Il grasso stretto di Monica
giugno 29th, 2007 | by p.s.v. |Non vedo il filo del perizoma di Monica mentre, dietro il bancone del bar “Lilly” si dimena tra un cappuccino e un aperitivo. Non vedo il segno fine delle mutande nemmeno quando il sole batte contro il suo culo grasso, esaltando la trasparenza dei suoi pantaloni aderenti e bianchi. Provo a spostarmi per vedere se sotto altri effetti di luce riesco a capire qualcosa, ma niente. Mi convinco che Monica non ha le mutande, mentre sorseggio il mio caffè in questa giornata di sole pieno. Capelli neri tinti e due treccine ai lati, Monica non smette di ostentare il proprio corpo nemmeno a fronte di quel grasso che le esce dai fianchi, da quelle magliette corte e strette che non hanno possibilità di contenerlo, dai polpacci delle gambe, dall’aderenza dei pantaloni che in alcuni punti sembrano scoppiare e addirittura da quei piccoli pezzi di laccio che legano il piede al sandalo.
Il grasso di Monica esce non appena trova uno sbocco di libertà, un filo di vento. Una piccola voglia per farsi vedere. Godere. Monica mi è sempre piaciuta anche con tutta quella cipria con cui cerca di nascondere quella peluria che le cresce nella guance e che lei rade con cura ogni mattina. Monica mi ha sempre trasmesso quella voglia di scopare che trovo in pochissime altre ragazze e, pur se contenuta nella ristrettezza dei suoi mini abiti, ha sempre esaltato una sessualità vera, autentica. Esplosiva. Amo sorprenderla mentre si abbassa dietro il bancone del bar, spalle alla mia vista, per recuperare una carta caduta, una salvietta sporca da gettare o così, giusto per mostrarmi il culo.
Monica è una femmina vera che lascia dietro di sé quell’odore di figa che fa davvero girare la testa. Nei movimenti, nel semplice gesticolare delle mani o mentre ti parla, il suo corpo sprigiona una sessualità invadente. Monica è una bomba ristretta tra le lame compresse dei suoi vestiti che ne risaltano la voglia e il piacere. La perfezione dei suoi piedi magri e le strette caviglie, esaltate dai 10 centimentri di tacco, le donano quell’eleganza che non diresti. Monica è la mia figa più vera. L’unica.
Era passata, sola, da me, dopo una serata trascorsa a mangiare, bere e sparar stronzate a casa di Rudy, un mio amico che abita a Schio. Ci eravamo andati insieme con la Sabrina che aveva la macchina e soprattutto non beveva. Tra una cazzata e l’altra, un discorso poco serio ed una incazzatura su questioni politiche, avevo dimenticato il cellulare nella sua borsa. Poco prima di salire le avevo chiesto la gentilezza di tenermelo, visto che i pantaloni troppo stretti non me lo concedevano.“Per te me lo tengo qui, ci puoi giurare”, fu la sua risposta. Alla fine della serata non aveva voluto salire da me perché “così ubriaco non ce la fai mica a far l’amore”. Mi svegliai solo, nel mio piccolo appartamento stanco, con quella voglia di darmi addosso del coglione che mi prende spesso, quando mando a puttane una serata di sesso solo perché preferisco una quantità indecifrabile di birra. Fortuna c’era quel cellulare ancora tenuto con cura tra le sue cosce umide. Fortuna che comunque Monica sarebbe passata a staccare il prezzo del favore. Suonò il campanello che mi infilai nella doccia per togliermi di dosso quell’odore acido che si sprigiona nel corpo dopo aver bevuto troppo. Monica si accomodò in cucina, sciogliendosi i lacci di quei sandali che tanto hanno il potere di farmi girare la testa e accendere in me il bisogno di prendere il suo corpo per mischiarlo al mio.
