Fermi a 25 anni fa

maggio 13th, 2008 | by p.s.v. |

La vespa 50 special, era mia. Col novanta montato andava che pareva una scheggia. Passai a prendere Massimo alle otto in punto. Mezzora dopo eravamo già arrivati. Biglietto comprato sul posto. Il cielo, incazzato nero di tempesta, prometteva un diluvio che non avrebbe dato tregua a nessuno. Fango e poca gente. Solo qualche centinaio di pazzi scatenati, tutti sotto il palco. Di lui ricordo poco. Non tanto per le birre e le canne fumate, ma per il tempo che con gli anni mi ha un po’ annebbiato la memoria. Pantaloni rossi e maglietta gialla in un continuo muoversi precario. “Rock”. Per il resto solo musica sparata. Grezza, ma vera. Un’unica lunga pausa, immaginata in compagnia di una bottiglia di jack e la Steeve Rogers Band in attesa, a far esplodere “neve nera”. [Luglio 1984]”

Ancora oggi, a distanza di anni, qualche giorno prima di ogni suo concerto che mi appresto a “vivere”, sento lo stomaco battere, l’ansia scorrere le vene e la fantasia percorrere strade sconosciute. Ogni volta è una volta nuova, una “splendida giornata”.
Oggi leggevo vecchi articoli salvati in una cartella del mio mac. “Il mondo che vorrei” suonava lo sfondo della mia stanza, mentre ad un tratto mi son ritrovato a puntare gli occhi su di un file titolato “articolo Salvalaggio”. Apro. Leggo. Ricordo tutto di quegli anni, di quei giorni, grazie anche al racconto di qualche amico più grande, che qui ancora si parla dell’81.
Provo uno schifo immenso, non tanto per l’articolo di per se, che tanto poi la storia ha fatto il suo corso, ma piuttosto perché davvero da queste parti in 30 anni non è cambiato un cazzo.
Per dire che oggi, se leggi i giornali o guardi la tivù, i giovani vengono dipinti come una generazione di inebetiti, di complessati, di inadeguati, di rincretiniti. Stesse parole che Nantas Salvalaggio dedicò a Vasco dopo averlo visto cantare “Deviazioni” in una “Domenica In” del 1981. Allora io penso che qui c’è qualcosa che non va, se c’è sempre questo bisogno idiota di rappresentare i giovani come dei coglioni incapaci e inebetiti.
Ieri sera un giornalista “colto” di una rete televisiva nazionale, descriveva in che modo i giovani passano i loro fine settimane tra coca, alcol e calmanti. Dopo i fatti di Verona i giovani italiani sono tutti un ammasso di zombie, di alcolizzati, di drogati. Mentre il bullismo è l’altro grande male di quest’italia che sta cercando di rialzare la testa. L’apripista per diventare appunto, dei giovani rincoglioniti dalle sostanze. Dall’idiozia. Dall’ignoranza.
Allucinante. Con la storia del bullismo, e del grosso problema dei giovani, qua si stanno nascondendo delle “grasse bugie”. Comode.

Riporto l’articolo del giornalista Salvalaggio, giusto che ci si renda conto da dove in realtà nasce, si forma e vive la violenza. L’intolleranza. Violenza e intolleranza di “pensiero dettato”, con cui l’uomo adulto è “tenuto per la gola” da un manipolo di falsi perbenisti cattolico industriali.

[...] Ma poi, come una manciata di guano in faccia, è apparso un “complessino” che io destinerei volentieri a tournèe permanenti in Siberia, Alaska e Terra del Fuoco. Il divo di questo “complesso”, che più complessato di così si muore, è un certo Vasco. Vasco de Gama? Ma no, Vasco Rossi… Per descriverlo, mi ci vorrebbe la penna di un Grosz, di un Maccari: un bell’ebete, anzi un ebete piuttosto bruttino, malfermo sulle gambe, con gli occhiali fumè dello zombie, dell’alcolizzato, del drogato “fatto”. Unico dubbio, e se fingeva? E se alcolizzato o drogato non era per niente? Eh no: un vero artista, anche quando interpreta uno “zombie”, un barbone da suburra, un rottame umano, ci mette quel lievito che ti ripaga dalla bruttura del fango, dell’orrido che contiene il personaggio. Invece, quello sciagurato di Vasco era “orrido-nature”, orrido-allo-stato-brado.
E non è tutto: era anche banalmente, esplicitamente allusivo. Diceva in parole povere: emozioni forti, sensazioni violente – questo voglio – violente sensazioni, sempre più forti – anche se il prezzo da pagare è la vita…
Era una visione così sgradevole, un messaggio talmente abbietto, che lo stesso Baudo, quando il guittone stracotto è riapparso per ricevere gli applausi di rito, ha tagliato corto con un saluto gelidino (mi è parso): un arrivederci freddo… Ma quell’uomo barcollante, sullo sfondo della periferia bolognese, non lasciò presto la mia mente. Continuò a turbarmi in quanto immaginavo le centinaia di migliaia di ragazzini imberbi, succubi, che dalla tivù bevono tutto quello che viene, come fosse rosolio o elisir di vita eterna. Quell’ebete che esalta le emozioni forti, pensavo, in un crescendo da allucinogeno, è il “profeta audace”, il “filosofo del nuovo verbo”. E intanto mi chiedevo: gente della Tv, della stampa, del governo, ma quando faremo un’indagine seria, un calcolo aprossimativo, di tutti i giovani che si sono “fatti”, che si sono procurati un passaporto per l’altro mondo, sulle orme dei cantori dell’eroina, come quel tale Lou Reed, che a Milano si pronuncia giustamente Lùrid?
Dicevo, all’inizio, che ci sono mattine in cui provi un bisogno fisico, impellente, di “andare giù piatto”. E allora, molto piattamente, io chiedo al programmatore di “Domenica In”, al mio collega Egidio Sterpa che è nella commissione parlamentare di vigilanza della tivù: “Chi ha chiamato quel povero guitto da suburra? Non esiste un dizionario alla RAI? Oppure: quale partito politico, quale vescovo o notabile o senatore, ha raccomandato il Vasco suonato?”. A questo punto, temo, “alti lai” si alzeranno da ben noti ambienti industriali: da quelle case discografiche, voglio dire, che si sono da tempo ritagliato questo losco praticello che esalta con psichedeliche suggestioni, il “messaggio”, la “ribellione” della droga. “Ecco”, inveiranno, “ecco l’inquisitore, il cieco reazionario: spara sulla cultura! “. Cultura? Eh, già, lettore: è di moda, oggi, chiamare cultura tutto, anche il pernacchio da stadio, anche le scritte nei cessi pubblici. Esiste un sociologo che difende “la cultura della droga”. Così va la cultura: mi piacerebbe tanto ascoltare ciò che ne pensano gli illuminati ometti del passato: ma sì, alludo a un Platone, a un Socrate, un Seneca: cosa direbbero del Vasco cotto da periferia? (...)”

Related Posts:

Tags:, , , , , , , ,

Post a Comment