Le gonne lunghe di Sandra
aprile 4th, 2007 | by p.s.v. |Sandra è una di quelle donne sole, che hanno scelto di ascoltare l’altro. Di farsi confidenti di amici, collaboratori, straccioni, superiori, colleghe e colleghi, amici dei figli e dei loro genitori. Vecchi, anziani, bambine a disagio con le mestruazioni, arbitri, giocatori di telefoni e video poker, idioti e handicappati. Tossicodipendenti in carriera, alcolisti e stupratori. Sandra ascolta tutti, e a chiunque regala il suo tempo. Lo dona. Sandra non nega un sorriso, mai. Anche se finto, gli esce di getto dalle labbra. Così come regolari, dai suoi occhi nascono le lacrime di un pianto incoerente ma vicino. Sandra ha 42 anni, è alta un metro e 65 ed è vita sola. Ha avuto le mestruazioni a 8 anni, cosa che nel gruppo degli amici ha sempre vissuto con vergogna. I genitori l’han sempre fatta vestire classica anche quando le amiche facevano le fighe coi Levis, gli stivaletti di Vasco Rossi che compravi solo tramite Postal Marchet e le maglie a mostrare le tette. Sandra è una sfigata nata vecchia.
Si era sposata presto, che non aveva ancora 24 anni, con un ragazzo dieci anni più vecchio di lei. I casi impossibili erano quelli che più affascinavano Sandra. E Sergio era uno di questi. In aids conclamato, veniva da una storia di tossicodipendenza e barbonaggio. Aveva appena concluso una comunità per il recupero di tossicodipendenti, le prime che nascevano in quegl’anni. Sergio c’era finito perché segnalato dal reparto infettivi di Padova, che aveva contattato la Comunità nella speranza di poter regalare ancora qualche mese di vita al ragazzo. In realtà Sergio visse più di qualche mese. Le sue condizioni rimasero stabili per due anni buoni. Il tempo di farsi tutto il percorso comunitario, trovare un lavoretto all’esterno e andare ad abitare con un suo amico in un piccolo appartamento di un paese disperso in quel infinito pezzo di campagna che da Padova porta al mare. Sergio aveva iniziato a frequentare la parrocchia, secondo i consigli della comunità. E in parrocchia aveva conosciuto Sandra. Una donna che non lo aveva colpito tanto per la bellezza, ma quanto per il suo voler bene all’altro. Lei seguiva tanto gli anziani, quanto i bambini. O casi che il Parroco don Bruno gli segnalava. E il suo, era davvero un caso particolare. Nell’82 essere malati di aids significava essere già morti. Averne a che fare, senza un minimo di informazione, voleva dire buttarsi allo sbaraglio. Ammalarsi per un goccio di saliva che ti toccava la pelle, per un bacio dato sulla guancia il giorno del compleanno. Per una forchetta condivisa. Sandra si innamorò dei racconti di Sergio, dei suoi viaggi in India, delle lotte contro un certo di tipo di società, dell’amore libero che alla fine degli anni 70 si credeva potesse cambiare il mondo. Della pace. Dell’uso di sostanze che faceva parte di un certo tipo di cultura. “L’eroina”, diceva Sergio, con fare vissuto, “era per noi condivisione. Comunione”. Sandra ascoltava con gli occhi che si facevano sorridenti comunque, anche se le storie di Sergio erano sempre più dure. Taglienti. Per Sandra, quel uomo era la trasgressione che le fighette della sua età trovavano invece nella discoteca, nel farsi scopare dai propri amici, nel tirare le 4 di mattina. Nel sentirsi femmine e nel lasciar esplodere nell’aria la propria femminilità.
Sandra ascoltava i dubbi di Sergio, le frustrazioni. Le domande che non avevano riposta, trovavano in quel ascolto delicato un punto fermo. Un appiglio su cui credere, sperare. Sperare che la vita potesse avere un seguito. Che ci potesse essere qualcosa oltre quei pochi mesi che ancora lo separavano da una morte annunciata. Certa. Si trovano tutte le sere a casa di Sergio. Un semplice caffé e le gonne lunghe di Sandra si mettevano automaticamente in ascolto. Ma la cosa era strana. L’ascolto dipendeva molto dal bisogno di Sergio. Sandra non poteva tradire. Lei era al mondo per far felice l’altro. Quindi il vecchio, l’infelice, il bambino idiota, la ragazza madre. Il diverso. L’ammalato. Sandra piangeva se Sergio aveva bisogno di una conferma che la sua fosse davvero una storia penosa, o sorrideva se il suo bisogno era invece di ricevere quella carica che in lui mancava. Una pacca sulla spalla era una tirata d’orecchie. Un “così non va bene”.
Si sposarono a primavera, addobbando la chiesa di fiori di campo. I bambini cantavano le canzoni di Lucio Battisti al posto delle solite imparate al catechismo. Gli sposi erano vestiti con i vecchi abiti dei nonni di Sandra rimessi a nuovo da un’amica di Sergio.
Avevano già fatto l’amore un paio di volte a casa di Sergio. Ed entrambe, nelle occasioni un cui Sergio, non a caso, raccontò le peggiori esperienze della propria vita. Sandra ascoltava e piangeva, in base al racconto. Poi, quando la storia si faceva talmente tragica da non lasciare spazio ad una ulteriore lacrima, la mano di Sergio scendeva i rotoli di grasso lungo i fianchi di Sandra arrivando a palpeggiare quel culo così enorme. Sergio chiudeva la luce, per permettere a Sandra di spegnersi. E fingere di lasciarsi andare. Sergio lo aveva capito, anche se prima o poi doveva accadere. Sandra ascoltava l’altro per non ascoltare se stessa. E quelle lacrime durante un ascolto duro o quei sorrisi a dare la forza nei momenti di bisogno, non erano che il rifiuto a guardare se stessa negli occhi e vivere i propri dubbi, accettare i casini che affliggono comunque una ragazza a quel età, vivere il proprio corpo. Sandra ascoltava per non ascoltarsi, piangeva per non piangere dei propri guai. Rideva per nascondersi all’altro.
Non ho mai visto Sandra in costume, anche quando ci portava al mare, noi sbandatelli del paese. Il prete era bravo. Don Bruno non era il solito prete coglione, che riempiva le parrocchie di paesi carichi di niente, in questo nord est idiota. Per Don bruno esistevamo anche noi, che non avevamo mai frequentato il catechismo e che a quattordici anni facevamo impazzire tutti con i nostri “ciao” e le vespe cinquanta special elaborate. Per lui c’eravamo forse più di tutti. Disposto a dar contro le proteste disperate delle mamme, infastidite dalle brutte frequentazioni delle proprie figlie, che con noi si trovavano i pomeriggi a fumare le prime canne, a bere coca cola e a far le stupide. Don Bruno faceva la corriera per Rosolina mare e sapeva che saremmo saliti pure noi. Don Bruno era uno di quei preti pazzi che già all’inizio degli anni 80 aveva capito che si doveva lavorare nella prevenzione per togliere i ragazzini da un futuro certo. Spaccato. Spacciato. Negato.
Sandra era di cinque anni più vecchia e aiutava Don Bruno in queste missioni audaci insieme ad altri ragazzi della sua età. Sempre coperta dalle sue gonne lunghe, non lasciava nemmeno i piedi ricevere il calore buono del sole. Usava zoccoli da infermiere con le calze in cotone, anche quando impazziva la moda delle ciabatte indiane. Ho sempre immaginato la pianta dei suoi piedi molto larga con le dita piccole e grasse. Sono sempre stati quasi una fobia per me i piedi delle ragazze. Amavo i piedi snelli, eleganti. E amavo vederli mostrare, lasciarli al vento e alla loro stessa bellezza.
Il giorno delle nozze fecero festa nella parrocchia del paese dove furono invitati tutti. Sandra portava i capelli corti e non aveva trucco. Candida come voleva e doveva mostrarsi, unico tocco estroso all’abbigliamento da sposa era una margherita infilata in una forcina che teneva la riga ai suoi capelli. Il sorriso era quello dei suoi giorni migliori, più di quello sfoggiato nei pellegrinaggi a Loreto, quando accompagnava Don Bruno e il gruppo dell’Unitalsi a pregare la madonna, sperando in un improbabile miracolo. Si lasciò scappare due lacrime quando il prete sancì la loro unione, dando inizio alla festa. Ognuno portava qualcosa da mangiare o da bere, anche solo la fame e la voglia di stare insieme a far festa. Ballarono le canzoni di Battisti come in chiesa e tutte quelle che c’erano all’interno del canzoniere degli scout. Conclusero la festa a parlare lei e Sergio, su un tavolino del bar del centro, mentre il buio della notte aveva iniziato la propria danza. Sergio era contento ma quel giorno si sarebbe bevuto di tutto. Sandra lo ascoltò, accarezzando i capelli rossastri del marito. Sergio era la sua missione comunque, valida anche il giorno del loro matrimonio.
Nella sua mente la missione si esaltava proprio nei rapporti sessuali, che inizialmente non accettava. Non esisteva alcun tipo di protezione dal virus hiv, perché se Dio aveva voluto il suo incontro con Sergio, lo stesso Dio le avrebbe delegato la presa in carico della malattia del compagno, infettandosi a sua volta. Un delirio. In realtà, Sandra doveva punire se stessa, il suo corpo, la propria incapacità ad accettarlo. Ammalata di aids, i suoi occhi e quelli di tutti sarebbero stati per la malattia e per il declino irreversibile della propria carne, invece che per il suo enorme culo o per le gambe corte e grasse. E lei si sarebbe mostrata al mondo con meno paura. Ammalata di aids avrebbe accettato di indossare un paio di Levis o di All Stars in modo assolutamente spontaneo, come tutte le fighette sane che giravano il paese. Avrebbe mostrato al mondo le sue voglie, tenute nascoste per anni. Regalato sorrisi solo se gli venivano e lacrime autentiche che avrebbero liberato dolore vero senza doverlo costruire per nascondere la propria incapacità a guardarsi negli occhi. Solo malata, si sarebbe sentita guarita delle proprie fragilità, incapacità e vergogne, che nascondeva dietro quell’ascolto donato agli altri e costruito in anni di esperienza a forza di sorrisi preconfezionati e pianti a comando.
Sandra continuò in modo maniacale a ripetere le analisi del sangue fino ed oltre due anni dopo la morte di Sergio, nella speranza di trovarvi la scritta “positivo” negli esiti del virius da hiv. Continuava a spartire il suo tempo tra vecchi, bambini quattordicenni in calore, handicappati e bisognosi. Spargendo sorrisi, pianti e tanto ascolto. Sandra non aveva abbassato la guardia, mai. Nemmeno dopo la morte del suo unico grande amore. Nemmeno dopo la fine della proipria missione, nella speranza di diventare sieropositiva per poter essere lei stessa missione di qualcuno che la potesse accettere per la schifezza in cui si vedeva intrappolata. Il proprio corpo. Ma niente. Il virus, forse perchè impaurito, aveva deciso di starsene lontano da quel cesso di corpo e dai suoi grassi, dai quei piedi larghi dalle dita corte, da quelle gambe ch’erano cellulite pura. Dal quel culo schifoso. Dal delirio.


15 Responses to “Le gonne lunghe di Sandra”
By laflauta on apr 5, 2007 | Reply
è sempre un piacere leggerti. non commento quasi più, ma leggo, e diventi sempre più bravo.
Un bacione preci.
By molecole on apr 5, 2007 | Reply
enorme. nient’altro da dire. enorme.
By shotenzenjin on apr 5, 2007 | Reply
come un diretto preso in piena faccia…ma commovente…molto commovente….mi complimento…
By piccolatizi on apr 5, 2007 | Reply
ma… per piacere
!
By biancaneve on apr 5, 2007 | Reply
sei meraviglioso
ti amo
By FulviaLeopardi on apr 6, 2007 | Reply
servirebbero persone che ascoltassero un po’ di più, a questo mondo :)
(Buona Pasqua se non ci ribecchiamo)
By enio on apr 7, 2007 | Reply
che fantasia figliolo, dove la trovi una sandra oggi!
By FulviaLeopardi on apr 7, 2007 | Reply
auguri psv
By p.s.v. on apr 7, 2007 | Reply
enio Vorrei non trovarla mai, visto il delirio. Purtroppo ce ne sono troppe, di quella specie lì
By p.s.v. on apr 7, 2007 | Reply
Fulvia Leopardi Un ascolto diverso, spero. Che se hai letto il racconto quella non è normale. è fulminata
By biancaneve on apr 9, 2007 | Reply
e amen non mi commenti amore mio?
mi trombi?
By Cattive Inclinazioni on apr 10, 2007 | Reply
Un bel racconto, amaro quanto io credo…
By PiccolaStella on apr 11, 2007 | Reply
Eccoti, finalmente ti ho ritrovato!
By Sw4n on apr 11, 2007 | Reply
Vedi, sei amaro come nei momenti migliori. Amico. Quando mi piaci di più.
By Il Dok on mag 11, 2007 | Reply
E’ la prima volta che entro nel tuo blog e ho iniziato a leggerti con gran piacere e finalmente dopo anni di internet ho trovato qualcuno che tocca il cuore, un grazie e un arrivederci !!