Spara!!!
marzo 28th, 2006 | by p.s.v. |Avevo sedici anni. Ero un ragazzino irrequieto. E gia con un pezzo di storia scritto. Scritto sui verbali dei carabinieri, sulle relazioni delle assistenti sociali della tutela dei minori. Scritte su fogli di carta bianca di seconda mano, battuti a macchina da giudici del tribunale minorile. Ero un ragazzino allo sbando, fragile. E gia segnato. Additato. Mi innamorai di Monica fin da subito. Forse, mi innamorai del suo mondo. Della sua nomade vita. Fatta di carovane e giostre. Di luci colorate e musica. Di continui spostamenti. Di sagre e fiere. Di paesi. Di strade. E di tramonti. Durante la sagra del paese, aiutavo il padre e i suoi fratelli a montare la giostra. In cambio mi davano la chiave per poter girare quanto volevo sugli autoscontri. Era così da un bel po’ di anni. Sempre alla fine di luglio. Quando il mio paese si vestiva a festa. E nel piazzale davanti la chiesa si sistemavano le giostre. Una settimana di vita. Di colori e casino. Di luci al neon. Dei profumi buoni delle patatine col ketchup. Di frittelle e stand gastronomici. Di musica tirata e voglia di vivere.
Mi sentivo più grande girare con la mia chiave in mano. Farmi vedere dagli altri sistemare quei grossi giocattoli lasciati incustoditi in mezzo alla pista, quando il giro finiva. Mi ricordo vestito con una canottiera a rete bianca. E un paio di Jeans stretti. Millenovecentoottantasei. Quell’estate mi accorsi di Monica. Cresciuta come in un attimo. Bella. Capelli neri. Così come gli occhi. Aveva quindici anni e seduta alla cassa richiamava la gente a provare lo spettacolo. “Gettonatevi giovani, gettonatevi alla giostra del piacere”. Frase fatta che mi piaceva un casino. Persi la testa. Mi sciolsi fino a non capire più niente di fronte a quello sguardo. E ai suoi movimenti. Fu lei a chiedermi se mi andava di metterci insieme. Bastarono cinque minuti ed io avevo gia risposto che si, mi sarebbe piaciuto tanto. Passammo insieme tutta la settimana. Fino all’ultima sera. Quella dei fuochi d’artificio. Quella che, quando arriva mattina le giostre sono gia ripartite. E nella piazza rimangono solo gli spazzini a ripulire i resti di una settimana di festa. Ricordo i fuochi sopra la sua carovana libera. Ricordo il mio cuore battere mentre in una girandola di baci, provavamo inutilmente a fare l’amore. Ricordo il mio cuore nel suo. Battere più forte dei fuochi che illuminavano il cielo sopra di noi. Ricordo il sapore del suo corpo. Fino ai tre botti finali. Che chiudevano lo spettacolo pirotecnico. Scrivendo in un cielo blu elettrico, la fine delle danze. Boom. Boom. Boom. Aspettammo immobili, seduti a terra l’arrivo dei fratelli. E del papà. Il capo famiglia. Non intesa tanto come la sua famiglia. Il suo era un clan. C’erano i suoi cugini che avevano altre giostre. E altri personaggi ancora. Venivano dalla zona di Trieste. Giravano sempre tutti insieme e più o meno facevano le stesse piazze. Ecco, il padre di Monica era il “padrone” della piazza. Il capo clan. Varie famiglie si spartivano il territorio. C’erano le famiglie che contavano. E quelle che non contavano un cazzo. Lui contava. Si cambiò il vestito buono della sera. E ripartì. Si doveva fare in fretta. La notte serviva per smontare lo spettacolo viaggiante, caricarlo nei tir e ripartire. Ancora in viaggio. Ancora sulla strada. Ancora una paese in cerca di allegria. Di festa per dimenticare. Li aiutai a smontare la giostra. Monica era seduta nei gradini della chiesa. Mi guardava. Io la guardavo insieme al mio cuore pieno di paura. Finiti i fuochi ero corso a casa. Non c’e la facevo a reggere l’emozione che mi stava tagliando dentro. Morivo all’idea di non rivedere più Monica per chissà quanto tempo. Tornai in piazza. E iniziai a lavorare. Lavoravo guardando Monica. E non mi infastidiva che facesse la stupida con dei ragazzini che si erano fermati a parlare con lei. Sapevo che mi voleva. La sua era solo una scusa per attirare la mia attenzione. Per dirmi resta. Resta con me. Scappa. Salta su. E mi guardava negli occhi. Ed io capivo che mi stava chiedendo di andare. O forse non capivo niente. Confuso, impaurito. Innamorato. Fragile. Spaccone. Drogato. La vita mi stava già stretta. E gli occhi di Monica mi facevano volare. Anche se faticavo a reggere il suo amore. Le sue attenzioni. Il suo volermi sentire vicino. Paura che allo stesso tempo diventava bisogno. Fitte che mi accendevano il cuore. Vento che mi permetteva di respirare. Mare che riusciva ancora a farmi sognare. Vivere. In tutto questo muoversi dentro, la fuga con lei poteva essere un buon motivo per continuare a sperare. Sopravvivere. Riuscire a intravedere un raggio di sole anche in cielo incazzato nero di tempesta. Calma dell’anima. Coccole di mia madre, che già mi mancava. Un sacco di pensieri mi passarono per la testa in quelle ore di duro lavoro. Tiravo avanti più per la sostanza che avevo in corpo che per la forza fisica che ancora mi rimaneva a quell’ora di notte. Ci fu un momento che mi bloccai. Quasi d’istinto. A fissarne gli occhi. A leggerli. Non sentii più nulla. Per qualche attimo, solo un filo legava le nostre vite. I nostri sogni. Le nostre paure. I nostri bisogni. Silenzio. E buio intorno. Solo noi due. In mezzo ad un deserto dove fino a qualche ora prima brillavano le luci, suonava la musica. Gridava la gente. Silenzio. Nemmeno il rumore del ferro da caricare in fretta sui tir distrutti dalla strada. Nel silenzio, una voce lontana che avevo riconosciuto essere quella di mio nonno, mi diceva di mollare tutto. Di scappare da lì. E tornarmene a casa. Pur avendo gli occhi ancora chiusi, mi resi conto che il sole era già alto. Un ronzio strano stava accompagnando il mio risveglio. Mosso. Mi pareva di avere il corpo invaso da strane vibrazioni. Che mi avvolgevano stretto. Quasi fosse un massaggio. Ed io stavo bene, anche se non capivo nulla. Nel sogno mi ero lasciato andare tra le braccia calde di mia madre. Che mi teneva vicino e mi baciava. Forse era lei che ancora mi stava massaggiando le gambe. Forse Come quando ero più piccolo. Che tornavo a casa pieno di lividi dopo una partita di calcio. Mi spalmava Lasonil e mi massaggiava. Ed io ero felice. Mi svegliò una frenata brusca. E lo stridere del freno. Un flash. Nella confusione mi guardai attorno. Al volante Brandon Fiorani rideva. Come un pazzo. “Volevo ucciderlo quel cane schifoso” disse ridacchiando come un topo di fogna. Vicino a me, ancora addormentata c’era Monica. Più in là sua madre. Erano le otto della mattina. Ed io mi ritrovai non so come, in una strada che non sapevo. Avevo un buco da colmare. Non ricordavo più niente, per ritrovarmi con loro, a raggiungere un nuovo paese. Era strano. Ed io ero contento e impaurito. Sorpreso. Felice di essere con Monica e la sua famiglia. Ma anche confuso. E stordito. Brandon mi spiegò che ero stato io a chiedere di saltare sul camion e partire con loro. E che suo padre mi avrebbe garantito da mangiare, da dormire nella roulotte insieme a Morgan e la chiave per girare quanto volevo sulla giostra. In cambio avrei dovuto aiutarli a montare e smontare lo spettacolo, pulire gli autoscontri e sistemarli quando la gente lì mollava in mezzo alla pista. Guardai Monica svegliarsi piano. Fissai a lungo i suoi capelli arruffati. Il suo viso. Ci guardammo fissi non appena i suoi occhi si schiusero. Accennò un sorriso complice. E di nascosto mi strinse la mano. Forte. Una fitta mi partì dai piedi e raggiunse il cuore nello stesso momento. Che esplose in una carica di dinamite senza precedenti. Avrei voluto baciarla. Ma eravamo con suo fratello e sua madre. Avremmo dovuto aspettare l’arrivo. Sistemare tutto. Poi, forse, avremmo avuto il tempo per amarci. Il camion col suo rimorchio continuava a bruciare gasolio e a mangiare asfalto, lasciandosi dietro una scia di fumo nero. Segno che la sua parte l’aveva fatta da tempo. Arrivammo a Montebelluna che era quasi mezzogiorno. I fratelli sistemarono la carovana e la roulotte. Sua madre si avviò nella vicina rosticceria. Non aveva voglia di cucinare. Pollo allo spiedo e patatine per tutti. Chiesi a Morgan dove fosse suo padre. Che non vedevo. Non mi rispose. Lo vidi tornare poco dopo col comandante dei vigili urbani. Confabulavano insieme. Il signor Fiorani si lamentava di una giostra nuova che si era sistemata dove non doveva. Alzò la voce. Il comandante abbassò lo sguardo, accetto il vino offertogli dalla mamma di Monica. E se né andò. Nel pomeriggio, mentre montavamo gli autoscontri e i ragazzini del posto ci davano una mano in cambio di qualche chiave, o tuttalpiù, di una manciata di gettoni, vidi i ragazzi del Tagadà smontare incazzati la giostra. Fare i bagagli e partire. Ci guardavano male. Con occhi colmi di rabbia e vendetta. La scena mi impaurì. Ma non appena i loro mezzi girarono la curva e sparirono dalla mia vista, mi misi più tranquillo. Guardai Monica uscire dalla carovana con un paio di Jeans e una maglietta stretta. Con un cenno della testa mi chiese di seguirla. Sentivo il cuore battere su tutto il mio corpo. Ci nascondemmo nel sotto chiesa, dove trovammo un posto solo per noi. Per il nostro amore. Per la nostra voglia di stare insieme. Di amarci solo come dei ragazzini di quindici, sedici anni sanno fare. Eravamo veri. Emozionati. Confusi. E belli più del sole e delle stelle. Alla sera la giostra era montata. Completamente. Compreso il piccolo chiostro dello zucchero filato. La sagra non era ancora iniziata, ma Brandon aprì il camion che faceva da cassa. Accese lo stereo. Cosa succede in città suonò per una decina di volte. Senza lasciare spazi di vuoto. Alla fine attaccò Dormi dormi. Poi, due giri di chiave alla porta del camion e con uno sguardo perso in un punto non ben definito si mise a girare tra le giostre. Lo guardavo da lontano. E lo vedevo nervoso. Arrivò suo padre. Si misero a parlare. Con un dialetto che non riconoscevo. Ma si capiva lontano che qualcosa non andava. Monica mi parlava, ma ero assorto tra pensieri che non riuscivo a focalizzare. Qualcosa mi preoccupava. Mi impauriva. Arrivarono anche altre persone che si misero a discutere con Brandon e suo padre. Uno di questi, mi pare si chiamasse Mario. Due spalle da far paura. Le mani grosse. Iniziò ad alzare la voce. “No, io non lo faccio. Qui finisco dentro di nuovo”. Furono le uniche parole dette in un dialetto appena comprensibile. Vidi Brandon girare il suo sguardo verso di me. Sguardo nervoso. Straffotente. Quasi di sfida. Il cuore mi salì in gola. Cercavo un po’ di indifferenza, ma il mio corpo non rispondeva. Potevo rifugiarmi nella roulotte. Ma Morgan non era ancora arrivato da chissà dove. Mi accesi una sigaretta. Pensieri che mi partivano insieme al fumo che bruciavo e che volava fuori. Nel vento. Monica andò a dormire. Ero solo in quella cazzo di piazza. Suo padre si girò. Richiamò la mia attenzione a sé. E mi disse di seguirlo. Apri la roulotte. Entrarono tutti. Play. Una musica che non ricordo servì più che altro a non far passare le voci fuori del caravan. Brandon era nervoso. Quasi eccitato. Continuava a muovere le gambe in maniera isterica sotto il tavolino. Ma fu suo padre a prendere la parola. Poche frasi. Ma chiare. Il lavoro da fare era semplice. Dovevo solo seguire Brandon Fiorani. E fare quello che, al momento più opportuno, lui mi avrebbe chiesto. Non capivo un cazzo. L’ansia raggiunse un picco allucinante. Troppe cose non mi tornavano più. Troppa tensione circolava dentro a quei pochi metri quadrati di casino e puzza. Partimmo subito. Sgommando con la vecchia mercedes. Brandon non parlava. Io guardavo fuori. E mentre le luci della notte mi sfrecciavano accanto, pensavo a mia madre. E la volevo. E ne avevo bisogno. E in quel momento vorrei essere stato con lei. E non me né fregava niente di tutto quello che era successo. Per sedici anni. Volevo mia madre. E basta. In mezz’ora arrivammo a Valdobbiadene. Senza che Brandon avesse mai spiaccicato una mezza parola. Fino a che nel silenzio della notte, i miei occhi furono attirati dalle luci di un campo nomade. Brandon fermò la macchina poco prima. Mi guardò fisso negli occhi. Silenzio per qualche secondo. Poi le prime parole. Per indicarmi una roulotte. Un punto ben preciso di una roulotte. Il lato posteriore. Dove sicuro, all’interno c’era un letto. E, a quell’ora, qualcuno che ci dormiva. Mi stava indicando il lato posteriore di una roulotte di una campo nomade di Valdobbiadene. Alle due di notte. Ed io non capivo il perché. Si avvicinò ancora. Fino ad averla di fronte. Aprì il bauletto. “Hai pochi secondi, poi dobbiamo scappare. Non ti preoccupare, è caricata a salve. Spara
“. Ricordo la parola spara rimbombare nella mia testa in quei pochi secondi che mi parevano non finire mai. Spara. Spara. Spara. “No io non sparo. Non voglio farlo. Che cazzo ci faccio io qui
“. “Spara porcodio, sparaaaa
“. Panico. Un panico che mi sconvolse l’anima. Fino al rombo di un motore truccato, che sentivo massacrarmi il corpo. “Sparaaa
“. “No, dio porco non voglioooo
“. “Sparaaa
“. Chiusi gli occhi. Brandon prese la situazione in mano. E la pistola. Boom. Boom. Boom.


11 Responses to “Spara!!!”
By lila on mar 28, 2006 | Reply
...pensieri. mi ricordo. l’odore il sapore il colore le sensazioni. bacio.
By centauro on mar 28, 2006 | Reply
Che storia! Un racconto che ti trascina con sé...
Ciao
By MimiJoy on mar 28, 2006 | Reply
Che effetto mi fa leggere di piazze in cui tante volte ho passeggiato!
:)
Bax
MJ
By onda on mar 29, 2006 | Reply
che ricordi! che adolescenza
By laflauta on mar 29, 2006 | Reply
preci, poi cancellami, che so che non c’entra un cazzo.
l’altro giorno una cazzo di psicologa mi ha detto che non sono una cattiva ragazza. che devo piantarla di volerlo essere. che devo piantarla di avercela con una madre che non me l’ha mai fatta quella carezza, ne’ mai messo il lasonil sulle botte, e quell’acqua ossigenata che bruciava sulle ginocchia sbucciate (perchè mio figlio non ha mai le ginocchia sbucciate?), e dovevi soffiare.
e che se la carezza me l’avesse fatta, se fosse stata una madre, non sarei mai voluta essere una cattiva ragazza. e non lo sarei ora.
certo che gli psicologi non capiscono un cazzo, che poi non ci sono nemmeno andata per me. ma almeno mi han spiegato come mai sono una cattiva ragazza, e una madre meravigliosa.
Ciao preci. Scrivi sempre da Dio.
By FulviaLeopardi on mar 29, 2006 | Reply
(ot)
ma ti ho fatto qualcosa di male che a quanto sembra ce l’hai con me?
By laislabonita on mar 29, 2006 | Reply
Quasi quasi mi viene nostalgia del luna park, che invece da piccola mi metteva una paura: calcinculo-ragazzini esagitati-divertimento dovuto e che io non provavo-spaventosi pirati dalla nave-vento che all’improvviso alza la gonna-venditori insistenti e imbarazzanti dai baracchini-
By maalox800 on mar 29, 2006 | Reply
fantastico questo racconto.
By Insane Soul on mar 29, 2006 | Reply
Cazzo, pensando a quello che sai tu mi sono dimenticato di dirti quanto spacca ‘sto post. O forse praticamente te l’ho detto.
Cazzo se spacca.
By emisola on mar 29, 2006 | Reply
E…
vorrei conoscerti. sul serio. lo penso da sempre. da quando ti ho incontrato qui, in questo mondo di vicinanze alternative.
vorrei vederti. guardarti negli occhi. fisso negli occhi.
e capire che è tutto vero.
e perdermi nella girandola vorticosa dei tuoi ricordi del tuo passato della tua vita.
(ho una gran voglia di abbracciarti)
By l'ultimastrega on apr 8, 2006 | Reply
Fanculo.
Più ti leggo, più ne vorrei.
La mia tesi può aspettare.
I tuoi racconti, no.