I take 100 drops of Valium and I turn away

gennaio 23rd, 2012

Sto pensando seriamente di distruggere un po’ di cose. Almeno per un po’. Togliermi dei pesi che mi danno fastidio, come mi stai dando fastidio te, baby. Per esempio, ho una voglia irrefrenabile di uccidere quel cane sfigato che vesti con il cappottino, così come mi infastidisce il tuo bisogno di ordinare un macchiatone al bar del tuo centro acquisti di fiducia. O, peggio, c’ho sta voglia esagerata di rigarti l’auto che stai pagando al posto del pane. Ti sei ricordata piuttosto di passare in banca e chiedere un prestito per poterla comprare in 50 comode rate? Fottiti, e aspettami che prima o poi arrivo. È un po’ come se io andassi in un locale pubblico e mi accendessi una sigaretta, gustandondo il mio drink preferito. Mi capisci? Sono intollerante nei confronti degli ignoranti. Sicuro che peggiorerò sempre più. Anche se una botta di sesso non ci starebbe male, pur con le conseguenze. I rimorsi. I crampi allo stomaco. La voglia di chiamarti ancora e restiamo amici e ti voglio vedere e devi scegliere. Ma la responsabilità, a fine serata, che cazzo è? Un incubo? Una psicosi di massa? O più semplicemente, una lama sottile? Che dormire, lavorare, incazzarci, battere cassa perché no, mangiare al volo, parlare poco, essere diffidenti comunque, fare check in con fuorsquare anche nei cessi dei locali più idioti, leggere idiozie, guardare la tivù e bestemmiare. Tutto questo e altre limitazioni inventate dall’uomo, siamo davvero sicuri stiano facendo dei miracoli? Ho i miei dubbi. Nel frattempo guardo e riguardo quella tua foto. Certo che averti qui, sarebbe da buttarsi via. Poi mi sveglio di scatto e ritrovo te che non eri quella nella foto. E allora ti chiedo, nel profondo della notte, se fa più male il fumo passivo delle sigarette o lo scarico delle auto. Tu non rispondi, ed io insisto. Voglio il motivo per cui non scrivono nelle fiancate delle auto “I fumi di scarico di questa autovettura, uccidono”, oppure, “I fumi di scarico di questa autovettura, provocano il cancro”. Prendo 100 gocce di Valium e viaggio dall’altra parte del letto.

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Messaggi, Mail, Instagram, Facebook, Twitter, Campari e Coca

gennaio 13th, 2012

Il telefono squilla. La sveglia suona sempre troppo presto, stanotte erano le 6 che ancora stavo tentando di leggere. Guardo il cellulare. Messaggi, Mail, Instagram, Facebook, Twitter. Mi alzo, cercando la strada che mi porta in cucina. Apro il frigo e prendo una bottiglia di Campari. Chiudo il frigo per riaprirlo immediatamente. Prendo un avanzo di Prosecco e un pezzo di limone. Il bicchiere è nel lavandino, lo risciaquo leggermente, quel tanto da non rischiare sappia di coca cola. Prosecco e Campari, più Campari che Prosecco. Bevo d’un fiato e mi accendo una Diana rossa morbida. Fumo, sentendo lo stomaco ribollire. Devo andare a cagare la sbronza della notte prima. “Non ho mangiato nulla”, penso, “cazzo è che cago?” Mi alzo, spengo la sigaretta nel lavandino, apro il frigo e mi attacco alla bottoglia di Campari. Mi accendo un’altra sigaretta. Fumo, guardando i like su Instagram. C’è anche un commento che per un istante mi rende felice. Ma è solo un attimo, poi scappo a cagare l’alcol di una giornata, quella scorsa. Non c’è carta igienica. Devo mettere direttamente il culo sotto il getto d’acqua calda del bidè. Mi alzo, apro la finestra e torno in cucina, apro il frigo, prendo la bottiglia di Campari e bevo. Mi accendo una sigaretta. Fumo. Non mi lavo, non ne ho voglia. Mi vesto prendendo a caso dei vestiti sporchi dal cesto della biancheria. Mi infilo le scarpe che trovo sotto il letto. Nel prenderle mi sale un conato di vomito, ma lo trattengo. Mi lavo i denti, che il sapore della menta del dentifricio mi aiuta a sentirmi meno solo, non so perché. Torno in cucina. Apro il frigo e finisco la bottiglia di Campari, accendendomi una sigaretta. Scendo le scale, apro la porta, svuoto le tasche del giubbotto gettando a terra scontrini, biglietti e cazzi vari. Sputo il mozzicone che stringevo tra le labbra. Accendo l’auto, Lou Reed suona Hold On, caccio dentro la retro ed esco. Mi accendo una sigaretta accorgendomi che è buio. Strano. Mi sono appena alzato ed è già buio. Spero siano aperti i negozi, almeno quelli. Farmacia. Due confezioni di Diazepam gocce. Supermercato. Due bottiglie di Campari e due di Prosecco di Valdobbiadene confezionati a Venezia. Da Marcello compro invece due pacchetti di Diana Rosse morbide. Il bar da Franco ha l’insegna Open illuminata. Entro. Un campari liscio con ghiaccio, pensare che in macchina ne ho due bottiglie mi fa sentire idiota. Sento il vibra del cellulare. Su Facebook alla Rita Faresin piace una mia foto inserita tramite Instagram. Scrive “Tu sei la mia anima più bella”. Vorrei risponderle che per me non capisce un cazzo. Mi bevo il Campari e digito. “Tu invece sei la mia troia più dannata”. Pago ed esco con gli ultimi tre euro da spendere. Accendo l’auto dirigendomi verso la piazza. Giro a caso ascoltando Lou Reed a manetta, la musica si sente lontana, credo. Lo annuso dagli sguardi della gente che si volta, mentre passo il centro. Mi fermo al bar “Alle poste”. Un Capari doppio con ghiaccio. Foursquare non funziona, volevo fare check-in che qui c’ho la mayorship. Niente. Nicola, un frocio tossico del posto mi offre da bere. Dice che mi vede bene. Io lo vedo di merda, ma non glielo dico. Su Twitter mi hanno ritwittato in 28, non era mai successo. Avevo scritto una minchiata sugli scontrini fiscali. La gente è pazza, guarda solo la tivù. Nicola mi chiede se vado con lui, che c’è gente che conosce che ha della coca fantastica. Prendo tempo, lasciando che il Campari scenda lentamente lungo la gola. Esco, mi accendo una sigaretta, sentendo la sua presenza seguirmi fuori dal locale. “Non ho soldi” gli dico. “Non c’è problema”, mi risponde. Faccio due tiri di sigaretta. Guardo il mio profilo Facebook sul cellulare. C’è un messaggio di Giovanni Pignato che mi invita ad un evento del cazzo. Non leggo gli eventi, sono cagate a prescindere e non ti aiutano di certo a sentirti meno solo e coglione. Esco da Facebook, blocco la tastiera e metto in tasca l’iPhone. “Ok Nicola, andiamo a strafarci di coca”.

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Ed hai vent’anni di meno

gennaio 2nd, 2012

Vent’anni fa. In giro per le strade di mezza provincia a raccattare dosi quotidiane di anestetico. Vent’anni fa. A seguire l’odore dei bisogni. Vent’anni fa, erano giri di basso elettronico, batteria e chitarre. Nicola si mangiava 5 pastiglie di extacy e poi non riusciva ad entrare in discoteca, affetto da stranissimi quanto assurdi attaccchi di panico. Quando gli riusciva di varcare la porta d’entrata, usciva direttamente da quella di sicurezza per rifugiarsi in macchina. Occhi sbarrati a fissare il tettuccio di un auto presa a caso. Vent’anni fa. A bucarci le gambe perché non avevamo più vene e le camicie lunghe anche d’estate. Vent’anni fa. A progettare un pezzo d’arte che non riuscivamo a far esplodere. Vomitare. Anestetizzati più dalle paure degli adulti piuttosto che dalla nostra incapacità ad orientarci. Troppe le insofferenze esterne ai nostri corpi e i conseguenti falli da dietro che subivamo. “Studia, esci, non sei normale, cos’hai in testa, mettiti a fare qualcosa, sei strano, lavora, guarda i tuoi amici, risparmia, trovati una ragazza, pensa prima di dire qualcosa, guarda tuo fratello, guarda quell’altro, guarda qualcuno”. Uno, due, tre, quattro. I giri di basso erano quattro prima di ogni inizio alla vita. Poi arrivavano i vinili mischiati tra loro e anticipati dalla batteria a farci esplodere. E avevamo male di vita e nessuno ci ha mai chiesto se avevamo male di vita. “Oggi sono in bianca”. Ci fosse stato il sole a fondermi lo stomaco io ero in bianca. “Guarda tua sorella che balla, che ride, che gioca, che studia, che disegna, che scrive, che cuoce, che nuota, che cammina, che grida”. Ecco, appunto. Io non ho mai gridato abbastanza forte. Non ho mai mandato in culo nessuno come avrei dovuto. La batteria fa il solito irrequieto giro da dieci minuti buoni, insieme ad un basso e ad una chitarra distorta. Mi sembrano i kw di un motore a scoppio. Marchiato alfa e trasferito in musica tramite un ottimo softwere. Cosa facciamo stasera? Mi vedi, ti chiedo. Chi fottiamo stasera, piuttosto? Il suono elettronico è ossesivo ma appagante, rilassante, vivo, nutriente. Il sangue ha un sapore metallico, se ci pensi. Non ci è poi voluto molto, a trasformarlo in bit.


La fotografia “glasses” è di Aurelio Farina

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The self-portraits, the procession and the old eager

dicembre 27th, 2011

La Lorena vive a Sandrigo, pesa 96 chili e lavora al Lidl tutti i giorni, pure di domenica adesso che siamo sotto le feste di natale. Ha una Panda di quelle vecchie e ama fotografarsi nuda o vestita con qualche velo e le mutandine. Poi accende il suo pc e si sistema le foto con l’autoritocco che è una tecnica che ha imparato dalla Monica, una che lavora con lei al supermercato Lidl. Ci scrive “Lorena” sulle foto e ci mette pure dei cuori sopra il suo faccione truccato. Azzurro marcato sulle palpebre e un rosso lacca sulle labbra. Vive con sua Mamma Adele che non è più sposata perché gli è morto il marito che saranno vent’anni, anche se adesso si è portata a casa un uomo che avrà si e no 80 anni ma che è ancora in forma e passa le sue giornate al Bar da Franco a giorcare a Tresette oppure sulle slot a sputtanare soldi. La Lorena un poco gli sta sul cazzo sua mamma, perché sua mamma scopa ancora, mentre lei che c’ha 35 anni suonati ha dovuto farsi procurare un vibratore per farsi passare le voglie. Qualche giorno prima di Natale era sul balcone vestita solo con un reggiseno, i collant neri senza le mutante sotto e degli stivali tacco 12 alti fino a coprirgli il ginocchio che aveva comprato a 20 euro dai Cinesi che c’hanno il negozio a fianco del Lidl dove lavora. Aveva la macchinetta fotografica digitale messa in posizione sopra il davanzale della finestra pronta per l’autoscatto, quando d’un tratto è apparso nella sua stanza il vecchio che sta con sua madre che se l’è ritrovata mezza nuda davanti a fare la diva. Invece di uscire il vecchio è rimasto a guardare mentre le fotografie scattavano in automatico. La Lorena non voleva perdere l’occasione, perché proprio in quell’istante alle sue spalle passava Don Mariano con una processione di fedeli che portavano in giro per le strade di Sandrigo una statua gigante di gesù bambino. Quella foto l’aveva pensata al lavoro, sapendo della processione. Per lei quegli autoscatti non avevano prezzo. Accettò quindi la presenza del vecchio, il tempo necessario dei tre click programmati nella sua digitale. Ma al vecchio, quegli istanti senza cenno alcuno, senza nessun movimento del corpo, senza il minimo tentativo di coprirselo e su tutto, senza alcuna apparente vergogna, avevano assunto tutt’altro significato. Prese il bastone, col quale si aiutava a camminare e lo puntò dritto sulla bocca della Lorena. La digitale rimase al freddo, lei rientrò, seguendo il segnale che le imponeva quel rigido e grosso pezzo di legno.

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Nessuno muore mai completamente, nemmeno Giorgio Bocca

dicembre 26th, 2011

Della morte di Giorgio Bocca avranno già scritto centinaia di blog e altro. Io qui voglio ricordarlo e ricordarmelo con un articolo, scritto nel 1976, dove parlava di un certo silvio berlusconi, all’epoca trentaduenne e [non si sa come] già molto ricco.

Milano è la città in cui un certo Berlusconi di trentaquattro anni costruisce “Milano Due”, cioè mette su un cantiere che costa cinquecento milioni al giorno. Chi glieli ha dati? Non si sa. Come è possible che un giovanotto di trentaquattro anni come questo Berlusconi abbia un “jet” personale con cui raggiunge nei Caraibi la sua barca che sarebbe poi una “nave oceanografica“? Noi saremmo molto curiosi, molto interessati a sapere dal signor Berlusconi la storia della sua vita: ci racconti come si fa a passare dall’ago al milione o dal milione ai cento miliardi.

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Poesiuola del ritorno a casa

dicembre 21st, 2011

Parli a te stesso tornando a casa la sera, quando hai battuto cassa e nessuno ti riconosce più. Non hai più lo Spritz all’Aperol o il Prosecco millesimato o il cocktail più duro da renderli felici e su di giri. Torni ad essere te stesso e con te stesso tra le mani percorri la strada che ti porta a casa, in una solitudine disarmante. Non sei nessuno. E non lo sarai, forse, nemmeno quando riuscirai a sdraiarti sul tuo letto da una piazza sola, felpato nelle lenzola rosa di Hello Kitty, che non ne vuole sapere di parlare con te.

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Berlinstagram

dicembre 12th, 2011

Avrei scelto sicuro l’inferno, forse la stagione che, in vita, Dio m’ha concesso di conoscere meglio. Non vie di mezzo davanti ai miei occhi stanchi. No a personaggi senza alcun senso. Avrei calpestato un’asfalto conosciuto in vita, sorrisi sghembi da cui difendermi, ma da cui mi ero difeso già. Occhi la cui pupilla mi diceva tante cose. Avrei scelto sicuro l’inferno per questo nuovo visto a timbrare la morte.

La canzone “Scaccia la Strega” è di Roberto Billi

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The Black & White Slang

dicembre 6th, 2011

The Black & White Slang
Mostra fotografica personale di Aurelio Farina
Inaugurazione Sabato 17 Dicembre ore 18:30
Presentazione Petra Cason
Villino Monza Maccà, sede Biblioteca di Dueville
Via Rossi, 37 36031 Dueville (VI)
Apertura dal martedì al sabato dalle ore 9.30 alle 12.30 e dalle 14.30 alle 18.30
Entrata libera
La mostra rimarrà aperta al pubblico fino al 21 gennaio 2012
info c/o Biblioteca di Dueville 0444.361211 o biblioteca@comune.dueville.vi.it

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Collection of delusions night

dicembre 4th, 2011

Stavo pensando ai casini a livello relazionale che le donne sono in grado di mettere in atto in un ambiente di lavoro, in una squadra, in una famiglia allargata o al mercato. Ho concluso che sono diverse rispetto a noi maschi. Loro ragionano con la figa. E generalmente sono sempre guai. Il fumo uccide. Grazie di aver scelto un prodotto Philip Morris. E comunque sia “fammene un altro”. Tanto per restare in tema, io odio le canzoni di natale, i film di natale che poi sono tutti film dove ci sono i cani e i gatti che parlano, odio l’atmosfera natalizia perché mi deprime, mi mette in uno stato depressivo allucinante. Odio i pranzi di natale, lo scambio degli auguri, i regali riciclati, i vestiti firmati, le famiglie attorno ad una tavola e l’arrivo di chi non dovrebbe arrivare mai, figuriamoci in un giorno in cui c’ho la depressione. Il natale, per farla breve, mi sta sul cazzo. Poi da ste parti il natale inizia con la fine di settembre e finisce il 6 di gennaio. Sai che roba. Che prima c’era splinder dove i primi bloggers italiani avevano messo su il loro ambaradam tra cui io certo, ma tra i pochissimi qualcuno aveva iniziato a infilarci dentro la foto del loro gatto o cane e adesso che son passati 10 anni e che imperversano i social network le cose non sono cambiate per nulla. Sempre più persone postano nei loro social le foto dei loro cazzi di gatti e cani. Perfino su instagram sei buono a diventare tra i popular sbattendoci dentro un inutile foto, fatta male tra l’ altro, del tuo cane o gatto che sia. Allora io dico che cambieranno pure i modi di usare il web, ma i contenuti sono spesso dannosi e idioti per il web e per chi ci naviga, ovvio. E lasciando stare il web, che poi alla fine è la vita che conta, ti dico che le fighe sono di un altro pianeta. E prova a dirmi di no. Mi sono dimenticato una roba a proposito di web o di politica o di web e politica diciamo. Oggi Il sig. Bersani, segretario del PD mi ha chiesto di diventare suo follower su twitter. L’amicizia, per farla breve. Ora, vedendo che la classe politica si sta movimentando alla grande sui social network, tentando di tamponare il gap che esiste con la cittadinanza senza pensare soprattutto che noi su questi social sono anni che ci smanettiamo sopra e allora penso davvero che i politicanti siano almeno 10 anni indietro rispetto a noi comuni mortali, quelli che c’hanno i loro account su twitter, facebook, blog e quant’altro. E saremo sempre piú avanti di loro, perché comunque non riusciranno a star dietro alle innovazioni con la velocitá con cui esse si presentano. Giusto per trarre una conclusione, questo é un chiaro segnale che dobbiamo mandare a cagare tutti, i politici intendo. Che é un po’ come io andassi domani dal mio concessionario di fiducia ad ordinarmi una Fiat 127. Mi riderebbe in faccia o si preoccuperebbe per me. Va beh, comunque sia c’ho quella tua foto qui. Salvata sulla gallery, sullo sfondo del telefonino, sul desktop dell’ultimo pc, sul mio cuore. E sulla punta del mio cazzo. Aspettami. E a tutti gli insegnanti che nella vita non mi sono mai serviti dico che una foto perfetta può solo essere un poster per una stupida stanza. Niente di più. Che le miei foto migliori, scattate con questo bellissimo quanto inutile iPhone, sono quelle che faccio dall’isola ecologica. Una grande discarica in cui un cubo in cemento armato, aria condizionata, luci al neon e 12 tra bar e ristoranti, vomita dentro i propri rifiuti. Il vetro con la carta, la plastica con il secco, l’umido con la plastica, il secco con il vetro. Caos spacciato per riciclaggio. Confusione e ignoranza. Casino interiore dove catturare i miei colori più vivi. Ci vorrebbe più di un bicchiere a volte, per prendere la vita così, senza tanti compromessi. Regole. Stasera vorrei uscire con te, piccola. Vai a ballare, dicevi? Beh, io vorrei venire a casa tua. Che io quando vado bene non me ne frega un cazzo di niente. Per concludere il tutto penso che il natale renda l’uomo disumano. O meglio, è forse uno specchio reale, una foto perfetta, una descrizione acuta della fogna in cui ci siamo cacciati. Buone visioni.


Foto di p.s.v.

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La versione di un cimice

novembre 25th, 2011

Odio i cimici o le cimici, che adesso manco so come si scrive ma poco importa e li odio al punto tale, specialmente in questo periodo dell’anno che loro ti entrano sempre dentro casa che magari cercano il caldo, li odio dicevo che appena sento la presenza di un cimice smetto di fare quel che stavo facendo e lo cerco fino a che non lo trovo. Una volta beccato con l’aiuto di una salvietta o di un pezzo di carta igienica, lo butto nel cesso e aspetto perchè il cimice riesce sempre a riemergere districandosi dalla carta su cui è avvolto. E prova pure a risalire il water. A quel punto, schiaccio il pulsante dell’acqua e addio cimice di merda. Altri esseri che io schiaccerei sono i padroni dei cani che vestono i cani d’inverno perché pensano che in quella stagione la loro bestia soffra il freddo ma non è un cazzo vero. I cani soffrono con quei cazzi di cappottini addosso che loro c’hanno già il pelo e poi ultimamente ho visto pure le scarpe per i cani che vestire un cane è come abbandonarlo lungo una strada e forse peggio perché magari un cane abbandonato trova una famiglia a cui accasarsi ma un cane vestito è un cane che subisce una tortura continua. Oggi vado alla Feltrinelli che mi compro “La versione di Vasco” e lo leggerò in un giorno che ci sono i suoi pensieri e stati d’animo e voglie e incazzature e Vasco dai, per non farla troppo lunga. Anche se mi piacerebbe andare alla Feltrinelli che tanto é la Feltrinelli perché ce l’ho di fianco a lavoro che se fosse da andare in centro in qualche libreria me lo ordinerei via internet allora dicevo, mi piacerebbe che anche gente come il mio amico Gianni Solla avesse tutta questa attenzione mediatica per l’uscita del suo libro che lui manco sa se gli esce il suo prossimo libro. Anche perché Vasco é un rocker mica uno scrittore mentre gente come Gianni dell’hotel messico che lui scrive per davvero e lui si che è uno scrittore, però niente. Comunque sia stasera tornando dal lavoro che percorrevo l’autostrada, ho visto molti divieti in giro. Allora ho capito che da ste parti, le cose sono diverse


Foto di p.s.v.

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