Gianluigi, la zia. E il Don

ottobre 25th, 2006 | by p.s.v. |

L’arrivo alle otto del mattino, puntuale a tracciare la strada nel traffico più caotico. Fiat Uno sotto il culo. Sempre quella, coi suoi 16 anni e 346000 chilometri lasciati all’asfalto della provincia. Mai superata nei suoi confini. Il riporto preciso, mai scomposto così come la voce calma. Non un’alterazione vocale nemmeno a fronte di problemi grossi, evidenti. Che potrebbe tranquillamente fottere, per non esserne il produttore. Ma che accetta di risolvere avvolto nel suo cardigan amaranto che copre una delle due camicie in possesso. Coi quadri blu. Una sposa sconosciuta in perenne attesa. E gli anni. Che passano veloci come fulmini. Lasciando il tuo traguardo sempre immobile. Il decaffeinato della mattina e il macchiatone delle tredici gustato amaro dopo aver mangiato uno dei suoi piatti più leggeri e non colorati. Quel lavoro mai interrotto, mai scucito di dosso. Mai odiato. Nemmeno per un solo giorno. Preparato a livello maniacale. Ragioniere della vita e dell’aldilà. Perché la morte ti può sorprendere cattiva anche nei tuoi giorni più salati. Gianluigi Mateazzi, nato freddo, il primo giorno del tempo. Targato dicembre, millenovecentoquarantuno. Il padre, ragioniere alla Lanerossi, lo aveva fatto crescere da una zia sposata, ma incapace per destino, a proliferare. Si era adeguata coi conigli, ma voi mettere un bambino? Gianluigi pareva al caso suo. La mamma abbandonata in una via del centro, di un paese che non esiste più. Il destino lo volle bianco come il padre e imbarcato sulla nave del ritorno. Zia Graziella, campana di vetro stabile. Protettrice di una strada non ancora asfaltata, ma ben disegnata nel suo senso. I giorni controllati ed evidenziati nelle festività. Calendari nel nome di dio a segnare un Italia che con fatica affrontava il suo inverno più difficile. Ma non per questo meno bello. Un giorno per errore bacio la sposa destinata al prete di casa, nelle sue notti anonime e travestite. Se ne vergognò per anni ed anni, fino a che passò nel dimenticatoio. Ma che trauma quel bacio sporco di rossetto. Dato ad una puttana che aspettava qualcos’altro. Probabilmente proprio quel cazzo ancora pulito. E da passare con la saliva. Il prete la scopava di notte. Amava quelle tette piccoline coi capezzoli duri. Lei si spogliava e poi pisciava. Dritto nella bocca che alla domenica predicava e il venerdì assolveva. Amava il piscio di Graziella, Don Severino Magnabosco. Amava, finito ogni rapporto, sporcare la sua lingua con un pezzetto di merda che chiedeva in regalo alla sua musa. Graziella doveva aspettare e tenere stretta la cagata del mattino tra le chiappe, se sapeva che quella notte toccava. Un giorno Don Severino volle Gianluigi in chiesa per rimettere a posto la capanna del presepe e ritrovare gesù bambino, perso nella confusione del sottoscala. Era natale, chiuse le porte con due giri di chiave e si infilò sotto l’altare, per uscire in due minuti travestito con i collant di Graziella, mutandine e reggiseno. Pareva un omone disegnato. Distorto. Contorto. Aspettò con pazienza la fuga inutile di Gianluigi. Che se lo assicurò. Partì un pompino naturale, con tanto di leccate tra i coglioni. Gianluigi che all’inizio dei suoi giorni più bastardi trasmetteva quella sua paura al mondo che nelle sue paranoie, lo stava a guardare, lo baciò, mentre si faceva scopare. Godere. Eiaculazione mista anche nei tempi ma buona da assaporare. E’ così che anche oggi, con la sua Fiat Uno bianca, Gianluigi a sessant’anni suonati, parcheggia nell’unico pezzo buio della piazza, e si traveste. Sperando in qualche bambino fragile. Che gli ripassi la giovinezza protetta da una madre che non era e un prete di campagna con la voglia nascosta tra il tessuto nero e la sua personalità. Padre nostro che sei nei cieli, sia santificato il tuo nome. Venga il tuo regno,sia fatta la tua volontà. Come in cielo così in terra, dacci oggi il nostro pane quotidiano. E rimetti a noi i nostri debiti, come noi lì rimettiamo ai nostri debitori. E non ci indurre in tentazione, ma liberaci dal male.
Amen.

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  1. 7 Responses to “Gianluigi, la zia. E il Don”

  2. By Sgrufoletta on ott 25, 2006 | Reply

    Amen!
    Sempre unico.

  3. By ventodipolente on ott 26, 2006 | Reply

    amen fratello, bello tosto il racconto, quando inizieranno a farli trombare e proliferare i preti inizieremo ad avere meno problemi con peccati e peccatucci ed inizieranno a vedere che il male risiede nel dominio della libertà altrui, nella connivenza con i delinquenti con gli assaassini e con gli sfruttatori, il tutto nelle accezioni ampie dei termini…ho un’amica che si è ripresa da una storia con un bacherozzo, il torto non risiede solo da una parte…sia ben chiaro, ma quello che mi fa incazzare è l’impalcatura della chiesa precotta e predigerita, dato che sa che questi inconvenienti sono all’ordine del giorno, la minchia tira e la topa pure…e la maggior parte degli italiani sono sessualmente repressi perchè ci tengono stretti per le palle con il ricatto del peccato…un abbraccio fratello

  4. By FulviaLeopardi on ott 26, 2006 | Reply

    vento: ma un sacco di preti già si danno da fare, è che come mezza italia predicano bene e razzolano malissimo

  5. By Richard Gekko on ott 26, 2006 | Reply

    Cristo l’ aveva detto: “vi mando come agnelli in mezzo ai lupi” e i lupi non di rado sono proprio loro!

  6. By MimiJoy on ott 26, 2006 | Reply

    E’ tutto vero… tutto vero… Talmente vero che l’orrore non scandalizza più, non c’è clamore, stupore. Succede. E’ tutto vero nonostante le preghiere.

    Bax

    MJ

  7. By Shotenzenjin on ott 26, 2006 | Reply

    ma santo e benedetto cazzo…..
    non lo sai che alla fine del padre nostro l’amen non si dice?
    ehhhhhh….grave peccato….

  8. By JohnnyDurelli on ott 27, 2006 | Reply

    Il tuo solito vero, forte, deciso e bellissimo cazzotto nello stomaco. Sempre più speciale, Preci.

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