Viaggio dentro

giugno 23rd, 2008 | by p.s.v. |

Sono partito con mio figlio. Direzione Firenze. Sono partito in realtà senza una meta. Senza un luogo possibile, una stanza d’albergo mobile. Una piazza certa da visitare. Abitare. Sono partito solo con la presenza stabile di mio figlio Lorenzo. La mia vita. Lorenzo mi permette di non abitare alcun luogo, casa, città. Ma la sua presenza fissa mi consente di vivere qualsiasi sentimento. Viaggio. Grado di emozione.
Sono partito per un viaggio alla scoperta del viaggio stesso. Un viaggio nel viaggio, in cui lo scopo non sono i chilometri percorsi, le strade sbagliate, le persone incontrate e conosciute, le notti trascorse e i monumenti visitati. Ma la conoscenza e la scoperta di se stessi e dell’altro. “La nostra relazione”. Il viaggio intrapreso parla di questo. Un viaggio con un figlio al tuo fianco è un percorso ulteriore dentro di te. E dentro quella figura ancora fragile che vedi tutti i giorni ma che non pesi mai abbastanza. Una scoperta continua. La voce, i movimenti, le parole, i pensieri, i discorsi, i dubbi, le perplessità, la vita, le emozioni, le risposte, i vaffanculo, le incazzature, le sberle, i baci, gli abbracci, i sorrisi, le occhiate, le intese, le domande, le richieste. E i no. Io non ci sto.
La tratta per il momento è Vicenza Padova, Padova Firenze. Poi sarà il destino, la nostra voglia. Ma su tutto, ciò che si muoverà dentro di noi.
Siena ci appare da subito come una tappa sicura, una fermata obbligata in questi luoghi. Corriera diretta da Firenze ed è fatta. Siena te la immagini fiera e orgogliosa dentro la sua stessa storia. I suoi palazzi, le sue piazze. Protetta dalle continue entrate economiche di turisti distratti. Ma la città del palio è anche quella parte di terra popolare che sta a nord del centro patinato e commerciale e che negli anni settanta è stata ricoperta di palazzi tutti uguali e senza senso. Ad ospitarci è una stanza, affittata per poco meno di 20 euro al giorno da un signore di Trapani conosciuto alla fermata della corriera. E’ ricoperta di muffa in tutta la sua parte superiore. Per il resto è solo tintura bianca, un mobile anni sessanta. E un poster attaccato storto di un precedente arrivo del palio. Il delirio. Dall’unica finestra siamo in assoluta diretta con la super strada Firenze-Roma. Il bagno è condiviso con tutte le altre stanze di questo stupido appartamento dove ci vivono 6 persone di Napoli, cuochi o semplici camerieri in altrettanti ristoranti del centro storico. Rassicuro mio figlio sulla nostra precaria sistemazione, mentre proviamo una doccia calda dopo essere vissuti di treno e stazioni per tutto il giorno. Immerso nel calore dell’acqua, tutto ciò che sto vivendo in quel primo giorno a girare, mi appare come un ulteriore viaggio. Un ritorno verso quel passato che, ragazzini, ci permetteva di partire con un nulla e tornare carichi di stronzate, esperienza e vita. Benvenuto nella mia storia, Lorenzo. Benvenuto dentro di me.
Siena nord è abitata da molti serbi, rumeni, napoletani e siciliani, tanto che a guardare fuori dal palazzo in cui viviamo, ma soprattutto parlando con gli abitanti del quartiere, sembra di essere in una qualsiasi altra città d’Europa. Una ragazza serba sui quarant’anni con cui da subito facciamo amicizia grazie ai rispettivi figli e il gioco del calcio, mi parla del suo paese e della religione ortodossa. Dopo una pausa usata per accendersi una sigaretta, mi chiede da che parte sto. Intuisco la domanda, ma non voglio espormi troppo. Silenzio. I bambini giocano a tirare calci ad un pallone sfinito. La guardo negli occhi, seguendola nel gesto automatico di avere tra le mani una sigaretta e rompendo il silenzio che si stava facendo pesante, attacco.“Ho un’amica che al suo romanzo d’esordio ha scritto un libro che parla del dramma che l’Europa ha sempre finto di non vedere. Quel dramma che ogni popolo vive da solo ed isolato sulla propria pelle quando invade ed è invaso dalla guerra”. Velocemente raggiungo la mia stanza che sono nuovamente davanti ai suoi occhi. “Sappiano le mie parole di sangue” l’avevo inserito nella tasca superiore dello zaino che uso per i viaggi. Volevo farmi accompagnare dalle parole di Babsi perché ancora non le avevo fatte mie. Ancora non mi erano entrate dentro il sangue. Glielo regalo, non prima di aver scritto il mio nome e il nome di mio figlio, come dedica e ricordo. Alla fine me la cavo affermando che comunque sia, una terra abitata da un popolo multietnico è una terra molto più ricca di culture. Di idee, e di vita. I suoi occhi, che attendevano una risposta si alzano guardandomi. Dal taglio degli stessi capisco che mi ero guadagnato la cena, ma su tutto il rispetto di Vesna.
Lorenzo mi dorme attaccato come se avesse bisogno del contatto fisico per stare tranquillo in una casa e in un luogo non suo. Lo abbraccio stringendolo a me. Lo bacio tra i capelli, nel viso, nelle guance. Lo bacio in bocca, sul collo e nelle dita delle mani. Lo guardo. Ha i piedi uguali a quelli di sua mamma, ed è grande nei suoi 9 anni e mezzo. Lui addormentato non si accorge regalandomi un sorriso tra i sogni. Amo mio figlio più d’ogni altro. Lo amo più della mia stessa vita e questo non è così scontato. Spesso noi genitori rispondiamo e agiamo in base alle nostre sole esigenze. Ai nostri bisogni. Alle nostre voglie. Che alla fine non sono certo le loro. Ci si dimentica spesso che i nostri figli sono diversi da noi. Ma non solo. Ci si dimentica addirittura della loro presenza, tanto siamo concentrati sul nostro corpo, sulla nostra vita fatta di cose palpabili alla nostra vista e alla vista dell’altro. Spesso osservo riposte date a memoria, facili irritazioni e rotture di balle da parte di genitori instabili. Magari semplicemente a fronte di una loro richiesta. O ad un semplice bisogno. Corriamo per raggiungere quel centinaio di euro in più al mese per poter pagare la rata dell’auto, del telefonino, di sky, della cucina targata ikea e dell’anello col diamante per cercare un perdono psicologico da parte della moglie. Le rate sono l’unica possibilità per ostentare i propri capricci, facendoli passare per normali. Poi ci incazziamo, perché la penna che cancella che serve ai figli per la scuola costa 1 euro e 50.
Sono tre giorni che viviamo questa città, e non siamo ancora usciti da questo anonimo quartiere. Con Lorenzo passeggiamo tra gli orti che i condomini dei vari palazzi abusivamente si sono costruiti poco fuori le loro anonime case, e tra una chiacchierata e l’altra penso che forse il delirio del palio potrebbero organizzarlo proprio qui. Far correre i cavalli ed i fantini attorno a questo amaro e grigio ammasso periferico di abitazioni, colorato solo dai vestiti delle persone che lo abitano e dal verde di qualche albero piantato qua e là, avrebbe un significato importante per tutte le periferie delle città italiane e non solo. Per i luoghi dimenticati da tutti. Da dio. Lorenzo si racconta per la prima volta usando una schiettezza e un senso nei discorsi, nelle parole, che quasi non riconoscevo. Mi racconta dell’amore, di Serena che sembra essere impossibile da raggiungere. “Sono insieme ma non dirglielo a nessuno che sua mamma si incazza”. Poi dopo un paio di domande stupide sui ladri, i pugni e i carabinieri che arrivano ad arrestare i cattivi, inizia un discorso tutto suo, che ho ascoltato in silenzio dimenticandomi addirittura di accendermi una qualche stupida sigaretta o porgli delle domande per capire meglio ciò che voleva dire. “Le persone sono belle dentro e non perché sono fighe fuori. Sono belle perché hanno delle robe importanti che sono più importanti dei vestiti di moda, dei cellulari o le discoteche. Si possono fare stronzate sempre. Basta capire che sono delle stronzate. Come le hai fatte te. Tu usavi la droga perché l’ho sentito dalla mamma una sera che stavate parlando. Ma quello che conta è che io e te siamo insieme in questi giorni che sono bellissimi. Anche se mi manca la mamma”. Lo abbraccio stretto a me, commosso per le parole che ancora mi girano nella testa. Poi, dopo una pausa usata per accendermi una sigaretta gli chiedo come si sente nei confronti dei suoi compagni per via del suo problema della dislessia. “A volte mi sento scemo, però non me ne frega niente”. Capisco che è un tasto delicato da toccare e non insisto. A casa lo vedo incazzarsi cercando svariate scuse per poter liberare il pianto, dovuto alla difficoltà nella lettura, nella scrittura, nel ricordo degli argomenti. Matematica, italiano, storia e geografia. L’inglese poi è come fosse arabo, se penso che già molte lettere dell’alfabeto italiano le vede uguali, le confonde, e che i suoi occhi e la sua mente insieme le fanno ruotare su se stesse o gliele fanno percepire perfettamente uguali le une alle altre.
La sera siamo a cena da un ragazzo napoletano che nella sua giornata di riposo ci ha invitato a mangiare qualcosa nella sua stanza. In realtà il suo era un modo per sdebitarsi, visto che avevo ripulito quell’unico cesso, ridotto ad uno stato straziante di sporcizia. Il piscio attorno al water, formava una specie di pozzanghera. Il lavandino aveva attaccato alle sue pareti rimasugli di dentifricio e pezzi di catarro incancreniti dal tempo. La doccia era avvolta da quelle tende impermeabili su cui c’erano disegnati dei fiorellini rosa, completamente anneriti per la presenza massiccia di muffa. Avevamo bisogno di una doccia e in quella merda non avrei mai fatto entrare mio figlio.
Giovanni è un ragazzo di 37 anni, cameriere per 900 euro al mese alla Taverna del Capitano, un locale in centro storico. Ha il naso lungo e appuntito che segue la linea curva del mento e gli occhi molto vicini tra loro. In compenso mi appare molto simpatico, nel suo modo goffo di gesticolare e di prendersi cura di mio figlio. Lorenzo ride e mangia di gusto la pasta alle acciughe che ci ha preparato nel piccolo fornello elettrico appoggiato su di un tavolino nell’unico angolo svuotato dal nulla di quella povera camera. Mangiamo in piedi, alla meno peggio. Ma va bene così. Giovanni mi racconta che sta aspettando un fegato. Non capisco, o forse sono semplicemente confuso per via del vino bevuto. Poi si ripete e la cosa diventa chiara anche al mio cervello intasato. Quel piccolo cameriere napoletano con quell’aria buffa e la carnagione giallognola, sta veramente aspettando il trapianto del fegato. Mi parla di cirrosi epatica ed io penso che fortunatamente ci siamo scolati solo due bottiglie di finto chianti comprate in un discount poco lontano e gestito da una famiglia allargata di cinesi. Lorenzo si mette a ridere per via dei cinesi, riuscendo a tagliare non poco l’aria, facendomi un piacere immenso. Mettermi a parlare di sfighe e roba varia non ne avevo proprio voglia. I miei pensieri mi bastano. Colmo in tutte le mie lievi sfumature. Solo Lorenzo può entrare ancora, ma per fortuna girandomi per dargli un’occhiata lo trovo addormentato sul letto di Giovanni.
Tornato nella mia stanza e sistemato mio figlio, non faccio a tempo a darmi una risciacquata che sono già addormentato sulle note piovose di una chitarra elettrica, scaricata su di un finto ipod.

[continua…]

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  1. 5 Responses to “Viaggio dentro”

  2. By molecole on giu 24, 2008 | Reply

    qualcosa che esplode, nel profondo.

  3. By shot on giu 24, 2008 | Reply

    grazie per avermi lasciata senza parole. con la sola voglia di immaginarmi te che abbracci tuo figlio. grazie.

  4. By Fener on giu 24, 2008 | Reply

    Oggi pomeriggio ho letto il tuo post ed ho maledetto il fatto di aver lasciato la mia compagna e mio figlio al mare per “tradirli” con una riunione di lavoro.

    Il post è bellissimo. Cercherò di farlo leggere ad ogni genitore che conosco.

    Commovente.

  5. By Albi on giu 26, 2008 | Reply

    un sorriso da lontano

  6. By sciroccata on giu 27, 2008 | Reply

    che bel ritratto.

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