La vista di Sergio

dicembre 31st, 2005 | by p.s.v. |

C’è una serie di appartamenti sopra la bottega alimentare. Erano stati costriuti da Elio a forza di metter via denaro. Aveva ampliato lo stabile per poter investire i soldi che gli dava il supermarket, giusto perchè il materasso non li conteneva più. Non si fidava delle banche, Elio. Forse perchè conosceva bene se stesso e sapeva quanto aveva fottuto la gente.
Il primo dei suoi pensieri, dopo il caffè, era quello di non essere fottuto lui stesso. Gli appartamenti erano otto e c’aveva buttato dentro cinque famiglie di extracomunitari, ai quali chiedeva quattrocento mila lire a cranio. Solo la famiglia di Abdj Gail era composta di sei persone. Conti alla mano, da loro Elio raccattava due milioni e quattrocento mila lire al mese. Non male, direi. Gli ultimi tre appartamenti li aveva affitatti a gente del posto, o quasi, a prezzi molto più contenuti. Erano i più belli perchè essendo al terzo ed ultimo piano, avevano un grande terrazzo con vista panoramica sul quartiere. “E poi nessuno ti batte i piedi in testa”, ripeteva spesso. Nell’appartamento affacciato alla statale quarantotto, viveva una maestra siciliana che insegnava oramai da vant’anni nella scuola elementare di Vivaro, una frazione immersa tra i campi, nel comune di Sandrigo. Virginia aveva quarantasei anni ed era vita sola. Capelli raccolti in una lunga coda di cavallo, portava un paio di occhiali che non si capiva bene s’erano da vista o da sole. Aveva la pelle della mani bianca come il latte e vestiva sempre una gonna sotto il ginocchio. I suoi genitori erano preoccuppati perchè alla sua età non aveva ancora trovato marito ed abitava sola in un condominio dove c’erano molte famiglie di negri. Al mattino partiva, avvolta in un cappotto color grigio per raggiungere la scuola, pedalando la sua Graziella blù. Poteva essere un inverno di neve e comunque lei avrebbe raggiunto il lavoro con la sua bicicletta. Così come a primavera inoltrata faticava a smettere il cappotto di lana e le calze color carne a coprirgli le gambe. L’appartamento che dava sull’autostrada Elio lo teneva per sé e per le sue puttane. Che giravano spesso, con turni che parevano da fabbrica. Erano per lo più Slave, perchè Elio era un cacciatore e in quei posti ci andava a fagiani. Per poi tornare col bagagliaio vuoto di cacciagione ma col posto davanti occupato da qualche minorenne in fuga. O venduta a prezzo stracciato dalla famiglia d’origine. Le teneva nell’appartamento fino a che le sue voglie erano completamente sedate, per poi cacciarle, biglietto alla mano, sul rapido Milano Trieste alla fermata targata Vicenza. Il più bello degli appartamenti, lo aveva affittato a Sergio Fabris, pensionato di sessantotto anni che viveva con la sorella Ancilla. Abitavano affacciati al parco giochi e alla scuola elementare, e c’avevano sempre il sole, in quanto i novanta metri quadri erano disposti in direzione sud est. Sergio aveva lavorato trentacinque anni alla Valbruna, una delle più grosse fonderie della zona. Se avesse voluto avrebbe potuto andare in pensione anche prima. Ma non ci capiva un cazzo di carte e burocrazia e non riscattò mai gli anni di lavoro minorile al panificio “Dai Fornari”. Era anche invalido, Sergio. Uno scherzo di amici al tempo della fabbrica, l’avava fatto quasi esplodere. In due lo tenevano occupato a parlare mentre un altro gli infilò una pistola d’aria compressa nel buco del culo, tenendo premuto il pulsante per un bel po’. Si gonfiava Sergio, si gonfiava sempre più, mentre l’autoambulanza lo trasportava al San Bortolo dove fu operato d’urgenza. Non potè più cagare per il resto della sua vita. In compenso quel contenitore di merda che doveva portare sempre attaccato ad un fianco, gli premise di guadagnare una buona botta di milioni dall’assicurazione. Sergio era sempre in terrazzo a guardare il paesaggio. Guardava il parco. E la scuola. D’estate le scuole erano chiuse, ma il parco era pieno di bambini. Che gridavano, giocavano, si divertivano. C’erano sempre bambini agli occhi della sua vista. Da sopra il terrazzo, senza muoversi mai, Sergio conosceva i nomi di tutte le mamme e i bambini che vi abitavano. Dei papà che non tornavano e di chiunque frequentasse il supermercato di Elio. Le sue commesse e gli autisti che arrivavano a scaricar la merce. La vita stessa del quartiere era sotto controllo. Conosceva i casini della gente, gli aspetti più intimi delle famiglie. Guardava Sergio, cercando di ascoltare. Col tempo metteva insieme i pezzi e capiva i guai, i tradimenti, le liti. Poi bastava parlare con la sorella Ancilla che le voci erano già nella bocca di tutti. Aveva mani grosse Sergio, deformate dal lavoro. Le unghie nere faticava a tagliarsele, tanto erano spesse e sporche. Vestiva sempre un paio di pantaloni corti tirati fin sopra la pancia e a guardarlo da sotto il terrazzo, ci potevi vedere lo scroto dondolare al suo muoversi lento sotto le mutande e i pantaloni. Portava sempre una camicia a quadretti marroni e grigi e sulle maniche, all’altezza delle ascelle, aveva un alone di sudore che oramai non andava più via. Come se facesse parte del modello stesso di quel capo d’abbigliamento in acrilico. Ai piedi, ingrossati dal poco movimento, calzava sandali aperti. Come per le mani, le unghie erano grosse e lunghe, che se portava un paio di scarpe le avrebbe bucate di certo. Non riusciva a piegarsi per via dell’infortunio che aveva subito al lavoro. Lo stomaco gonfio non glielo permetteva. E dal canto suo, Sergio non permetteva alla sorella di provare a tagliarle. In testa aveva sempre un capellino da pescatore che si toglieva solo quando rientrava in cucina, per la cena. Più per rispetto del cristo appeso alla parete e alla foto di sua mamma, sopra la credenza. Per il resto delle sue infinite ore, Sergio abitava quei quattordici metri quadri di terrazzo fatto a elle. Fissava i bambini, la sua passione. Imparando, col tempo, a riconoscerne la voce anche a grande distanza, i loro modi di fare. Gli atteggiamenti. Manuel aveva sette anni, capelli lunghi e neri che gli sfioravano la schiena. Guidava una bicicletta da cross della wailer color verde con la sella lunga. Partiva da casa impennando e arrivava al parco sfrecciando agli occhi delle bambine che lo stavano aspettavano. Così come lo aspettava Sergio. Che alla sua vista sorrideva. Di quei ghigni strani, sporchi e maleodoranti. Appena lo vedeva girare l’angolo, correndo con la sua bici, a Sergio gli si induriva il cazzo al punto da doverselo strusciare sù per il parapetto del poggiolo a cercar un contatto irreale calmando così quella voglia che gli saliva dai piedi e gli spaccava il cervello. Se Manuel girava per troppo tempo sotto il terrazzo, Sergio doveva far presto a raggiungere il bagno e svuotare quel cazzo puzzolente da tutto lo sperma represso, inchiodato tra i suoi coglioni. Ancilla nel frattempo cucinava, o girava in automatico le palline del rosario davanti agli occhi severi della madre. Un giorno ch’era giugno, di quei caldi e afosi giorni di inizio estate a girare il quartiere era solo Manuel, mentre tutti gli altri ragazzini erano al mare con le loro famiglie. Il sole era alto e saranno state si e no le tre del pomeriggio. Sergio guardava Manuel cazzeggiare con una fionda in mano a cercar di uccidere lucertole. Da sopra il balcone Sergio lo chiamò, con la scusa di bere un acqua e menta. Manuel era vestito solo con dei pantaloncini corti bianchi che ne risaltavano l’abbronzatura. Salì titubante, ma forse più per la paura di disturbare. L’uomo gli pose lo sciroppo di menta Fabbri in un tubo di acqua minerale. Era caldo e umido quel pomeriggio. Sergio aveva il cazzo duro che quasi gli usciva dai pantaloni. Ancilla, dopo aver preparato le bevande uscì dalla stanza, giusto per non vedere. L’uomo si avvicinò all’orecchio del ragazzo e toccandosi quello schifo di cazzo gli sussurrò qualcosa di strano. Manuel, capì solo l’ultima frase. “Voi farti fare delle foto con me?”. Era immobile Manuel, quasi che la paura mista all’ingeniutà lo avessero bloccato in quella poltrona in finta pelle anni cinquanta. Una telefonata veloce di Sergio, che immediata entrò dalla porta Virginia, la maestra da sposare, con una Polaroid in mano.

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  1. 14 Responses to “La vista di Sergio”

  2. By Sioux on dic 31, 2005 | Reply

    Ai vari “Sergio” spero che il 2006 riservi tanta galera.Anzi. Fosse per me anche i lavori forzati nelle cave di marmo di Carrara con un piccone in mano per tutta la vita.

  3. By cicabu on dic 31, 2005 | Reply

    ciao Preci..

  4. By emisola on dic 31, 2005 | Reply

    adesso corre.
    corre per non bruciarsi in silenzio.

    grazie.

    un bacio

  5. By emisola on dic 31, 2005 | Reply

    http://www.2nilssons.com/Writing/poetry_kln/Company%20-%20Running%20Blur.jpg

  6. By emisola on dic 31, 2005 | Reply

    e sembra voli…sì perchè la corsa assomiglia al volo…

    correre precipitare volare…

  7. By Wynck L'Unno on dic 31, 2005 | Reply

    Good year Precip

    Wynck

  8. By lavalanga on dic 31, 2005 | Reply

    I vari Sergio la galera già la vivono nella testa ogni giorno della loro merdosa vita: il problema è che la scaricano addosso agli inermi mentre la “società civile” sta a guardare “dal terrazzo ad elle”...

  9. By valeria on dic 31, 2005 | Reply

    oddio.

  10. By FulviaLeopardi on dic 31, 2005 | Reply

    Che mondo di m*rda.
    buon 2006

  11. By ribl on dic 31, 2005 | Reply

    sei veramente molto bravo. volevo dirti che mi ha fatto piacere conoscerti, quella volta a Sermide. spero che ci incroceremo ancora. questo pezzo, come gli altri, del resto, è superbo. Buon anno, mattacchione!
    umb

  12. By FulviaLeopardi on gen 2, 2006 | Reply

    passato bene capodanno?

  13. By unageisha on gen 2, 2006 | Reply

    Spero che costruiremo un anno come lo desideriamo. La seconda lettura di questo racconto mi ha affascinato. Sei bravo.

  14. By fct on gen 2, 2006 | Reply

    arrivo in ritardo come sempre ecome è giusto che sia

  15. By Stufa on gen 3, 2006 | Reply

    Sergio, vittima e carnefice?

    Anche questo è andato.
    Oggi è tutto come ieri, almeno da me.
    E da te?

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