febbraio 2nd, 2009
Ero confuso e piangevo ancora. Faticavo a capire mio nonno che mi chiedeva di alzarmi, mentre con un fazzoletto cercava di ripulirmi il viso dal sangue che ancora mi segnava. Si alzò. Prese la prima borsa che gli capitò tra le mani. La usavo per andare a giocare a calcio. Il borsone della Robur era ancora sporco di fango. Non ne fece caso. Gettò alla rinfusa un paio di Jeans, dei pantaloni in velluto grossi. E poi mutande, magliette e pesanti maglioni di lana. Lo guardavo senza dire niente, catturando i segni del suo viso. E gli occhi col taglio triste. Quando l’espressione dei suoi occhi neri si faceva così spontaneamente pensierosa, il suo stomaco era una miscela carica di dinamite. Dolore. E rabbia.
“Vestiti Ivan” – mi disse con un tono dolce ma deciso – “che non puoi venire via in mutande”. Mi regalò un sorriso leggero. Mi vestii di fretta e via, senza dire niente. Che nessuno comunque si sarebbe accorto di nulla.
Scendemmo le scale veloci e senza tanto guardarci alle spalle raggiungemmo il suo Fiat 124 bianco. Lui teneva il borsone in mano. Io tentavo di tenergli il passo. Di certo non mi rendevo conto cosa stava veramente accadendo attorno e dentro me. Poco prima ero chiuso in camera a piangere lacrime di uno strano colore rosso, cercando comunque di giustificare qualcosa di atroce, un buco nero. Ed ora ero qui con mio nonno Vito, un borsone con dei vestiti dentro. E un auto che correva abbastanza per raggiungere chissà quale direzione.

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