La qualità della danza

maggio 4th, 2009

Era per dirti che ieri sono diventato padre. Un travaglio estenuante a partorire una fotografia di dimensioni ridotte. Non per questo sbiadita dei suoi colori più accesi, tutt’altro. Piccolo particolare. Mio figlio è di colore. O negro, come diresti senza quella stupida ipocrisia che ti avvolge. Spesso. Ed è forse per questo che oggi sto seriamente producendo materiale per una nuova festa. Una nuova casa, direi. Un luogo più vicino alla terra rispetto agli inalterabili neon con cui è illuminata questa stanza.

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Gli ultras sono dei culattoni

aprile 27th, 2009

Io mio papà mi ha portato a vedere la partita del Vicenza insieme con Tommy che gli avevamo chiesto già da tanto e allora ci ha portato che giocava di martedì sera per via che era un recupero. Il Vicenza ha vinto ma io e Tommy ci siamo persi il gol perché eravamo nel bar a comprarci le patatine e allora abbiamo sentito gridare tutti come dei pazzi e allora abbiamo capito che avevano segnato. Per il resto la partita mi è piaciuta a vederla dal vivo, anche perché si vede proprio che giocano non come ti fanno vedere alla domenica sportiva che ti fanno vedere solo i gol o gli sbagli degli arbitri. E poi qui allo stadio non ci sono mica tutti quelli che alla domenica sportiva continuano a parlare che mio papà gi dice sempre “ma state zitti e fatemi vedere i gol”. Io e Tommy ci siamo accorti che i giocatori appena cadono per terra perché gli hanno fatto un fallo, sembra che stiano per morire, ma basta contare fino a 5 e subito si rialzano e stanno benissimo, anzi meglio. Poi c’erano i tifosi che continuavano a dirsi un sacco di parolacce e bestemmie. I tifosi del Vicenza gridavano Verona merda anche se il Verona non stava mica giocando e quelli della Tristina gridavano Udine merda e anche qui l’Udine non stava mica giocando. Allora io e Tommy abbiamo pensato che questi sono tutti deficienti, perché secondo me avevano sbagliato partita. Poi sempre i tifosi si facevano gesti da culattoni a vicenda ed erano infatti tutti uomini e neanche una donna. Infatti si facevano i gesti dei giornaletti che io e Tommy abbiamo nascosti nella fabbrica della Belfe solo che erano tutti uomini e si dicevano pure “va in figa tua madre” o “vieni qui che ti rompo il culo”. Gli ultras devono essere tutti culattoni, perché gli piacerebbe andare a letto con gli altri ultras. Mio papà ci ha detto che gli ultras sono un branco di idioti che non hanno capito un cazzo dalla vita e che in più sono pure soli come cani. A me mi facevano ridere, ma forse è per via che erano tutti ubriachi e che non sapevano neanche che squadre stavano giocando.

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A me facebook mi fa schifo

aprile 10th, 2009

A me facebook mi fa schifo, mi pare di vedere splinder, all’epoca. Per me facebook è splinder a dirla tutta. E siccome per me facebook è splinder, che questi te la menano sempre dico io, lunedì mattina mi cancello pure, come mi sono cancellato anni fa da splinder che se provi andare dentro al mio profilo adesso, forse c’è una donna che ha preso il mio nome, anche. Voglio tenermi collegato solo per via della Gemma, tanto da dirgli guarda Gemma che sono solo sulla mail, ecco. Ma poi per il resto tutta questa merda, mi fa proprio vomitare.

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Di zucchero filato e coca cola.

aprile 9th, 2009

Lara non lo sa, che ci saranno giorni “strani”. In cui magari sarà il vento a darle il fiato rubatogli dal pianto. Dalle lacrime che scendono a spaccargli il respiro. Il movimento. Lara ancora non lo sa. Che delle volte potrà pure gridare. Magari guardando il mare muoversi lento. E che arriverà anche un sorriso, in un giorno partito da lontano. Da dentro. Lara non lo sa, non lo sa ancora. Che ci saranno momenti volanti che sapranno prenderla per mano e stringerla in un abbraccio. Colorato di zucchero filato. E coca cola.

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Storia

aprile 3rd, 2009

Caro Diario, io mi chiamo Lorenzo ho 10 anni e ho voglia di presentarmi e di scriverti. A uno come me scrivere un diario non fa un curioso effetto, perché pensare che ogni giorno devo scrivere, non mi fa tanta voglia. Però quando parto a scrivere dopo un po’ mi viene voglia di scrivere. Sarà perché all’inizio pensare che devo scrivere tre, quattro pagine al giorno non mi piace. Però dopo che hai iniziato a scrivere penso come tutti ti vien voglia. Ma il bello di avere un diario è che non sei obbligato a farlo leggere a tutti, perciò puoi esprimere problemi, sentimenti e gioia. Ma siccome adesso ho detto di me e ci siamo conosciuti ho deciso di darti un nome: storia

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Di scritte cancellate. Troppo fragili

marzo 17th, 2009

Oggi è di nuovo Trieste. Che mi parte a palla quasi fosse già inserita nel mio caricatore CD. Vinicio Capossela sembra suonare e dipingere questa città di confine. Sarà per la presenza quasi isterica della Kocani Orkestar. O per il tuo sguardo. Su cui appoggerò le mie mani stanche, non lontano da ciò che più mi è rimasto ancora, vivo, dentro il cuore. Trieste è splendida sotto questo leggero sole di un inverno che sta chiudendo i battenti. In questa linea di confine dipinta da razze opposte e da te, piccola. Colori acidi che sfumano violentemente in quel colpo alla schiena chiamato Risiera di San Sabba. Non è un caso, credo, che ad un certo punto mi fermo impassibile a fissare una birra da mezzo, mentre Vinicio Capossela canta “stanco e perduto”. Traccia n°3 di un capolavoro. Poi sei ancora te. Sempre. Che però vedo per poco. Troppo poco per perdere il mio sguardo nel tuo.

“…è una cosa che ci rimane, una tristezza dentro. Basta così”. [Nella Mancini, diciassette anni]

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In attesa

marzo 5th, 2009

Sogni che non vogliono passare e incubi. Che mi fanno vivere. Avevo bisogno delle tue parole stanotte nei duecentoquarantacentimetri di divano bianco, sporcati dalla cenere delle mie dianarossemorbide e caricati d’ansia. Ti aspettavo. Nudo per apparirti più vero. Per essere me stesso in una totale assenza di sogni. Sai quelli che non ti danno niente. Quelli che non ti fanno scendere. Non ti fanno stare. Ho bisogno della morte per camminare dritto. Ho bisogno di sbattere la faccia per terra e farmi invadere dagli incubi. Dalla paura. E dalla voglia. Ho bisogno di continuare a gridare la mia vita al mondo. Non immaginarmela felice e spensierata. Per i sogni c’è sempre il giorno dopo e gli occhiali scuri per poterli mascherare. Ma ti dovevo parlare di vita, Baby, non di cosa mi piacerebbe fare da grande.

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Danza [said that no more time?]

febbraio 23rd, 2009

Riempirò nuovamente questi pochi metri cubi d’aria. Per partire ancora, sempre. Lì tappezzerò di me e della semplicità di una coperta. Sedili posteriori abbassati a prendere la forma di un letto accogliente. O una stanza da amare. Saranno i suoi centocinque kilowatt, un po’ arruginiti dai chilometri e dal tempo, a riempire d’ossigeno la mia cassa toracica vuota. O l’asfalto, mosso dal bruciore plastico dei copertoni. Odore a garantirmi sensazioni di cui ho bisogno. Ora. Per vivere. Il rombo del motore alla sua accensione darà il via alla danza che si trasformerà in corpo e anima. Un ballo da vivere che sarà immagine della vita stessa. Prosciugata. Morsa. Presa al volo. E divorata. Coi giorni di sole e pioggia poi, ci giocherò al ritorno.

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Gemma

febbraio 16th, 2009

Non so se la vita abbia tatuato nei nostri corpi strade “diverse”, o quelle stesse strade ce le siamo scolpite noi. Roccia strana, stratificata. Troppo spesso fragile. Ma con una capacità sorprendente di indurirsi a fronte degli avvenimenti. Vite. Su cui i rami dei nostri alberi hanno deciso di volgere. O ne hanno cercato riparo, trovandolo spesso in nuvole di inconsistenza. Troppa luce. Abbagliante come la tua speranza. Che leggo tra le righe o sento guardando il mio viso spezzato su certi pezzi di specchio. Le tue risposte spesso sono le mie. Così come le domande che ti poni. A volte sei così scazzata da sputare in faccia alla vita. In altre occasioni è il tuo vivere di stomaco a regalarti l’aria che ti serve. Il cervello lo usi, certo. Ma è un posto come altri, che quasi ti sta stretto. Mi sta stretto. La calma è un bisogno, così come il casino. La vita sospesa, tirata al limite è sangue che nutre. Che scorre dentro a qualsiasi fogna di una qualunque città del mondo. Basta sia vicina al sole. Coerente alla tua linea, che per molti non c’è. Fedele alla tua voglia di vivere oltre e forse anche di morire. Come in queste giornate che sanno di pioggia e catrame.

In quiete. Quanta violenza può contenere un soffio? Quanta disperazione un sussurro? In quiete non è come dire relax credetemi.(Giovanni Lindo Ferretti)

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The lollipops of my father

febbraio 2nd, 2009

Ero confuso e piangevo ancora. Faticavo a capire mio nonno che mi chiedeva di alzarmi, mentre con un fazzoletto cercava di ripulirmi il viso dal sangue che ancora mi segnava. Si alzò. Prese la prima borsa che gli capitò tra le mani. La usavo per andare a giocare a calcio. Il borsone della Robur era ancora sporco di fango. Non ne fece caso. Gettò alla rinfusa un paio di Jeans, dei pantaloni in velluto grossi. E poi mutande, magliette e pesanti maglioni di lana. Lo guardavo senza dire niente, catturando i segni del suo viso. E gli occhi col taglio triste. Quando l’espressione dei suoi occhi neri si faceva così spontaneamente pensierosa, il suo stomaco era una miscela carica di dinamite. Dolore. E rabbia.
“Vestiti Ivan” – mi disse con un tono dolce ma deciso – “che non puoi venire via in mutande”. Mi regalò un sorriso leggero. Mi vestii di fretta e via, senza dire niente. Che nessuno comunque si sarebbe accorto di nulla.
Scendemmo le scale veloci e senza tanto guardarci alle spalle raggiungemmo il suo Fiat 124 bianco. Lui teneva il borsone in mano. Io tentavo di tenergli il passo. Di certo non mi rendevo conto cosa stava veramente accadendo attorno e dentro me. Poco prima ero chiuso in camera a piangere lacrime di uno strano colore rosso, cercando comunque di giustificare qualcosa di atroce, un buco nero. Ed ora ero qui con mio nonno Vito, un borsone con dei vestiti dentro. E un auto che correva abbastanza per raggiungere chissà quale direzione.

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