Sputa Mauro

novembre 24th, 2005 | by p.s.v. |

Mauro è uno buono. Si era inamorato di Michela una sera d’agosto ad una sagra paesana. Si bullava agli occhi delle ragazze, rimanendo in equilibrio sul tagadà. Alternando al rapido movimento dei piedi, una serie di salti da panico. Maglietta bianca portata stretta e un pacchetto di marlboro dure ad evidenziare l’aderenza dei jeans. Ai piedi le American Eagle, prendevano il posto delle inarrivabili All Star. Michela lo guardava da sotto, mentre Umberto Tozzi cantava “Stella stai” e i pochi capelli di Mauro si agitavano alla centrifuga della giostra.
Michela lo amava già. Se lo sentiva dentro. Bastava solo arrivargli vicino, provare a farsi notare in qualche modo. Ma Michela non sapeva fare la figa, non c’era mai riuscita. Forse per il corpo che non richiamava certo la chimica dei maschi. Era dolce, non certo figa. Ma quella sera le stelle erano più grandi del solito. E su tutto Michela stava con Marilena, un’amica un po’ puttana, almeno per i giovani del paese. Era splendida Marilena. Ti attaccava bottone con un niente. E con un niente ti ritrovavi con la sua bocca attacata al cazzo, non appena i tuoi occhi avevano accettato la sfida. Michela e Marilena erano insieme da sempre. Lavoravano entrambe in un piccolo laboratorio tessile a conduzione familiare, dopo aver trascorso insieme tutte le stagioni, dall’asilo in avanti. Il giochetto riuscì in un attimo grazie ad un colpo di vento fatale. Marilena sorrise a Mauro, che in confusione mollò la giostra per inseguire la preda. Che scappò, lasciando spazio e tempo all’amica più fragile. Si ritrovarono insieme allo stand gastronomico, a mangiar salsicce e bere vino rosso. Quel vino che pare quasi ti parli. O ti faccia parlare. Si ritrovarono a ridere e a ballare Alberto Camerini in una “Tanz bambolina” remixata, forse per la prima volta da un improvvisato dj Brandon, giostraio della famiglia dei Rizzi. Era il mille novecento ottanta due. Mauro aveva venti tre anni e Michela uno di meno, ch’era nata a dicembre e aveva perso l’anno. Parlarono tanto quella sera, tra salsicce e vino rosso e frittelle e birra. Confidandosi i casini e tutti loro guai. Fino ad arrivare a ridere del riporto nella testa pelata di Mauro, tenuto su da cinque forcine in alluminio. Mauro guardava le tette dell’amica e gli sembrava di vedere dei palloncini gonfiabili, che quasi si immaginava la ragazza prendere il volo se non la teneva legata a sè. Finirono dietro il campanile della chiesa parrochiale a darsi baci senza prender di mezzo le lingue. Come prima sera andava bene così, decise Michela. Si sposarono una domenica carica di sole in un strano ottobre, col ventre di Michela a proteggere la piccola Deborah. Mauro aveva venduto la sua ET tre primavera e si era comprato una Dyane sei su cui aveva attaccato l’adesivo del vagabondo e quello dei Doors. “Devo metter su famiglia” convinceva gli amici, “che poi tra un po’ mi nasce pure una figlia”. Mauro cercava di convincere se stesso. Aveva rinunciato ai litri di birra bevuti più per cercare lo sballo che l’amaro del retrogusto e a tutte le canne del mondo. Amava Michela e questo bastava a giustificare il tutto. Don Severino si esaltò talmente tanto durante il delirante discorso agli sposi che quasi dovette tenere a bada l’energia profusa dal suo corpo e concentrarsi, per non eiaculare. Il pranzo, pagato dai genitori della sposa iniziò all’una e finì alle nove abbondanti, quando amici e parenti salutarono gli sposi e lasciarono la “Trattoria da Carli”. Ma era nervoso Mauro, quasi che un segreto lo dilaniasse piano. Che poi senza le birre non aveva nemmeno tanto coraggio per parlare, anche se di fronte aveva Michela, la donna della sua vita. Consumarono un amore gelido, nel più breve tempo possible. Fino a che Mauro lasciò i suoi pensieri alla notte. E a Michela.

Quella notte, che non era la prima, Mauro sognò nuovamente. Di quei sogni che lasciano il segno alle persone che dividono con te le lenzuola. Lo stadio Meazza era stracolmo di gente e il Milan perdeva uno a zero, quando mancavano una manciata di minuti alla fine della partita e del campionato. L’arbitro che fischia una punizione al limite destro dell’area di rigore. Testa calda Mauro. Di quei fuoriclasse che ti inventano una partita dopo esser stati fantasmi per almeno dieci incontri. Decide di battere lui, fregandosene della volontà dell’allenatore e del bisogno nevrotico dell’attaccante a caccia di marcature. Decide per un tiro di colmo pieno. “Se centro la barriera centro pure la porta”. Sono attimi di silenzio. Il pubblico in attesa, pronto a scatenarsi se la palla avesse gonfiato la rete. Mauro calcola la rincorsa e batte di forza. Che un grido lancinante spacca la stanza da letto. Michela si sveglia di colpo. Mauro aveva calciato la base in legno del letto, nello stadio della sua camera. Michela accompagnò al pronto soccorso il marito, tra lacrime e mezzi sorrisi. Una frattura composta del piede sinistro, costrinse Mauro ad un riposo forzato per almeno due mesi buoni.

Marilena si propose di aiutare l’amica, che comunque doveva continuare il lavoro. Marilena si propose di aiutare Mauro con bocchini che lo facevano “rinascere” ogni volta. Marilena era una amica cara. Di quelle che ti fanno parlare dopo che sei venuto e senti il bisogno di rilasciare i muscoli mentri fumi una sigaretta lento. In quei momenti Mauro sentiva che dall’intimo del suo pene gli usciva, forse per la prima volta, quel bisogno di aprirsi all’altro. Mettere la vita sullo stomaco di qualcuno, capace di ricevere e ascoltare.

Mauro da piccolo, durante un campeggio con gli scout del paese, era rimasto intrappolato nel suo sacco a pelo durante la notte. La sua famiglia non aveva soldi e il sacco a pelo era quello grande del fratello maggiore. Intrappolato in quel labirinto di cotone e piume d’oca, Mauro credette di morire soffocato, se non fosse stato per l’intervento di un amico che lo liberò, facendolo respirare. Di lì in poi gli incubi notturni lo perseguitarono sempre. La madre lo ricorda giovane girare per casa durante la notte completamente inconscio, a togliere i quadri dalle pareti e cercarne l’equilibrio degli stessi in bilico sopra i chiodi su cui erano appesi. Col passare del tempo, aumentarono anche i suoi inarrestabili deliri. Michela oramai aveva fatto l’abitudine, ed era diventata la sua assistente notturna. Poco dopo essersi rimesso dalla frattura al piede, Mauro iniziò a soffrire di soffocamento. “Probabile centri l’episodio del sacco a pelo”, si diceva convinto Mauro. Alla mezzanotte di ogni nuova notte, dopo essersi addormentato da almeno un ora, gridava il dolore che gli procurava una pallina da ping pong mentre gli scendeva la gola. E Michela era lì, servile e pronta con un bicchiere d’acqua fresca a fargli deglutire la pallina bastarda che non lo faceva respirare. Mauro accennava un “grazie amore” mezzo masticato, che stava già dormendo. Tutte le notti, a mezzanotte in punto. Col passare del tempo e con la forza di Michela, Mauro riuscì a superare quel senso di soffocamento che lo stava uccidendo. Aveva imparato ad affrontare la pallina da ping pong soprattutto grazie alla cura del dott. Angelino Di Biase, uno psicologo del distretto sanitario. Dopo una lunga serie di incontri e sedute, era diventato più forte di quella stupida pallina plastificata. Finalmente era riuscito a gestirla, a sconfiggerla. A vincerla con un semplice gesto. La sputavaIn culo a tutti, ce l’ho fatta da solo”, grido fuori del bar da Gianni, dove un branco di contadini pagavano litri di vino rosso, pegno delle scommesse perse. Era più tranquilla anche Michela, che ad ogni risveglio doveva solo ripulire il pavimento dalle scatarrate notturne di Mauro, che combatteva, sputando, la solita stupida pallina da ping pong.

Related Posts:

  • No Related Posts

  1. 10 Responses to “Sputa Mauro”

  2. By vinz on nov 24, 2005 | Reply

    Questo racconto è davvero bello, le parole che hai usato, il ritmo.
    Si riesce a vedere la faccia di Mauro, di Michela, di Marilena, o almeno ad immaginarli.
    In mezzo alle birre, dietro la chiesa, mentre lottano ognuno a modo proprio,
    contro le palline da ping pong…

  3. By JohnnyDurelli on nov 24, 2005 | Reply

    Davvero bello!

  4. By ventodipolente on nov 24, 2005 | Reply

    splendido dottò...mi fai ritornare in mente gli immagination e il primo giro di basso che mi sono studiato…ho comprato pure l’octaver…i commodores…e gli autoadesivi…l’aspes yuma cazzo quanti miei amici ci hanno rimesso l’osso del collo con quella bara volante…e i ciao che andavano a novanta all’ora…che tempi e che modifiche che coglioni…

  5. By .kri on nov 24, 2005 | Reply

    a me i ricicli li contesti.
    ma a me piacciono.

  6. By Stufa on nov 25, 2005 | Reply

    Amaro racconto, Preci. Molto amaro, ma mi sa che è anche molto vero. ;-)

  7. By FulviaLeopardi on nov 25, 2005 | Reply

    Bellissimo racconto, triste, ma vero

  8. By laflauta on nov 25, 2005 | Reply

    ah ecco, m’era parso d’averlo già letto….. temevo in un sordido dejavu (o d’esser divertata veggente..)

  9. By recuperoetico on nov 25, 2005 | Reply

    Ben trovato. R.E.

  10. By Insane Soul on nov 25, 2005 | Reply

    Mi ha lasciato senza parole.
    Ste.

  11. By liberitutti on nov 29, 2005 | Reply

    bellissimo.

Post a Comment