Sogno strappato
dicembre 10th, 2006 | by p.s.v. |Una persona che ti impone un sogno e poi te lo strappa da dietro, non può che essere un figlio di puttana. Questa è per te, Oscar
Figlio di puttana. Cazzo di figlio di puttana che sei, Oscar. Ci sono parole che non puoi proporre alla gente così. Come fossero miele. O acqua che scorre a prenderti e farti del male. Quel biglietto, la festa e quella villa era un disegno progettato bene. Altrimenti la fine sarebbe stata diversa. Oscar ad offrirti la morte, e la sua stessa persona a salvarti nel momento in cui senza alcun dolore, l’avresti accettata di cuore. E fatta tua. Ma, oltre a costringermi una scelta e impormi pure la fine del sogno, questa commedia è un colpo alle spalle. Di quelli che fanno morire per davvero.
Scelsi l’inferno. Forse la stagione che, in vita, Dio m’ha concesso di conoscere meglio. Non vie di mezzo davanti ai miei occhi stanchi. Non personaggi insensati. Avrei calpestato un’asfalto conosciuto in vita, sorrisi sghembi da cui difendersi ma da cui mi ero difeso già. E occhi, le cui pupille mi avrebbero raccontato molte cose. Casini, drammi, sconfitte. Follie. Avrei scelto sicuro l’inferno per questo nuovo visto a timbrare la morte. A farmi compagnia Oscar, un venditore di parole colorate, antidolorifiche e patinate. Un ragazzo accompagnato da una giacca di buon tessuto colorata di nero e una grossa cravatta disegnata al suo sorriso sempre pronto. Un uomo calcolato, che decisi immediatamente di lasciare sul posto. A battere strade così sporche, non ti puoi certo permettere appresso qualcuno. Troppe le facce che poi ti si rivolterebbero contro. Gli infami all’inferno hanno vita breve. Ed Oscar non mi pareva il tipo da tenersi le cose per sé. Con quel colpo alla tempia si sarebbe svegliato quando le mie gambe avrebbero già visto molta strada e i miei occhi corso buona parte dei volti. Ma più di tutto il mio cuore avrebbe deciso la sua scelta più vera. Boom Finalmente ero solo, nell’inferno più buio, marcio. E vivo. Solo a cercare la mia vita, tra vite che mi si paravano contro cercando in un mio respiro una foto più attuale possibile. Cercavo da sempre quel pezzo di vita persa qualche anno prima. Visto ch’ero stato costretto a riaprire quello squarcio infinito, quella ferita inguaribile, volevo almeno fosse per la persona più importante della mia vita. E di tutti gli anni a venire. Serena. Rivedere Serena anche per un attimo, anche solo per dirle “ciao”, valeva la mia stessa vita. Serena c’è sempre stata, anche se a grande distanza, anche se sepolta nella merda. E morta. Con 2 grammi di polvere marrone, targata brown sugar. Cercavo quello spaccato di vita per poterla sentire ancora viva. Almeno per un po’, ma viva dentro un sogno. Mi bastava poco, davvero poco. Il tempo d’infilarmi dentro e correre. Evitando i personaggi più belli a vedere, ma cercando nella merda ciò che volevo assolutamente fare mio per sempre. L’inferno me lo immaginavo esattamente com’è. I luoghi sono quelli che colorano tutt’ora gli spazi della vita. E così i volti che lo vivono. Scelti dai commenti infami della gente. Brava gente?!! Nereo era appoggiato alla solita panchina che ancora oggi, a distanza d’anni, porta lo stampo di quello schifo di corpo andato. Le maniche della camicia abbassate dicevano che nulla era cambiato. Un cenno con la testa. Il solito, con quel sorriso triste, stampato nel suo volto scavato. Serena, la mia Serena, non poteva che essere da quelle parti. Non era stato poi così cattivo in vita nei suoi confronti, anzi. Anche se impotente per la mia presenza, più volte la difese dalle costanti crisi epilettiche o dai corpi di qualche bravo papà, in cerca di sesso acquistato a poco prezzo. Vento oramai introvabile tra le mura di casa. Se c’era Nereo, ci sarebbe stata Serena. E infatti, con un gesto della testa a ripulire la sua vista, mi confermò la sua presenza. Indicandomi la direzione da percorrere. Corsi via Garibaldi completamente e poco prima della sua fine lungo una stradina laterale di sassi e terra, trovai Serena. Nessun dubbio, non fosse per l’odore che era esattamente il mio. Si voltò senza dire niente, quasi s’aspettasse il mio arrivo. Quasi a tenermi un posto sicuro, accanto a se. Saltammo entrambi in aria, in un esplosione disarmante di sentimenti. Ricordo il suo sorriso e il suo meraviglioso sguardo intriso di dolcezza e paura. Un’abbraccio infinito a difendere due cuori innamorati, confusi, sicuri come poche volte e pieni di se. Il tempo passò inesorabile, senza che ci dicessimo parola alcuna, in un continuo abbracciarsi di vite nel luogo che Serena aveva scelto per noi. Il nostro “per sempre”. E mentre scelsi la morte per vivere Serena m’arrivò di ritorno una pugnalata alla spalle. Un colpo nudo, infernale e schifoso. Un colpo sporco, di un dolore diverso. Nel momento che decisi la morte per poter vivere, mi risvegliai accasciato sul giardino d’una villa. Con Oscar che s’era risvegliato dal mio cazzotto e m’aveva riportato a respirare vita che non volevo. “Ho aspettato ti risvegliassi”, furono le uniche e ultime parole prima di sparire. Per sempre.

6 Responses to “Sogno strappato”
By molecole on dic 11, 2006 | Reply
anche se lo sai gia, lasciati dire hai il potere di trafiggere cuore, cervello e fegato con un solo colpo
By Richie on dic 11, 2006 | Reply
Dante, se si fosse fatto almeno una volta di zucchero marrone, penso lo avrebbe scritto così il suo inferno
By Albi on dic 11, 2006 | Reply
L’inferno attira sempre più del paradiso, quasi a voler indicare che certe cose si godono meglio se sono tribolate … e poi c’è il fuoco che a me ha sempre affascinato.
By centopercento on dic 12, 2006 | Reply
Dopo un inferno così, ci si riesce per davvero ad uscire a riveder le stelle? Com’è?
By missmidnight on dic 13, 2006 | Reply
Prova vista.
Miss.
By Insane on dic 14, 2006 | Reply
Lessi la prova.