Segni

gennaio 23rd, 2006 | by p.s.v. |

Faticava a fissarlo negli occhi, non appena suo padre varcava la porta di casa, ubriaco di una sbronza disarmante. Sentiva un colpo Ivan. Una fitta sulla bocca dello stomaco arrivargli dritta al cuore, lasciandolo immobile e senza fiato. Poi il panico, che tentava di mascherare facendo qualcosa di stupido con la prima cosa si trovasse tra le dita. A tradirlo il tremore delle mani e la lucidità degli occhi, che anticipavano spesso un pianto soffocato. Lacrime che scendevano invisibili ma pesanti. Ivan era segnato. A nove anni lo sarebbe stato per sempre.
Il silenzio trasudava dalle pareti annerite di muffa, dal televisore spento all’istante, dalla voce calda di sua madre che riprendeva a cucinare. Spalle alla vita. Silenzio negli occhi di Ivan. Silenzio a cercare di tamponare il dolore. Silenzio sperando di soffocare.
Odore acido. Un misto di sudore e alcol si stagnava in un attimo in ogni angolo della casa, quasi andasse a tracciare i confini dell’uomo. Che senza dire niente, buttava giù l’ennesimo sorso di vino rosso. Non una parola. Solo il rumore del bicchiere che appoggiava nel lavabo. Poi la solita, infinita e brutale occhiata che doveva dire tutto, a fulminare i sensi di Ivan. Sapeva cosa doveva fare, senza la possibilità, anche minima, di una via di fuga. Suo padre appena entrato aveva chiuso la porta con due giri di chiave, mentre la madre talmente impaurita dalla furia dell’uomo, aveva scelto il silenzio. Accettandone anche la complicità più marcia. Schifosa. Riattaccò il televisore continuando a cucinare. Ivan entrò piano in camera. Poca luce. Finestre chiuse. Muffa. Un mobile senza gusto, di un legno laccato lucido, reggeva una stampa incorniciata di un cristo. Nel buio sentì la mano di suo padre afferrargli stretto il polso. Si spogliò nel silenzio più nero. Si stese sul letto in un pianto stretto, chiuso. Ingabbiato. Sperando di morire. L’uomo calò i pantaloni, guardò il ragazzino nudo e gli andò da dietro, alzandogli con entrambe le mani umide da quell’eccitazione bastarda, il sedere. Una smorfia di dolore partì dalla bocca di Ivan, rimbalzando in un eco disperato, tra i muri sporchi della stanza. Che parevano essere gomma.

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  1. 11 Responses to “Segni”

  2. By un fiore on gen 24, 2006 | Reply

    Come si può fare un commento a un simile racconto..

    ho pianto…mi ha rammentato una violenza subita…quando ne esci hai solo voglia di urlare cosa ti è stato fatto e solo allora ti accorgi che quello che sei è solo ..il nulla.

    Non conosco l’Autore di questo racconto pur leggendolo sempre e voglio ringraziarLo per avermi concesso ancora una volta di urlare questo dolore che ancora a distanza ti tempo lacera la mia anima

    un fiore

  3. By Stufa on gen 24, 2006 | Reply

    Un colpo secco, preciso, micidiale… questo racconto.
    Brividi.

  4. By ventodipolente on gen 24, 2006 | Reply

    quanto vorrei essere un dio onnipotente e vendicativofigliodiputtana in questi momenti…

  5. By JohnnyDurelli on gen 24, 2006 | Reply

    Gesù,che cazzotto nello stomaco,’sto racconto!

  6. By mascia on gen 24, 2006 | Reply

    un pugno nello stomaco, vero.

  7. By fastidio on gen 24, 2006 | Reply

    ero venuto per tirare qualche mia solita battuta idiota, ma con un post del genere divento piccolo piccolo e mi rendo conto di quanto facciamo schifo!

    l’uomo, il peggior animale inventato da dio!

  8. By p.s.v. on gen 24, 2006 | Reply

    Akuma: Al tuo commento gli ho tagliato le gambe. Sono intollerante, non so che farci. i commenti che non c’entrano un cazzo col post li sputo dal finestrino. poi in sto post scrivo di una violenza sessuale, figurati se lo lascio

  9. By valeria on gen 24, 2006 | Reply

    la solitudine uccide le persone, preci. e quando non uccide la persona, ammazza la sua innocenza.

  10. By Insane Soul on gen 24, 2006 | Reply

    dio, in determinate situazioni, dove cazzo sei?
    Dillo.

  11. By lavalanga on gen 24, 2006 | Reply

    Dio non c’entra niente.
    E’ l’uomo/individuo/essere senziente (?) la sola causa di se stesso.
    E troppe volte, davvero troppe, la causa anche degli altri.

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