizioni. Dal vento che tira. O dal sale che brucia. Mi arrestarono una mattina che fuori pioveva. E il sole non aveva fretta di risvegliarsi da un letargo che non voleva finire. Serena aveva passato la notte non so dove. Era qualche giorno, che mancava da casa. La casa dei nostri sogni. Nei deliri di ognuno, quel vecchio appartamento doveva essere il rifugio nostro e dei nostri figli. Che sarebbero serviti per sistemarci. Per toglierci la scimmia, e farci tornare quel bisogno di vivere che da troppo tempo avevamo buttato nel cesso. La sorte, almeno in questo caso, ha visto bene di farli rimanere irreali. Mai nati. Avrebbero visto troppo schifo, concepiti nella merda, nati e vissuti nella fogna. Mi arrestarono che stavo ancora dormendo, in un letto sporcato da avanzi di pizza, lattine di birra vuote e sigarette spente per la mancanza di tabacco o aria. In una frazione di secondo, voltai indietro lo sguardo. Non so perché. Ero a viso scoperto. Girarmi anche solo per un attimo era da idioti. I colpi si sparano. Se hai la mano ferma e una lucidità assassina. In quel momento, con quattro poliziotti dentro la mia stupida camera e altrettanti appostati ai quattro angoli dello stabile, i colpi potevo solo pararli. Punto. La vecchia mi aveva riconosciuto, prima di sprofondare in un sonno da cui si sarebbe svegliata ventuno giorni dopo. Non poterono trattenermi per molto, se non per poco meno di un grammo di eroina di scarsa qualità. La signora entrò in coma dopo la descrizione dell’accaduto e della mia faccia annulata. Ma sul mio conto, in realtà, non c’erano prove concrete. Se non sospetti. Niente che potesse fermare la mia corsa senza retro specchi.
Di Serena non avevo notizie. La ritrovai a casa, strafatta in un bagno di sudore. Non avevo bisogno d’altro. Il sole sorgeva tutti i giorni esplodendo giornate cariche di bello. Mentre noi morivam nel buio più nero. Anche se tenti di evitarlo, prima o poi quello specchio ti riporta pari pari alla tua immagine più vera. I conti arrivano per tutti. Il processo scivolò, cancellato dai miei pensieri per più di un anno e mezzo. Fino alla resa. Il mio legale era riuscito a rinviarlo il più possibile, accumulandolo insieme ad altri tre procedimenti penali in cui ero coinvolto. Col tempo la signora riuscì a ristabilirsi e tornare in sé, anche se con grossi problemi di movimento, per via della frattura al femore dovuta alla terribile caduta al momento dello scippo.
Al processo arrivai teso. Era inverno pieno ed io sudavo. Un odore acido faceva a pugni col mio corpo. Le mani umide. Il viso che trasudava gli ottanta milligrammi di metadone che regolarmente assumevo per riuscire a “stare”. Serena non c’era. In quel momento, dentro quella stanza illuminata da luci gialle al neon, capii forse per la prima volta, di essere solo come un cane. Come in un allucinazione da trip, mi vedevo “dentro” un film storpiato nei suoi colori più vivi. Dove mia madre rideva di me bambino, mentre si faceva sbattere da mio fratello Sergio. Io piangevo di una una solitudine bastarda. In quelle visioni ad occhi aperti non vedevo Serena accanto a me. E questo mi creava un angoscia tale da farmi perdere il respiro. Tornai in me quando il giudice decretò la chiusura del procedimento. Non mi andò poi così male. Ma in quel momento il sudore che mi aveva invaso il corpo e le visioni che continuavano a massacrarmi la testa mi facevano male più della sentenza che mi ero beccato. Non vedevo Serena accanto a me nel domani della mia vita, in questi continui sogni ad occhi aperti. Poi il flash. Che mi svegliò di brutto. Il cuore che pompava sangue avvelenato, iniziò a battere duro. Per i cazzi suoi. Intravidi la signora che avevo scippato. Mi stava guardando seduta in una vecchia sedia in legno ricoperta di finta pelle color marrone. Si alzò con fatica, facendosi aiutare dalla stampella che teneva stretta. Si avvicinò. Io indietreggiai impaurito, cercando con una veloce zoomata, la figura imponente del mio avvocato. Tornai con lo sguardo verso di lei. Un nodo mi stringeva la gola, senza permettermi di deglutire. Ero immobile. Sparati come proiettili mi passarono nella mente tutti i momenti della rapina. L’attesa, lo scippo, la corsa verso la macchina, la signora rovinare a terra, la sua testa sbattere sul cordolo del marciapiede. Tutto. Fino alle sue parole. “Ti posso parlare?“. Non so nemmeno se riuscii a rispondere. Lei continuò senza esitare. “Non sono più stata me stessa da quel giorno. Lasciamo stare le gambe. Oramai sono anziana. Quello che più mi ha ferita è che, per la paura, non riesco ad uscire da sola. Devo essere accompagnata. Sempre. Anche solo per andare al mercato, dal medico. O al bar, quando mi viene voglia di bere un cappuccino caldo. Sai, quelli con la schiuma? Ti ho pensato molto, in tutto questo tempo. Tu sei giovane e davanti a te hai tutta una vita. Io ci credo.” Le lacrime che mi stavano segnando il volto esplosero. Piansi. Piansi per la prima volta dopo molto tempo. Alzai appena lo sguardo. Mi colpirono quegl’occhi carichi di dolcezza. Prima di andarmene, la guardai ancora. A viso scoperto.

  • rimasterizzato per non essere perso. Scritto da p.s.v. e prodotto dalle Officine Meccaniche Inchiostro Presente

Related Posts:

  • No Related Posts
  1. 13 Responses to “A viso scoperto*”

  2. By cyrano on nov 14, 2005 | Reply

    Grazie. Stai bene. Aggiornato link. A presto. Cyrano.

  3. By laflauta on nov 14, 2005 | Reply

    splendido, preci.

  4. By Kub on nov 14, 2005 | Reply

    Conosco dei pensionati che non sanno che cazzo fare e vanno alla posta per perdere un pò di tempo facendo la fila; quando tocca a loro dicono “Prego” al cliente che li segue e si guardano intorno per cercare qualcuno che li ringrazi e magari intavoli un discorso.

    Era ora, cazzo, che ci permettessi di scrivere minchiate anche a noi.

  5. By amara on nov 14, 2005 | Reply

    me lo ricordo bene. e ricordo anche i brividi e la morsa al cuore. come oggi.

  6. By flor on nov 14, 2005 | Reply

    so che non gradisci commenti come questo… pero preci, non riesco a trattemermi… grande pezzo! Un graffio! Me l’ero perso.

  7. By Richard Gekko on nov 15, 2005 | Reply

    I colpi si sparano. O si parano. Dipende dalle condizioni.

    Parole sante.

  8. By tegia on nov 15, 2005 | Reply

    a me i pensionati alla posta sembrano uguali uguali a come dice p.s.v….già lo notai il loro sguardo allucinato presto presto i soldi servono servono e col cazzo che ti fanno passare….erano secoli fa sai….adesso rompo i coglioni perchè non dormo
    e sto da cani

  9. By p.s.v. on nov 15, 2005 | Reply

    Tegia: io mica parlo dei pensionati, in sta specie di raccontino del cazzo

  10. By tegia on nov 15, 2005 | Reply

    lo so…ma ho incrociato le due cose non so perchè...e poi che cazzo vuoi…li conosco tutti i tuoi racconti cosa credi…se mi piace uno lo leggo mica cotica…so tutto di te , di quello che scrivi qui intendo…

  11. By LipsVago on nov 15, 2005 | Reply

    uh!

  12. By Tommy Wack on nov 15, 2005 | Reply

    Non ho il tempo di leggerti, ma voglio vedere se tu mi riconosci ancora :)

  13. By momi on nov 15, 2005 | Reply

    A volte i colpi si prendono senza riuscire a schivarli. A volte fanno ripartire, da zero forse, ma ripartire. A volte ti fermano per sempre.
    Rileggere, fa bene a volte.
    m.

  14. By andrea on nov 17, 2005 | Reply

    io mi sento pensionato e voglio mettermi in questa fila

Post a Comment