La primavera è solo un dispetto

luglio 10th, 2008 | by p.s.v. |

E’ a primavera che a Brando Vivian gli si spengono le luci del cervello. O si accendono, dipende sempre dalla direzione da cui guardi il mare. O te stesso. Brando Vivian, classe 1968 a primavera sente spegnersi tutto. Sente il suo corpo invecchiare immediatamente di un anno, il cervello spappolarsi a fronte di una vita un po’ così, le ginocchia perdere d’un colpo il loro calore naturale, tutto in un attimo, come se quell’anno fosse trascorso in un giorno. A primavera a Brando inizia a puzzargli il fiato di merda e i piedi di letame. L’odore nauseabondo delle ascelle diventa incontrollabile anche al profumo del deodorante comprato al supermercato. Comunque sia lui suda freddo e caldo e schifo e vomito e morte insieme. A primavera Brando Vivian è un uomo finito, sconfitto, umiliato, vinto. A primavera Brando Vivian comincia a sentirsi più ostile con se stesso. Più strano del solito. Più fiacco. La mente non risponde alle chiamate, la voglia non si accende, il cazzo non regge una scopata, la lingua non emana al cervello il gusto che dovrebbe. A primavera Brando Vivian è un uomo morto che vivacchia le proprie giornate così, come gli vengono.

Brando Vivian ha due figli e una moglie che gli fa schifo. Ha dovuto lasciare tutto, Brando, quando 11 anni fa si fece scopare da Marina, una ragazzotta in carne che, ubriaca, lo tirò matto per un pompino. Matto nel senso che era lei a volerglielo fare a tutti i costi. Brando smise di vivere 15 giorni dopo quando Marina la grassa, che alla fine s’era scopato, gli disse di essere incinta. Una bella merda, disse fra se e se. Ma si sposò Brando, anche perché era inverno e d’inverno e durante quella stagione Brando Vivian mangia tutto, assimila, ingoia, beve, sopporta. Si carica. Per poi scoppiare a primavera in un esplosione secca. Scoppia contro se stesso Brando, in lunghissimi e interminabili resoconti sulla propria vita. Lunghissime e interminabili accuse contro se stesso. Prese di coscienza. E’ a primavera che a Brando Vivian gli si spengono le luci del cervello. O si accendono, dipende sempre dalla direzione da cui guardi il mare. O te stesso.

Ed è a primavera che a Brando Vivian muore la vita dentro, un letargo programmato dal suo cervello, fase terminale di una malattia virale, stagione da concedere solo ai resoconti, al tirare la somma delle schifezze, delle trasgressioni. E’ a primavera che in lui esplodono incontrollabili i sensi di colpa alla vita di merda condotta, alla puttanate vissute, ai guai. Ai tradimenti.
Con l’arrivo della primavera Brando Vivian si lascia scivolare la vita addosso e si chiude in se stesso. Non esce, se non per affrontare i turni in fabbrica. Non mangia, se non lo stretto necessario. Non si lava, se non costretto dalla moglie. Non si cura, se non ricoverato. A primavera Brando Vivian diventa un fantasma a cui vomitare la vita addosso. E un fantasma non ha certo bisogno di lavarsi i denti, i capelli, le palle, il culo, i piedi. Un fantasma non ha certo bisogno di cambiarsi le mutande, i calzini, la canottiera, i pantaloni, la camicia. Un fantasma non ha assolutamente bisogno di tagliarsi le unghie delle mani e dei piedi, togliersi quella riga nera data dallo sporco che si forma all’apice del artiglio.
In primavera Brando Vivian smette i panni dell’uomo e diventa un fantasma sporco, tenuto in piedi da mutante incancrenite dalla merda, da camicie maleodoranti, da calzini acidi, da capelli unti di grasso. Un unto devastante che pare quasi emergere da dentro il suo cervello e bagnare quella testa di capelli lunghi e marroni, raccolti in un codino.

Brando è operaio alla M3Plast, una ditta che lavora stampi in plastica. I suoi turni sono dalle 6 alle 14 la prima settimana, dalle 14 alle 22 la seconda, dalle 22 alle 6 la terza. Lavora un sabato e una domenica al mese. Brando è fisso al terzo posto della catena di montaggio 5, dove si lavora per costruire l’involucro di una pompetta in plastica per lavatrici. Il suo compito è quello di inserire l’involucro della pompetta dentro una scatola di polistirolo. Al quarto posto della catena di montaggio 5, poi, la inscatolano. Otto ore a infilare scatolette di plastica dentro a delle confezioni di polistirolo. Uno, due, tre, quattro, cinque sei, sette, otto, nove, dieci, undici, dodici, tredici, quattordici, quindici, sedici, diciassette, diciotto, diciannove, venti, ventuno, ventidue, ventitré, ventiquattro, venticinque, ventisei, ventisette, ventotto, ventinove, trenta, trentuno, trentadue, trentatré, trentaquattro, trentacinque, trentasei, trentasette, trentotto, trentanove, quaranta, quarantuno, quarantadue, quarantatré, quarantaquattro, quarantacinque, quarantasei, quarantasette, quarantotto, quarantanove, cinquanta, cinquantuno, cinquantadue, cinquantatré, cinquantaquattro, cinquantacinque, cinquantasei, cinquantasette, cinquantotto, cinquantanove, sessanta, sessantuno, sessantadue, sessantatré, sessantaquattro, sessantacinque, sessantasei, sessantasette, sessantotto, sessantanove, settanta, settantuno, settantadue, settantatré, settantaquattro, settantacinque, settantasei, settantasette, settantotto, settantanove, ottanta, ottantuno, ottantadue, ottantatré, ottantaquattro, ottantacinque, ottantasei, ottantasette, ottantotto, ottantanove, novanta, novantuno, novantadue, novantatré, novantaquattro, novantacinque, novantasei, novantasette, novantotto, novantanove, cento. E via così fino a diecimilaottocentoventi, diecimilaottocentocinquanta pezzi al giorno. E poi a casa a mangiare pasta scotta preparata da quello schifo di moglie o peggio, la minestrina di dado che fa tanto bene che fuori fa freddo. I bambini alle 9 vanno a letto e la settimana televisiva è organizzata da Marina in tutti i più piccoli particolari. Dopo il TG5 che fa da apripista alla serata, il lunedì Brando guarda “Chi l’ha visto”, il martedì “Ballarò” che la politica ci deve interessare tutti, che tutti viviamo in questo paese, il mercoledì il film su canale 5, il giovedì “C’è posta per te” e poi stop. Basta.

Il venerdì invernale, turni permettendo, Brando se lo concede per se. Il venerdì è suo. Il venerdì è la sua serata, la sua notte. E’ il suo momento. Il momento per sfogare la rabbia, cresciuta a dismisura durante la settimana. E tamponata a forza. Anestetizzata con massicce dosi di sopportazione. Stomaco, nervi, lame. Il venerdì Brando lo concede alle sue trasgressioni, alle sue voglie, ai suoi desideri, alle puttanate. Al suo cazzo. Il venerdì Brando se lo concede tutto per se. Solo lui, tutta la notte.

Ma in primavera Brando Vivian smette i panni dell’uomo e diventa un fantasma. Un fantasma che non parla, se non per imprecare contro se stesso, contro i suoi guai, contro le sue stronzate. Un fantasma che non vive, se non lo stretto necessario.
Respirare, mangiare, bere, pisciare, dormire, lavorare. Cagare.
Ed è proprio durante la cagata del mattino, quella delle 7:16, che Brando si concede “lo spazio”. Autoanalisi. “Metodo di studio e di ricerca consistente nello scomporre un tutto nelle sue singole componenti allo scopo di esaminarle e definirle“. E’ il momento della resa dei conti, della critica verso se stesso, del calcolo delle stronzate, dei sensi di colpa. E’ il momento del passaggio. E’ a primavera che a Brando Vivian gli si spengono le luci del cervello. O si accendono, dipende sempre dalla direzione da cui guardi il mare. O te stesso. Ed è proprio durante ogni cagata di primavera, quella delle 7:16, quella prima di andare al lavoro, che Brando parla a se stesso in un interminabile monologo. Una fattura di fine anno. Un inventario. Un resoconto. Una preghiera.

Pensi davvero di essere un uomo, quando ti scopi la prima ragazzina strafatta di Ketamina incontrata accidentalmente all’uscita di una discoteca? Lei ti chiedeva un passaggio, ricordi? Tu l’hai fottuta facendo forza su tre cose. Le più banali, imbecilli, idiote, false, infami. Se pensi che una ragazzina strafatta di Ketamina di per sé non capisce un cazzo, tu addirittura hai dovuto trovare la scusa della strada sbagliata, dell’esserti perso e dell’aver avuto bisogno di un poca di compagnia che in mezzo ai nodi di strade dove hai sempre vissuto e che conosci meglio dei tuoi figli ti trovavi smarrito. Ovvio si lasciasse andare impietosita. La testa fracassata dalla sostanza, ha permesso il resto. L’hai ripagata con un calcio nello stomaco, lasciandola a terra e dietro di te, che si allontanava sempre più alla tua vista, sporcata dallo specchietto retrovisore dell’auto e da qualche bicchiere di birra. Sei peggio di un verme negro e frocio, lo sai? O quando prendi tua moglie per la gola e con un destro imbottito di una rabbia inusuale la distruggi? Schiava a fronte della tua forza motore. Della tua vergogna. Cosa ti ricorda, piccolo? Cosa ti muove dentro lo stomaco? Cosa immagini quando chiudi gli occhi, e inizi a battere? Chi vedi? Quali nervi non riesci a contenere? Quali muscoli e ossa e pugni partono in automatico? Pensi che essere un uomo sia bere tredici lattine di birra dopo esserti riempito di coca, di quella coca di merda fatta recapitare a casa dal ragazzino di fiducia che di nascosto ti scopi, perché da solo non trovi il coraggio di esporti e comprartela? Ci vuole fegato anche per concedersi qualche vizio strano. Regalarselo. Permetterselo. A volte mi chiedo se le palle ti sono state donate, oppure sei dovuto crescere adattandoti a vivere senza. Me lo chiedo spesso. Come quando ti spari la sega mattutina nascosto nel bagno di casa, immaginando di scopare la bambina che ti abita a fianco e che va a scuola con tuo figlio. Fa la quinta elementare, hai presente? Cristina ha i capelli biondi già tinti, frutto della mente labile e distorta di quella tua vecchia compagna di scuola che poi è sua madre. Il fisico di Cristina ti piace. Magra e longilinea. Ti arrapano le tettine appena accennate, dillo. E poi i piedi, che a primavera vivono già scalzi, liberi da scarpe umide e ingombranti. Quanto tempo passeresti a leccarle i piedi a quella compagna di scuola di tuo figlio? Cristina c’ha piedi bellissimi e ha solo 10 anni. Fantastica, non c’è che dire. Ammettilo.
Ti senti uomo quando in gruppo massacri di botte un negro solo perché picchiare i negri fa bene al tuo equilibrio mentale? O semplicemente perché comunque i negri vanno picchiati? Certo che anche qua c’è da dire qualcosina. Da fare un discorso. Da puntualizzare un pochine di cose. Hai mai confessato a nessuno che te lo saresti scopato prima, quel negro di merda, prima di spaccargli il cranio, intendo? Prima di affrontarlo con una spranga di ferro alla fermata dell’autobus in una deserta zona industriale? Ti senti uomo quando vai a puttane cercando le minorenni ucraine salvo scappare senza averle pagate quelle puttanelle minorenni? Dopo averle fottute, averti fatto succhiare il cazzo, i piedi, il buco del culo? Uomo, dicevi. Pensi davvero di essere un uomo quando ti presenti candido alla messa delle 10 accompagnato dalla tua bella famiglia? Tua moglie porta una maglia col collo alto per nascondere i segni della pressione dei tuoi polpastrelli. Della tua rabbia. Hai presente vero?

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  1. 4 Responses to “La primavera è solo un dispetto”

  2. By Richard Gekko on lug 14, 2008 | Reply

    siamo tutti un po’ Brando Vivian… perchè ci vuole coraggio a vivere e pur di nascondere la nostra ineguatezza facciamo di tutto: assumiamo l’impossibile, ce la prendiamo con i più deboli. tutto per nascondere la nostra imperfezione. Brando Vivian sei tu, Brando Vivian sono io.

  3. By p.s.v. on lug 14, 2008 | Reply

    @ Richard Gekko Si, Brando Vivian siamo noi. Tutti noi. Anche quelli che non lo ammetteranno mai

  4. By Rob on lug 22, 2008 | Reply

    Leggere di filato “La primavera è solo un dispetto” e “Confusione anale” è pesante.

    Pesante perchè sono cose che molta gente pensa ma nessuno dice. E allora è giusto apprezzare chi si ritrova a metterle grigio su bianco.

    L’ho detto in varie occasioni. I tuoi racconti mi infastidiscono e proprio per questo mi piacciono. Quando vedo i post di PSV nuovi non li leggo subito. Deve esserci lo stato mentale adatto.

    Io aspetto il tuo libro.

  5. By Valentina on ago 21, 2008 | Reply

    Lascio un commento a questo post perché tanto quello che voglio dire non è necessariamente legato ad un racconto o a un altro.
    Ti leggo e ti rileggo. Mi appare difficile capirti, ma di capirti non ho alcun bisogno: mi basta leggerti, e le tue parole – così difficili, così fastidiose (come giustamente dice Rob) – scardinano apparenze e violentano il cervello e la pancia.
    Sei lontanissimo da me, dal mio modo di pensare e di vedere le cose. Eppure dici verità, descrivi fantasie e animi demoni che anche io mi porto dentro. Ti trovo inquietante. E spesso penso che per un attimo vorrei essere te.
    V

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