Sabri la Diva***
novembre 19th, 2006 | by p.s.v. |Sabrina era rimasta ferma, quasi immobile, ai 17 anni. Forse la più bella e stupida delle fasi del nostro pezzo di strada. Sabrina non era cresciuta, come se nel tempo, si fosse rifiutata di mangiarsi la vita. Affrontarla. Cercare di sbranarla quando gli eventi ti invitano a farlo. O imparare a morderla tra i denti e domarla, in quegl’attimi che ti si rivolta contro. Il corpo accompagnava la mente nei suoi deliri e con lei era fermo a quella devastante età. Un piccolo seno formato quasi esclusivamente da due duri e grossi capezzoli, emergeva comunque nella magrezza del suo esile fisico di bambina che sembrava crollare al tatto di una mano. Di un semplice discorso. Di una morsa strana e improvvisa del giorno. Sabri aveva 36 anni, abitava in casa col padre e lavorava a volte per conto dell’università patavina, dove fuori corso si era diplomata in fisica. Se non aveva di che fare, passava il suo tempo a dormire, davanti la tivù. Il suo corpo da diciassettenne inconsolata misto al rifiuto di crescere la vita, davano in lei un aspetto di bambina monella agli occhi dei ragazzetti carichi di voglia incontrollabile e sempre pronti a misurarsi nelle loro prime esperienze sessuali. Gli unici a chiamarla ancora figa. A fischiarla in mezzo agli altri, nella piazza del paese. In loro Sabrina vedeva forse se stessa, il suo piccolo mondo non ancora maturo per poter essere scagliato in mezzo agli altri. Al casino di tanti. Alla bolgia umana che ad un certo punto della vita ti travolge scaraventandoti ai bordi della strada.
La sua comminata lenta e sempre uguale, quel passo che i giovani confondono come sensuale e quel viso addormentato facile da scambiare per vissuto le permettevano di essere considerata diva. Sabri la Diva, l’aveva ribattezzata Giovanni. Che a 13 anni e mezzo era stato il più giovane dei ragazzetti a riuscire a farsela. Alto ma ancora sgraziato nei movimenti, l’aveva sedotta con un bicchiere di birra chiara e una marlboro light scroccata alla mamma. Gli era bastato dividere tutto con lei per trovare il coraggio di bloccarla appena dentro l’antibagno del Blob e scoparla per non più di due minuti. Il tempo di venirle dentro e sentire una risata sbolsa partire dallo stomaco dell’amica più grande. “Cazzo me ne frega”, disse qualche giorno più tardi a Giovanni, non appena si rese conto di averla scopata. “Cazzo me ne frega che mi sei venuto in figa, Giovanni. Se non rischiamo la pelle qualche volta, che gusto c’è a vivere?” Giovanni si mise un po’ più tranquillo, anche se le parole della madre a cui si era confidato non erano proprio quelle. Tirò un sospirò a metà tra il preoccupato e la disperazione, mentre Sabrina sorrise ai suoi occhi, sentendosi figa per davvero.
Nel ‘90 Sabrina faceva 20 anni e l’italia giocava il suo mondiale in casa. Si doveva vincere perchè la squadra era fortissima e poi perchè la Sabrina avrebbe messo in palio una scopata per tutti. Immaginavo la scena. Tutti in fila a casa sua un giorno che suo padre faceva il turno di notte. Dal giardino alle scale, alla porta d’entrata, alla sala e via. Il lungo corridoio dove erano appesi i quadri di sua sorella e quindi uno stop improvviso. La porta della camera chiusa avrebbe segnato il confine. Da una parte una botta di ragazzini allucinati al solo pensiero di leccare la figa depilata della Sabri e dall’altra la camera dei sogni e dello sfogo. Di lì uscivano tutti più tranquilli. Bella cosa, forse la migliore che gli avrei visto fare in tanti anni. Ridevo al pensiero di vedere qualcuno che dopo aver atteso un paio d’ore, vedeva il cazzo rivoltarsi contro, rifiutandosi di alzarsi e prendere il volo. Che robe. Comunque il problema alla fine non me lo posi nemmeno, perchè l’italia perse in semifinale con l’Argentina e nessuno vinse il premio. Peccato. Sarebbe stato un evento fantastico per un paese di 10.000 abitanti legato con una stretta alle palle dalla storia, dalla cultura medioevale di un nord est già in battaglia in questa corsa a fottere e ancora guidato da una chiesa capitalista e arrogante. Una ragazza che si faceva scopare in casa da una trentina di maschi sarebbe stato una bella spallata all’ignoranza del clero provinciale e al bigottismo pericoloso dei suoi soldati. Ma forse i miei erano soltanto sogni. Certo che una come lei lo avrebbe fatto sul serio. Forse era questione di convincerla. Forse bastava trovare una altra roba che riempisse la sua passera di quell’adrenalina fissa che prende le donne quando la voglia di scopare è fortissima. Niente. A scoparla tutte le sere erano invece i suoi 2 ragazzi, Davide e Maurizio. Che lontani da tutto, manco sapevano di essere in 2 a farci l’amore. D’altronde Sabrina era bella, bellissima, con quelle lunghe leve a solcare la piazza del paese, per passare da un bar all’altro. Si notava e lei lo sapeva. Ma al di là di questa bellezza esteriore, il colore non nascondeva di certo i danni subiti dai pistoni. Un 130 montato su una 50 special dura poco, se non gli stai dietro. Meglio il 90 col carburatore 19. Punto e basta. Diceva così anche Maurizio, quando qualche cretino lo informò dei movimenti strani che accadevano nel sottoscala di casa della sua ragazza. “Davide Frigo se la scopa tutte le sere mentre sei agli allenamenti di calcio”, insisteva questa voce infame e incapace di tacere. Non smise di parlare nemmeno quando in ballo ci sarebbero stati panetti di fumo e giorni di galera, figuriamoci davanti alla sorte amorosa di un ragazzo sessualmente più fortunato di lui e una bambina che di lì in poi non si sarebbe più bevuta un giorno di vita. “Punto e basta” rispondeva. “Che se sto qui a farmi troppe pare, mi rovino le giornate”. Davide Frigo aveva già perso i capelli biondi e portava il 49 di scarpe. Si vergognava dei suoi piedi tanto da non mostrarli a nessuno. Si era convinto che il cazzo era proporzionato alla lunghezza del piede e questo gli bastava per non andare troppo spesso in depressione. Aveva il più lungo cazzone che mi sarebbe mai capitato di vedere. Una storia assurda, se pensiamo poi che la nonna della Sabri si sbatteva il parroco del paese. Una famiglia di pazzi in calore. Rimaneva fuori suo padre, che a 50 anni suonati faticava a distinguere il pisello dalla passera. Non si faceva nessuna paranoia, 30 anni prima aveva conosciuto Gabriella Mondin e questo gli bastava. Innamorato di sua figlia, aveva con lei un rapporto morboso. Sabrina lo chiamava Papi e insieme passavano gran parte dei loro pomeriggi. La testa della Sabri appoggiata al petto del padre. “Papi ho male la schiena. Un male forte”. Il papi massaggiava aspettando che qualche minuto dopo con una torsione strana del busto, la Sabrina se lo prendeva per la gola e lo baciasse. Suo padre era contento, tanto da litigare col professore di Italiano che s’era permesso di fargli notare che fin tanto che non permetteva alla ragazza di svincolarsi e camminare da sola, non gli avrebbe mai permesso di crescere. “Più alta di così”, rispose un giorno alla moglie, scocciata per il suo atteggiamento cocciuto. Forse aveva solo voglia di tenersela per sè. Forse
L’unica cosa che faceva assomigliare Sabrina alle altre puttanelle coetanee era che, come le sue amiche, si faceva depilare la figa da sua sorella parrucchiera e artista. Una volta che avevamo fumato una ganja squisita mi disse che se l’era depilata a strisce, in onore del Vicenza promosso in serie B. Me la mostrò negli gli spogliatoi della piscina di Dueville ma niente. “Da te non mi faccio infilare la lingua, figurati il cazzo. Non so che dirti, ma è così”. “Peccato” risposi immobile.
Perso il mondiale, si era deciso di partire per la Sicilia. Le ferie non le si organizzava al tempo. Partivamo col primo treno che passava dalla stazione e via. Avevamo deciso la Sicilia senza un motivo particolare. C’era bisogno e voglia di sud. Cosa di meglio!!? Il lunedì successivo la finalina, vinta contro l’Inghilterra per 3 a 1 con un gol spettacolare di Baggio, partimmo dalla stazione di Vicenza io, Maurizio, Davide, Giovanni, e Maria con uno zaino a testa, due tende canadesi. E mezzo chilo di hashish. Il treno inciampò nei soliti 20 minuti di ritardo, lasciando il tempo a Sabrina che, senza uno straccio di biglietto, lo cavalcò sistemandosi nel nostro compartimento che nel frattempo era diventato una camera a gas, dalla quantità di canne che stavamo fumando. Davide gridò talmente forte alla vista della Nico, da svegliare l’intero convoglio che nel frattempo s’era assopito al rumore monotono delle ruote e qualche sporadico fischio. Smontammo dal treno ch’era mezzogiorno e la vista del finestrino annunciava Messina. La Sabri doveva rompere i coglioni ad un Siciliano che, curioso di quel piccolo seno appuntito, ci parlò di una stanza a Salina nelle Isole Eolie, l’ultima settimana di Agosto. Un mese e mezzo dopo la partenza. Il gruppo di quelle ferie era sempre lo stesso che usciva in ogni giorno dell’anno per fare il solito percorso vita. Piazza Monza, via Dante fino ad infilarsi dietro a quello sporco capannone dipinto di scuro per via delle troppe scritte spruzzate col rosso che lo emarginavano dagli altri caseggiati. La canna la si girava camminando, la si fumava arrivati e poi via ai motorini. La compagnia era sempre e per forza quella. Una compagnia che ti soffocova. Una compagnia che non lasciava spazio ai movimenti personali. Era assuro, ma se uno aveva bisogno e l’occasione di trombarsi una figa agli altri sconosciuta o comprarsi un paio d’etti di coca perchè aveva trovato l’occasione, potevi giurare che queste due femmine cercavano di impedirti in qualsiasi modo di arrivare a farlo. Il gruppo doveva stare unito, non tanto nel suo senso, ma perchè se c’erano fighe estranee, non c’erano Sabrina e Maria. E così con le sostanze. La Sabri passava in secondo piano e moriva, perchè oltre una figa che parlava, in lei non esisteva nulla. Era una ragazzina insipida da tutti i punti di vista. Poteva essere simpatica quando se ne usciva con le sue scommese miracolose. Che peraltro non riuscii mai a vincire. Nei miei confronti provava una sorta di invidia mascherata, dovuta al fatto che spesso prendevo in giro quel modo lento di camminare e sfottevo la sua parlata tossica preparata a tavolino. Ma su tutto non dimostrai mai di avere bisogno di lei. Arrivai a scoparla una sera ch’eravamo ad Agrigento e il mare tuonava di nero. La pioggia iniziò a battere come non si era mai visto da quelle parti e trovammo rifugio in uno di quelle baracche di legno adibite a deposito d’ombrelloni. Non passò molto tempo che il suo sguardo penetrò tra i miei pantoloni ad immaginare il cazzo, che ce l’aveva gia in bocca. Era la mia rivincita nei confronti di questa bastarda dal corpo fragile e il cervello di una ragazzina. Si fermò pochi secondi per raccomandarsi che non gli venissi in bocca che alla ripresa del pompino svuotai i coglioni di tutto lo sperma arretrato che avevo.

3 Responses to “Sabri la Diva***”
By Richard Gekko on nov 19, 2006 | Reply
Ma allora sei un bastardo! Si era perfino raccomandata!
Preci ma hai mai fatto caso che nelle compagnie in cui entrano due donne si verifica una moria? Tipo sei un gruppetto di 5/6 maschi, arrivano un paio di donne e seminano subito casini, e nel giro di pochi mesi la compagni si falda…
By p.s.v. on nov 19, 2006 | Reply
Richard Le femmine sono così, puttane. Poi ci sono i maschi, che vanno avanti col naso, senza capire niente
By francesco on giu 12, 2007 | Reply
è scritto benissimo. davvero molto bello.
ps non per fare il rompicoglioni degli articoli, ma alla fine hai messo ‘gli’ invece di ‘le’.