Bob
gennaio 8th, 2008 | by p.s.v. |Avere una famiglia di facciata e il bisogno di continuare a fuggire la vita. Il sentimento sbandierato e la rabbia per distruggerlo. La vicinanza all’altro e 1000 buoni motivi per fottere il mondo. Professare la parola al cospetto della chiusura del tuo personalissimo udito. Ecco chi sei. Tutto e il contrario di tutto. In un momento di paranoia potresti leggere i tuoi occhi. Provare a crederti per davvero. Sei nato per evitare una fatica. E cresciuto protetto dalla chiusura di una famiglia senza collante. Sei stato obbligato ad accettare il contrario delle cose. L’opposto dei fatti. Le scorciatoie più fragili per raggiungere il nulla. Fingevi interviste allo specchio. Giocavi partite di calcio da solo, al buio di un giardino protetto da ampie siepi. Ovvio che i gol non potevi che segnarli tu. Cantavi da solo facendoti applaudire da un pubblico registrato da un mangia cassette grundig. Hai imparato a suonare la chitarra a metà. L’altra mezza l’ha rinunciata la sconfitta del tuo impacciato fisico, grasso a fronte dei segni. Storpiato nei suoi tratti maschili. Ti vergognavi delle gambe e delle caviglie da femmina larga. E femmina crescevi. Le mutandine della signora accanto, fregate in una giornata di pioggia, sono servite per la prima di un’infinita raccolta di travestimenti. E le calze della Gianna? Te le ricordi quelle? Le indossavi nei pomeriggi di sole, quando i raggi potevano asciugarle. E ti sentivi donna, dentro quel garage sistemato in modo maniacale da tuo padre, che c’era della 11 della sera alle 7 del mattino. Praticamente mai. Sei stato bravissimo a descrive in quaderni a righe, le partite che sentivi alla radio. Ma non andavi oltre. In matematica ti ha promosso l’amicizia di tua madre con la maestra. Niente più. Le partite nella squadra del paese le vivevi cercando di non giocare la palla. Badavi l’avversario per non subire i fischi alla tua indecisione. La campana di vetro fa brutti scherzi. Non permette di crescere quando è il momento. Ricordi la partita più importante della tua carriera? Impossibile. Ti sei sentito male la notte precedente l’incontro. Un dolore impossibile da sopportare. E diagnosticare. Le ragazzine che pretendevano un bacio scappavano col ricordo dei tuoi riccioli incattiviti dall’umidità. Crespi in mancanza di gel. Non eri bello, certo. E ti impauriva farti scoprire femmina a 14 anni. Bullo per nascondere un marchio che in realtà ti era stato donato. Bastava viversi, non credi? Bastava guardarsi allo specchio di tanto in tanto, magari vestito con quel paio di collant color carne fregati in una della tante giornate di sole che a primavera nascono come farfalle. Bullo per non essere attaccato perché avresti perso ogni confronto fisico. Ricordi le gocce di pipì che ti bagnavano i pantaloni non appena il rischio si faceva sentire? Hai sempre reagito così, a fronte di uno spavento, o alla possibilità di una rissa. Alla violenza che tu stesso innescavi. Codardo. La più immediata delle parole per descriverti. Hai comprato l’amicizia degli altri vendendo fumo e arroganza, quando gli anni passavano e a fare il bullo non serviva più. Gesticolavi le lettere e i discorsi. Componevi frasi senza senso. Bastava far rimanere tutti senza fiato e nell’impossibilità di una risposta. Il discorso non reggeva il senso.
Valeria è stata la tua prima ragazzina. Sfinita t’ha lasciato per Andrea. Che rispetto a te, aveva la vespa px 125 e molta meno strafottenza. Non sei mai stato niente. Nascosto tra le gonne di una madre in perenne attesa di un maschio inesistente. Sei stato difeso comunque, ovunque. Qualunque cosa sia. Era cattiva Michela, diceva tua madre, quando l’aggredivi a parole e botte perché aveva partecipato alla cena di classe. O perché rispondeva ad un messaggio col vecchio motorola che controllavi con fare maniacale. Un senso di colpa infernale nei suoi confronti per averle rubato le mutandine ed il nylon dei suoi collant. Da qui l’attacco al tuo tradimento mai ammesso. Allo sentirti sporco. Vietato. Annullato nella tua parte maschia. Come quando dopo mesi avete provato a fare l’amore. Ti sei innervosito per la sua insistenza. Per il suo bisogno di concedersi. “Puttana” le hai gridato. Talmente forte da far partecipare alla cena tutta la tua famiglia. L’attacco è l’unica vera possibilità di vittoria a fronte di una sconfitta annunciata. Era arrivato il momento e le vie di fuga per non fare l’amore erano davvero poche. O simulavi un malore come in quella partita di calcio. O attaccavi la preda. Distruggendola nel cervello. Nella dignità. Nel sesso. Quel sesso mai accettato in te stesso. Il tuo pisello moscio non concedeva spazio all’irruenza sessuale e alla carica di odori emanati da Michela. E quindi parlavi. Parlavi e parlavi ancora. Parlavi per non sentire il problema che inutilmente quella tua compagna tentava di disegnare davanti ai tuoi occhi blu. Il cibo per sfogare la rabbia. Le parole per sentire che esistevi comunque un gradino sopra gli altri. Sopra la gente, sopra i compagni di università che nel frattempo avevano visto scritto il tuo nome nelle pagine della loro vita. Esistevi sopra la tua stessa famiglia. Sopra Raffaella, il cane di casa. Un meticcio che tua madre cresceva come un secondo figlio. Aveva una lavatrice tutta per lui e mangiava a tavola, nel posto lasciato libero dal secondogenito in realtà mai arrivato per poterti donare completamente quel piccolo mondo familiare. Fallimenti compresi.
Le tue parole servivano per giustificare il cambio di università, il fallimento del tuo fisico che non si accordava con le note liete dell’intimo femminile che sceglievi per godere e sentirti donna. Anche se quei riccioli stirati con la piastra risaltavano la lunghezza del capello, e quel reggiseno taglia terza era appropriato a quel giro di grasso esploso all’altezza delle tette. La pancia era un problema, ammettilo. Anche se nei tuoi sogni, nella tua autodifesa, nella perenne giustificazione con cui sei cresciuto, il grasso che marcava il tuo corpo ti faceva sentire ancora più una puttana slabbrata. Passata a far bocchini in una desolata metropoli degli anni ottanta prima, e ad un freddo e nebbioso veneto poi. E ancora parole. Parole che uscivano da un cervello nato calcolatore. Leggevi i giornali per imparare le frasi dei politici a memoria. Le avresti dettate alla tua bocca con fare semplice e disinvolto. Leggevi le indicazioni del detersivo per il bucato a mano. I tuoi capi più intimi non potevano rovinarsi e rovinare le foto in autoscatto. Leggevi le controindicazioni dei farmici che tua madre ti somministrava. Aspirina come prevenzione al raffreddore. Leggevi qualsiasi cosa avrebbe potuto servire alla dialettica. E allo stupore altrui.
Per finire al tiepido sole di questi giorni strani. Per finire a fidanzarti con Marisa, la tua ultima cavia. Impaurita più d’ogni altra cosa ai rapporti sessuali, ma attratta in modo perverso nell’essere umiliata con violenza ed arroganza dall’uomo della propria vita. Perfetta per i tuoi giochi, non credi? Attacchi per non essere scoperto. Attacchi per non sentirti in colpa. Chi vince gode, in genere. Parla Bob, continua a marcare la tua dialettica per nascondere i tuoi sensi di colpa. E l’incapacità ad affrontare la vita comune. Parla Bob. Fallo ancora, dai.
racconti, uomini, vita, sessualità, problematiche relazionali

3 Responses to “Bob”
By Richard Gekko on gen 9, 2008 | Reply
Questo Bob mi ricorda il Bob ciccione tettone di SEV7N. Dovvrebbe risultarmi antipatico ma non posso fare a meno di provare compassione per lui. Forza Bob, fai quello che ti riesce meglio: stordiscici di chiacchiere.
Però quell’andrea con il px 125…
By Shot on gen 11, 2008 | Reply
Bob….grande oratore…ma non sento la sua voce….sarò forse sorda di sentimenti?
By p.s.v. on gen 11, 2008 | Reply
@ Shot Bob non parla in questo caso. Mai. Bob parla tanto nella vita. per mascherare la sua mancanza di sentimenti. Hai letto quel che volevo trasmettere Shot