Benvenuti nella giungla
settembre 25th, 2005 | by p.s.v. | Mi accendo una sigaretta e stappo la prima birra. La statale Romea da sempre pare strappare quel leggero filo di terra umida all’acqua piatta della laguna di Venezia. E dall’acqua sembra nascere. Allungandosi per tutto il paese, tra paesaggi e persone, acque torbide di fiumi stanchi e pianure. Macchie di colore e fabbriche. Campagne depresse e paesaggi che si muovono. Un unico infinito serpente sporcato dal catrame e avvelenato dai tubi di scarico di milioni di veicoli. Svolto al chilometro quattordici, decidendo per il mare piatto e incolore di Rosa Pineta. “Saluti da Rosa Pineta” scriveva in una cartolina una mano appassita, non molto tempo fa. Io penso alle zanzare che mi aspettano mentre cerco con lo sguardo l’argine dell’Adige per poter pisciare. Oggi devo averli beccati tutti, orinare ai bordi delle strade, che appena sento l’effetto della birra premere sulla vescica, cerco almeno di proteggere la vista degli ultimi vacanzieri infelici che precedo. “Saluti da Rosa Pineta”. È sempre la solita cartolina, storpiata nei suoi colori, a salirmi quasi fosse l’effetto di una sostanza psicotropa. Penso alle zanzare bisognose di piccole gocce di sangue a sfamare la loro sete turistica. Mentre col pensiero torno indietro di qualche anno. Un rewind automatico a ricordare Arlen in preda all’effetto chimico e devastante della coca intrattenere un pubblico di malcapitati, sostenendo che il monumento di benvenuto alle porte di questo paese, era una grossa zanzara in ferro battuto, commissionata dal comune di Rosolina ad un suo cugino di Este.Mi giro tra i polpastrelli una canna di marijuana grossa un dito, cercando tra le tasche dei pantaloni un accendino bic arancione che trovo in mano a mio figlio. Accendo girando gli occhi al cielo. Non piove La signora Caterina è proprietaria del primo bar che ritrovi entrando in paese. Avrà forse settantacinque anni, la schiena ingobbita dal lavoro e un marito con una gamba di legno. Mi accenna un sorriso, non appena mi vede, sapendo che pur in tarda mattinata, avrei ordinato una birra. Mi siedo in un tavolino esterno cercando con lo sguardo il viale portante il centro. Lorenzo scalpita, mentre Baby è ferma osservando con ghigno strano dei capillari nelle gambe che solo lei riesce a vedere. La signora Caterina mi prepara dei panini con il proscitto cotto e la maionese, mentre il marito si siede al tavolo sbuffando. Dice a Baby che ne ha “due coglioni grandi tanto” indicando la vecchia, intenta a far panini dietro il bancone del bar. Poi però, quando Caterina arriva al tavolo col sacchetto di carta marrone, lui la sfiora con la mano. Sorrido premendo l’occhio a Baby mentre stolgo lo sguardo da quel primo stralcio di fiction televisiva racchiusa nello schermo della mia vista, storpiata nell’effetto dai sedici noni con cui viene proiettata. Lo chiamo effetto ganja, perchè non appena aspiro la prima boccata di fumo, i colori della vista diventano immediatamente più intensi e nelle parti superiore e inferiore dello schermo si formano due fascie nere orrizzontali. Dando un senso di appiatimento all’immagine che i miei occhi imprimono sul cervello.
Stento spesso a comprendere come l’uomo, in chissà quale stato delirante possa aver scelto, o esservi stato costretto, gli acquitrini paludosi di questo stretto limbo di terra. Macchia mediterranea tra la depressione della “bassa”, il ventre caldo della laguna, il delta del grande fiume. E il mare. Mi ricredo ricordando la generosità degli orti lungo i grossi argini del fiume Adige e penso a quanto il nostro corpo abbia intrinseco lo spirito e la capacità di adattamento. Riprendo la strada direzione mare, tagliando di netto il paese. Squarciato nei suoi polmoni dalla lamiera metalizzata della mia auto. Rosa Pineta è un ammasso ibrido di case costruite per lo più durante gli anni sessanta, da un manipolo di uomini delle vicine città. Gente che d’un tratto s’è ritrovata con i materssi stracolmi di soldi, magari per aver rischiato il posto sicuro in fonderia, diventando loro stessi imprenditori nella fusione del metallo. O falegnami che son diventati arredatori nello stesso tempo e con la stessa intensità con cui la luce partorita dal giorno ci appare dopo una notte di doglie e travaglio. Contadini arrichiti per aver osato la macchina agricola moderna e geometri capaci di annusare il momento, tirando su case fatte con lo stampo. A Rosa Pineta c’è stata in quegli anni una vera e propria corsa all’oro. Chi aveva i soldi, ma non azzardava la vacanza ai tropici perchè non ancora concepita dalla loro semplicità, veniva qui a costruirsi la casa al mare. In questi luoghi per le prime vacanze sicure e soprattutto vicine ai soldi delle loro ditte, i nuovi pionieri avevano innalzato le loro abitazioni ancor prima che fosse previsto un adeguato piano regolatore, che vi fossero concepite delle strade interne e che la zona potesse essere supportata da un adeguato impianto fognario.
Percorro a passo leggero quell’ultima manciata di metri che ci separano dal mare dove Lorenzo potrà darsi alla gioia, regalando al vento le sue corse a perdere il fiato, l’istinto innato al gioco e quel bisogno di scoprire che invade da sempre le vene del suo esile corpo. Io e Baby noleggiamo un paio di sdrai, pronti a ricevere gli ultimi raggi di un sole oramai stanco e decisamente ingabbiato da un umanità capace solo di vomitare gli scarti dei suoi più mediocri bisogni. Conosco sto posto perchè fin dai diciassette anni ci venivo a fare la stagione. Cercando di non sputtanare tutto ciò che percepivo come cameriere, prima che l’estate volgesse al termine. Ho passato, immerso nell’umidità di queste terre, buona parte delle mie adolescenti stagioni, caricato forse da una eccessiva quantità di testosterone e da buone dosi di sostanze stupefacenti già chimicamente alterate. Regalando i primi amori a ragazzine che si concedevano per una schitarrata di adrenalina, per una canna o per l’eccezionale voglia che l’olfatto scarica nel corpo quando c’hai quell’età. In questi luoghi salmastri ho annusato quella libertà che poi, negli anni, avrei negato al mio stesso olfatto, agli occhi e alla pelle bruciata dal sale. Libertà che non ho più ritrovato, nemmeno quando i viaggi si fecero più lunghi e appassionati e i luoghi da scoprire più incantati. “Non c’è niente, che possa ritornarti la giovinezza, nel momento stesso che, crescendo, la perdi. Quasi a volertela strappare di dosso come vecchi vestiti stanchi. Dismessi perchè non più all’ultimo grido. Quando sei giovane vorresti sentire i tuoi anni scivolare nascondendoti dietro maschere da vissuto che mal si accompagnano ai giorni. Vorresti sentire la pelle rinsecchire al passaggio delle stagioni, stropicciandosi su se stessa come per mostrare quello che ancora non sei. Quando c’hai quell’età è strano, tutto più drammatico.”
“Un sole oramai stanco e decisamente ingabbiato da un umanità capace solo di vomitare gli scarti dei suoi più mediocri bisogni. Ecco gli scarti. Ecco il luogo commune. Ma forse perchè di scarti stiamo parlando” continuò senza esitare Baby “che verrebbe da dire: Ecco la vera meraviglia del mondo. Il luogo comune da cui tutti tentiamo la fuga. Invano”. Dalla borsa levò una Marlboro rossa mrbida. Guardò in una frazione di secondo la direzione dei raggi del sole. Chiuse gli occhi. Dal mio monitor, impostato dall’effetto della canapa sui sedici noni, mi lascio al fluttuare dell’aria fresca di questi primi giorni di settembre, rimanendo vestito con costume e maglietta, al riparo da quei raggi di cui non riesco più a sopportarne il bruciore. Sintonizzato sul canale della vita, guardo la spiaggia rianimarsi dal temporale mattutino, facendo assumere alle scene che invadono la mia vista, le sequenze di un film. “Benvenuti nella giungla”.
Luigi Ceccotto ha quarantadue anni e vive a Vicenza con una moglie e due figli in vetrina. Tutti in svendita. Lavora nel mobilificio del padre da quando, dopo le scuole private, vi è stato inserito come addetto alle vendite. Suo papà ha prima dovuto insistere con i propri fratelli, con cui è socio al trentatrè per cento, per convincerli dell’importanza nell’assunzione del ragazzo. Ma lo sforzo maggiore lo dovette esibire nei confronti dei professori perchè lo lasciassero tranquillo almeno l’ultimo anno di scuola, dopo che due tentativi, Gigi, se lì era già fottuti. Alla fine il diploma di perito meccanico venne strappato unicamente per una cucina nuova, finita chissà come, nella casa del commissario interno della classe del figlio. “El paròn”, come veniva chiamato dai suoi operai, aveva costriuto una casa a Rosa Pineta appena il mobilificio gli aveva permesso di vivere i soldi. L’aveva voluta in stile messicano, quasi che al posto di essere un vecchio falegname e costruttore di casse da morto scopertosi improvvisamente arredatore, si sentisse davvero un pioniere della seconda metà del ventesimo secolo. Come dargli torto Vidi Gigi sbracciaiarsi e venire verso di me non appena il suo olfatto si accorse della mia presenza. Le sue braccia le vedevo lunghe, mentre correndo mi veniva incontro. “Dio cane, guarda chi c’è qui, porco dio
”. Inconfondibile. Gigi Ceccotto era famoso per le sue bestemmie che intercalava da sempre ogni due parole, con una regolarità sorprendente. Le sue lunghe braccia lo facevano apparire goffo e sgraziato. Ma ciò che saltava agli occhi erano le centinaia di nei che ricoprivano la pelle del suo corpo. “Cosa fai qua, dio boia” mi disse con un ghigno strano che evidenziava il suo naso aquilino e la folta chioma di capelli. Mi limitai a sorridergli mentre con una manata saggiava la consistenza della mia spalla destra. “Dai che stasera si fa festa, porco dio. Stasera pago, dio cane. O paga mio papà
”. Si avvicinò a Baby, che fingeva di dormire. Gli tocco il culo e una tetta. Aggiunse un “porca Madonna sei sempre una gran figa
”. Poi tornò da me iniziando una performance di parole e bestemmie che con fatica riuscivo a seguire. Gigi Ceccotto. Aveva raggiunto una buonissima posizione nella ditta di famiglia ed aveva clienti in tutto il nord Italia. Era un venditore nato, non v’è dubbio. Il lavoro e la vendita in particolare erano in lui doti innate. Vendeva mobili con la stessa facilità con cui bestemmiava. O ch’era disposto a fottere sua madre. Negli ultimi anni si era un po’ incasinato con la moglie, “perchè loro non sanno che cosa vuol dire la figa, puttana la madonna”, mi disse, mentre con un cenno della testa indicava Rosanna, sua moglie, sdraiata a prendere il sole pochi metri più in là. Ultimamente le cose parevano essersi sistemate, che ad un certo punto si siede nello sdraio si avvicina e senza farsi sentire da Baby, mi sussura un “l’ho fatta grossa sto giro, dio cane. L’ho fatta davvero sporca”. Un istante di silenzio a caricare l’atmosfera, che con la tensione di uno che sta vivendo gli ultimi giorni di vita, sbotta. “Ho messo incinta una ragazza di vent’anni, dio porco. E la Rosy non sa un cazzo
”. L’effetto della ganja non mi aiutarono di certo. E non aiutarono Gigi. Mi misi a ridere a scuarcia gola e Baby, che aveva sentito tutto, rise con me. Ci alzammo entrambi dopo esserci ripresi, per un caffè al chistro del bagno “Tamerici”. Ero affezionato a questa specie di stabilimento, più perchè all’interno ci lavorava Loredana che per i servizi che mi ofrivano. Che poi mi son sempre portato i panini da casa e oltre ad un caffè e qualche birra ghiacciata, non ci avrei mai preso un cazzo. Ero stato insieme a Loredana nell’estate del mille novecento ottantotto. Lei era una ragazzina infelice di sedici anni, immersa in un corpo da donna che ti lasciava senza parole. Era di statura media ma molto magra. Sua madre o il destino decisero per due grossi seni a sgraziarle il corpo. Per noi ragazzi era comunque un delirio di bomba sessuale. Ci fermammo al tavolino del bar a sorseggiare il caffè e fumare una sigaretta trasportati dalla brezza mentre l’odore salmastro del mare filtrava al mio cervello le parole, sparate come proiettili d’ansia, dallo stomaco di Gigi. Mi sintonizzai nuovamente sul canale della vita, rapito dalle movenze sgembe di Rudy, bagnino di Porto Viro. Saranno stati si e no vent’anni che lavorarava allo stabilimento balneare “Tamerici”. Tarchiato, con il culo basso e una testa enorme, non era certo un bel vedere d’uomo. Appiattito dai sedici noni con cui la vista mi trasmetteva le immagini, Rudy mi apparve più schifoso, grasso e viscido del solito. Portava un costume rosso attilato che disegnava ancor più nettamente le linee marcate del suo corpo. In testa i capelli raccolti in un codino, lottavano per essere lasciati al vento. Erano vent’anni che quella coda da cavallo viveva la sua testa. Ed erano altrettanti anni che lui, viveva in funzione di quella chioma di capelli lunghi e lisci. Non perdeva uno specchio, la vetrina di un negozio o il vetro di un auto in sosta per guardarsi. Andava fiero del suo capello lungo e non esitava a dimostrarlo. Si guardava teso, girandosi entrambi i profili e gonfiava il petto osservando da vicino i bicipiti. Scaricava l’aria trattenuta nei polmoni ed aspirava subito gonfiandosi come un toro. Ma forse, questa fissa dei capelli, era anche l’unica cosa che dava un senso allo squallore della sua vita. Al tempo era stato arrestato un paio di volte perchè sembrava avesse violentato delle ragazzine minorenni ch’erano in ferie da queste parti. Non si è mai davvero saputo nulla di più. Certo che a vederlo, faceva davvero cagare. Dopo un paio di giorni in stato di fermo, fu liberato e continuò ad atteggiarsi da bullo al bagno “Tamerici”. Al tempo pensammo di fargli un regalino. Qualcosa che somigliasse ad un bentornato. Aspettammo un po’ e una mattina si svegliò senza il suo codino. Al telefono raccontò che qualcuno era entrato nella sua camera, l’aveva addormentato con una dose di “roba” e gli aveva fatto lo scalpo. Uscì di casa solo dopo qualche mese, quando riuscì a laccarsi i capelli corti all’indietro, grazie a massicce dosi di gel. Rudy Spavanello di Porto Viro era un perdente con la convizione di saper vincere. Un fallito. Uno a cui bastava l’orecchino al lobo sinistro per sentire di aver fatto qualcosa di vero. Un bullo fermo alla vespa cinquanta special col novanta montato. Tutt’ora ha una vespa cinquanta special col novanta montato. Ma vent’anni di più. “I bulli sono tali solo per quel brevissimo lasco di tempo in cui riescono a dimostrarlo. Poi si fermano al tempo. Lasciano lo spazio senza più riuscire a riemergere. Muoiono”. Forse Rudy Spavanello era morto a diciassette anni. Ci riconobbe ch’eravamo seduti al tavolino del bar. Mi salutò con un una smorfia della bocca. Replicai con un cenno della testa, senza aggiungere niente, che tanto non serviva. “Sto con Loredana” disse cercando la provocazione. “È un paio d’anni. Cosa mi dici?”. Aspirai una boccata di fumo dalla sigaretta che tenevo stretta tra l’indice e il medio della mia mano più sicura. “Che non me ne fotte un cazzo. Questo ti dico. Auguri comunque
”. Andava bene così. Alzandomi dal tavolino pensai che l’unica cosa possibile con Rudy, era lasciar scorrere i discorsi. Farseli rimbalzare. Scivolare. Mi era sempre stato sul cazzo e non capivo come Loredana fosse finita col mettersi insieme ad una merda simile. Sta storia mi stava sul gozzo. Tornai al bar a guardare Loredana lavare delle tazzine di porcellana bianca. La fissai da dietro, muoversi consumata nei suoi trenta tre anni. Vissuti nella più squallida e odorosa delle provincie italiane. Rovigo.
Una birra da mezzo che sono sono già nello sdraio in riva al mare. Non il tempo di un bagno in quest’acqua lurida, che Lorenzo arriva di corsa. Morsica al volo il suo panino con prosciutto e maionese che corre ancora. Luca ed Elisa, i figli di Gigi, lo chiamano al gioco e alla vita. Ho bisogno di due passi. Incerti magari, ma che siano due passi. Con Baby camminiamo mano nella mano fino alla spiaggia libera, poco più in là. Vista dall’alto questo pezzo di banchigia, rubato dalla natura agli stabilimenti balneari, appare come un insieme di campi, coltivati dalle più svariate colture. Un po’ come dall’alto dei colli punti lo sguardo sui terreni delle campagne marchigiane. Qui, il colore degli asciugamani, degli zaini, delle stesse persone e di qualche raro ombrellone variopinto, storpiano nuovamente la mia percezione visiva. Ed è ancora la “vita” della gente ad accendere quella fiammata strana con cui da sempre iniziano le mie visioni. Guardando questo ammasso di persone, vengo catapultato dentro il più squallido dei discount alimentari. Un supermercato tedesco per extracomunitari italiani che si azzuffano per l’ultimo panino con salsiccia e cipolla, si sfiancano in assurde partite di pallavolo in due metri quadri di sabbia, cantando l’ultima hit discografica con accento veneto. C’è chi parla e chi beve, chi pettegola e chi sussurra all’amica le proprie vicende amorose. Chi mostra il costume comprato tirando il prezzo al negro, costringendolo a perdere anche l’unico euro di guadagno. Mi sale un filo di depressione, mentre guardo un gruppo di ragazzine imbottire di carne umana e cellulite, dei bikini alla moda. Rotoli di grasso dipinti da tattoo, costringono lo sguardo indiscreto della mia vista, a fissarli. Una ragazzina sui diciassette sta prendendo l’ultimo sole della stagione con un paio di jeans addosso. Forse si vergogna di quel culo enorme con cui deve convivere. O forse vuole solo far vedere l’ultimo modello della Diesel, comprato fallato perchè fino a lì poteva arrivare coi soldi. I rotoli di grasso della pancia, fanno quasi a pugni con la cintura, cercando di strappare un inutile respiro. Nell’ombelico un pearcing, ad attirare lo sguardo delle persone su quello squallido e grasso stomaco ruminante. Poco più in là una famiglia sta mangiando. Una mamma sui cento chili ha aperto il frigo portatile e sta distribuendo il cibo sopra un asciugamano che funge da tovaglia. C’è da mangiare per una settimana intera, ma i tre figli faranno presto a divorare il tutto. Il marito guarda la scena con faccia schifata, mentre cerca di non pensare alla moglie, qualche metro più in là. È steso sopra un asciugamano a fiori, preso al volo dal bidè del bagno di casa. Tra le mani il colore rosa di un quotidiano, unico aggancio “culturale” alle faccende del mondo. “Sono dentro la vita di questo ammasso di gente. Sono immerso tra i loro pensieri. Cammino in questo groviglio di desideri nascosti. Di voglie, di dolori e vergogne. Sono la gente”. Baby, mi guarda. Capisce che ho bisogno di parlare. Di vomitare quello che lo stomaco ha accumulato durante il giorno. Attacco non appena i nostri sguardi si incontrano. “Penso che gli altri siano uno specchio per tutti noi. Nella vita della gente vedo riflessa la mia. E se provo schifo guardando qualcosa o qualcuno, beh! in quel momento mi faccio schifo anch’io. Prova a stare più attenta alle reazioni che hai nei confronti dell’altro. Belle o brutte che siano, prova a dare un nome a quel che provi. Cioè, non so se mi spiego! Ma se guardando una puttana ti senti eccitato o se guardare un negro che sopravvive con l’elemosina ti schifa, prova a capire da dove arrivano questi sentimenti. Chi te li ha trasmessi, fatti scorrere dentro. Incancreniti nel cervello. Gli altri non sono che lo specchio della cultura in cui siamo cresciuti, che abbiamo vissuto, vinto o perso. Gli altri, alla fine, siamo noi. Tutti un po’ puttane, un po’ schiavi, un po’ tagliati fuori, un po’ negri. Il problema alla fine è che guardarci dentro ci fa sempre paura! E allora spesso ci si rifugia dietro un “non so che dire”, oppure “questo è un problema grosso”, o peggio ancora “è tutta colpa della società in cui viviamo”. No, il problema non sono le troie, gli extracomunitari, i terroni, i tossici o la cazzo di società in cui viviamo. Il problema siamo noi. Noi che ci facciamo schifo, noi che non ci accettiamo così, noi che non ci capiamo. Noi che giudichiamo Siamo noi questo ammasso di asciugamani. Questo carico di borsette taroccate. Questi luridi piercing inchiodati su rotoli di grasso. Siamo noi gli scarti dei più mediocri bisogni del sole. Il luogo comune”. Benvenuti nella giungla.


3 Responses to “Benvenuti nella giungla”
By Maurizio Spagna on gen 12, 2010 | Reply
VERSUS
…la giungla è nell’uomo
ed ogni giorno necessita di trappole
e sfoghi…
(VERSUS)
La disordinata crescita
Si posa
Sulla bocca e sull’orecchio
Ed il vertebrato
Itinerario sbuccia un urlo lontano.
Queste situazioni
Sono suoni
Voci individualiste
Facchini o fachiri
Che oltrepassano
L’intima giornata
O l’ultima liana afferrata?
Amico intricato ed instancabile
Ti resta da percorrere
Un luogo poco ospitale
O malsicuro?
Una fitta al cuore
Si trasporterà in sera
E il frutto della tua originalità
Raggiungerà casa Oceano?
La foga per una quiete
Si sconta al centro stesso
Del tuo contro stesso
Intrappolato in una rete
Come quando tutto di noi nasce o muore?
Mangeremo terra di terreni
Coperta dai poderi del potere
E il significato libero
Sarà il polmone di Mondi
Sfatti o sfitti?
Arriveremo incamminati
E tutti aspetteremo
Il da farsi?
Ciò che occorre è lottato?
(VERSUS)
La disordinata crescita
Si posa
Sulla bocca ingorda
Di un urlo lontano e distribuito
In un’ insidia
In un ostacolo
In una metropoli…
Il Monopoli/o di ogni giocatore
ad ore.
©
da “Ammissioni”
di Maurizio Spagna
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info@ilrotoversi.com
L’ideatore
paroliere, scrittore e poeta al leggìo-