I giorni di Crizia
ottobre 4th, 2006 | by p.s.v. |Per oscarblog.it
Che poi da un blog non si arriva a niente. Mai. Aver settacciato splinder per ore, forse giorni, l’unica cosa emersa era la maschera di una ragazza per bene. Un po’ come tutti i bloggers hanno imparato a fare. E fanno. Gli inquirenti, il tempo lo avevano perso tra le pagine di quel diario virtuale che poco s’adattava alla vita di Crizia. Una favola per raccontare e raccontarsi quello che non si è stati mai. Questo è il blog. La solitudine, l’amaro di una vita persa, l’illusione di potercela ancora fare, i pugni nello stomaco e le bugie raccontate a se stessa. Niente di tutto ciò emergeva in quelle poche paginette tutte uguali. Tutto doveva rimanere assolutamente nascosto per poter reggere la parte. Simulare. In realtà bansheeblog nascondeva null’altro che le fantasie della gente. E nulla più, che il personalissimo sogno di Crizia. “Vorrei essere…“. Aveva costruito la sua immagine, dipingendo un quadro con mille colori diversi. Lasciando ai vicini, ai pochi conoscenti, ai propri lettori la possibilità di rielaborare il disegno tramite le sfumature. Pensieri, tragici e disperati ma al tempo stesso bellissimi amori, voglie tra le più eccitanti, desideri da tenere nascosti tra le gambe. Crizia era agli occhi di tutti una ragazza di una bellezza disarmante.
Eravamo stati insieme sempre, io e Crizia. Di quegli amori che vivono comunque. E ovunque. Anche a mille chilometri di distanza. O addirittura in un altro letto, abbracciati ad un corpo diverso.
Ero stato sentito dal Maresciallo Ascolla del nucleo operativo di Vicenza e dal giudice Di Biase poi, come persona interessata dei fatti. Erano risaliti al mio nome, tramite una minuziosa operazione di setaccio del web log. Dopo che Crizia fu trovata morta, di una morte apparentemente senza senso, fui il primo ad essere ascoltato, controllato, seguito ed intercettato. Non avevano elementi, se non un blog che poco raccontava la realtà dei suoi giorni. I giorni di Crizia erano tutt’altro. E non parlavano certo dell’azzurro del mare o della bellezza dell’amore. I giorni di Crizia non parlavano di una vita normale, di un bambino da accudire, di un letto da rifare. Negli interrogatori parlai dei giorni di Crizia. Il suo dolore, le sconfitte più crude, le pugnalate della gente, il tremore dello stomaco, la sua insicurezza. E il suo bisogno più grande. Essere amata, permettendo così a se stessa di riprendersi tutto ciò che fin dall’inizio dei suoi giorni le era stato negato. Vittima di un concepimento balordo, di una fuga notturna tra i campi, di un rapporto durato non più di cinque minuti. Vittima e al tempo stesso colpevole di aver trasformato una bellissima festa in una vita andata a puttane. Parlai a lungo col maresciallo Ascolla, che stranamente aveva la capacità di farmi sentire a mio agio. Ma su tutto non dava per scontato ch’io fossi il colpevole. Nei giorni di Crizia, il rapporto tra me e il Marescialo si fece sempre più intenso. Partito con timidezza, pativa la mia soggezione nei confronti dell’autorità. Ma nascosta tra le domande, percepii una sorta di attrazione per quel mio essere così istintivo che mai, nel tempo, s’era permesso di vivere. I giorni di Crizia fecero in modo che due persone così apparentemente lontane s’avvicinassero quel tanto da riuscire a capirsi, accettando modi completamente diversi di cogliere la vita, nelle sue mille sfumature. Il maresciallo mi stava pure simpatico, anche se spesso mi chiedevo se quell’atteggiamento lo manteneva per arrivare a farmi vomitare la verità, facendomi ammettere la mia responsabilità sulla morte della ragazza. Ma erano solo dei piccoli flash, poi quella faccia rotonda rasata dei pochi capelli rimasti, mi tornava simpatica. La differenza d’età oramai non la coglieva più nessuno ed io, tra il sale delle lacrime e l’amaro di una dianarossamorbida, continuavo a narrare senza sosta i giorni di Crizia. Con dei dubbi allucinanti che, piano, iniziavano ad invadere il mio corpo. La mente
Stavamo male quel giorno. E Crizia era bella lo stesso. Sole. Stella. Ma stavamo male. Rino me lo aveva detto chiaro, sputandomi in faccia. “Vai a fare in culoFino a che non mi porti i soldi che avanzo, non ti do un cazzo di niente. Caricai la pistola a salve. Erano le dieci di una sera che sapeva di sudore freddo. Crizia si vestì come sapeva. Una mini da lasciare spazio ai sogni. Un paio di collant velati neri. Venti danari che facevano della sua pelle qualcosa da accarezzare. Toccare. Leccare. Ingranai la prima e partimmo per l’inferno. Non ci bastavano i cinquanta euro di una scopata. E il fisico di Crizia non ne avrebbe rette più di tre
Il piano doveva essere un altro. Crizia smontò nel solito posto del cazzo. Smontò dall’auto nel buio più nero. Statale 260. Il primo pezzo di tangenziale era territorio della mafia dell’est. Prostitute slave, ucraine. Rumene. Più avanti le Africane. Noi ci piazzavamo in mezzo. Nessuno ci diceva niente. Mai
Crizia era bella. Gli mandai un bacio, mentre partii lasciandola sola. Un coltello a serramanico nella borsetta era l’unica difesa che poteva avere. Mi girai a guardarla per l’ultima volta. Cazzo che magra. Nascosi la macchina tra gli alberi di un boschetto non tanto distante. Feci ancora una decina di metri a piedi trovando sul tronco di albero tagliato un posto comodo su cui sedere. Mi feci tutta la coca che ancora mi era rimasta. Silenzio. Non volevo casini quando c’era da aspettare il colpo. Mi accertai che la pistola fosse carica. Una serie di sei lattine di birra marchiate Heineken mi facevano compagnia, in questa sporca ma utile attesa. Il ritmo delle sigarette che accendevo segnavano il tempo, quando all’improvviso, vidi due fari bianchi risalire la stradina sterrata. Mi nascosi dietro un cespuglio. Ero carico. L’auto si fermò. Alla guida un uomo stempiato sulla cinquantina. Al suo fianco Crizia. Aspettavo, col cuore che batteva sul corpo, martellate che facevano male. Vedevo la sagoma nera di Crizia muoversi. Ma dovevo aspettare il segnale. L’uomo si voltò verso di lei. Le sue grasse mani tra le gambe fragili di Crizia, risalire fino a toccargli la figa, ancora coperta da un paio di mutadine e dai collant. Quando nel buio silenzioso della notte, un grido di dolore e rabbia, fermò quasi il tempo. Sbucai fuori dal cespuglio con la pistola stretta tra le mani. I denti che mordevano le labbra fino a segnarle di sangue. Un calcio alla portiera della macchina. E la pistola puntata sulla testa del deficiente malcapitato.
-”Fuori coglione, esci fuori che ti faccio un buco nella testa. Vieni fuori piano testadicazzo. Piano che ti ammazzo“.
-”Cosa faiiii…lasciami andare ti prego…non ho fatto niente…vi prego lasciatemi
“.
-”Senti testa di cazzo cosa volevi fare a questa ragazzina, eh? Lo sai che lei ti può denunciare adesso, merda di uomoLo sai che ti aveva solo chiesto un passaggio in macchina? E tu invece te la volevi fottere. Stronzo
”
Avevo le mascelle talmente rigide che quasi si stavano spaccando. La pistola ancora puntata a dieci centimetri dal volto dell’uomo. Un ‘adrenalina che faticavo a trattenere. Crizia si avvicinò all’uomo. Tranquilla come lei sapeva fare.
-”Senti capellone…tu non la vuoi una denuncia per violenza sessuale ad una minorenne, vero?“.
-”Lasciatemi vi prego…lasciatemiiii…“.
-”Ti costerebbe cosa brutto testa di cazzo eh? E tua moglie? Me lo dici che cazzo farebbe la tua bella mogliettina? Te li farebbe vedere i figli di tanto in tanto? Io ti denuncio coglioncino che seiIo te la faccio pagare. Lo sai questo, brutto depravato?“.
Crizia credo stesse vomitando tutta la rabbia che aveva accumulato nel tempo, nei miei confronti, nei confronti della strada e della vita di merda che stavamo facendo da tanti, troppi anni.
-”Vi do tutto quello che ho ma lasciatemi andare vi prego. Vi scongiuro lasciatemiiii“.
L’uomo aveva davvero paura. La mia pistola era ancora puntata sulle tempie. Vidi una lacrima scorrergli il viso.
-”Prendi i soldi che hai e buttali a terra. MuovitiiiFrociodimerda
“.
Tremando gettò a terra duecentotrenta euro, che teneva ben conservati nella tasca interna della giacca. Crizia raccolse i soldi e li assicurò tra le sue mutandine. Si voltò verso l’uomo. Lo guardò fisso negli occhi. Ci fu un attimo di silenzio interrotto solo dal rumore dei miei denti che si masticavano tra loro.
-”Ascoltami bene” attaccò “se non vuoi finire nella merda, con una bella denuncia sul collo, sarà meglio per te fare il bravo“.
L’uomo guardava a terra, impaurito, senza dire niente.
-”E la prossima volta coglioncino depravato non andare con le ragazzine che hanno l’età di tua figlia“.
Nello stomaco avevo una carica di dinamite che stava per esplodere. Stavo per partire con un destro imbottito di rabbia, che Crizia mi fermò.
-”Non rovinare tutto stronzo. E andiamocene di qua“.
Partimmo. Crizia si mise al volante. Io ero troppo strafatto di coca per poter guidare. Mi voltai indietro. L’uomo era ancora fermo. Lo vidi portarsi le mani in faccia e lasciarsi andare ginocchia a terra. Che un grido evaporò fin dentro la macchina.
-”Questa me la paghi puttana. Prima o poi me la paghiiiii“.
Alzai lo sguardo asciugandomi gli occhi da lacrime ch’erano diventate lame. Guardai l’uomo che avevo di fronte, senza per forza far caso alla divisa. Fissai lo sguardo sul gesticolare nervoso di quelle sue mani pesanti. L’immagine di quell’uomo inginocchiato alla vita, continuavano a passarmi il cervello, mentre una voce rotta dalla disperazione gridava senza sosta “puttana, me la paghi” alle mie orecchie. Mi fermai in un attimo, alzai i tacchi e senza dire niente, me ne andai.


13 Responses to “I giorni di Crizia”
By FulviaLeopardi on ott 4, 2006 | Reply
uno dei migliori che ho letto fin’ora, complimenti preci
By Mari on ott 4, 2006 | Reply
Lascia senza parole e con lo stomaco contorto.
By erinn78 on ott 4, 2006 | Reply
Complimenti. Peccato la lunghezza.. :(
By Flor on ott 4, 2006 | Reply
grade!
By lavalanga on ott 4, 2006 | Reply
Mi sto leggendo le varie storie di Crizia, poi ti dirò :)
By burt on ott 4, 2006 | Reply
bello bello
By emisola on ott 4, 2006 | Reply
“Eravamo stati insieme sempre, io e Crizia. Di quegli amori che vivono comunque. E ovunque. Anche a mille chilometri di distanza. O addirittura in un altro letto, abbracciati ad un corpo diverso”.
By ventodipolente on ott 5, 2006 | Reply
pisciando su tutti i miei principi vorrei essere in certi momenti un vendicatore mascherato, insomma un cazzoncello che ripara le ingiustizie del mondo, una volta indossato un costumino del menga…ed invece sono qui a sbraitare contro quello che ritengo sbagliato…e nel mondo reale a lottare nei limiti della legalità mentre il mio nemico non sa nemmeno cazzo voglia dire legalità...parlo di figli di puttana con eserciti di legali che spremono gli esseri umani fino a farli cadere nei posti più infimi, mentre loro con le iniziative umanitarie puliscono i delitti contro la dignità e il futuro delle persone, con una coscenza che abbaglia per quanto è bianca e luminosa
By FulviaLeopardi on ott 5, 2006 | Reply
@ ventodipolente: lottare contro qualcosa è quello che facciamo quasi tutti, dovremmo essere molti di più ma mi sa che l’italica mania di giocare allo scarica barile è viva e lotta con(tro) di noi
By Flor on ott 5, 2006 | Reply
(Ma pensa te se mi offendo, Preci :-)
L’autunno non è poi così male… a me piace. Ha un’atmosfera un po’ malinconica a volte, ma ricca di colori e profumi… hai presente quello di uva fragola? Un abbraccio)
By FulviaLeopardi on ott 6, 2006 | Reply
‘ngiorno preci
By missmidnight on ott 6, 2006 | Reply
Prova vista.
By inopera on ott 6, 2006 | Reply
spacchi psv…forse il finale, che mi lascia sempre in sospeso…ma spacchi