E poi ci ritroviamo vivi

aprile 16th, 2012 | by p.s.v. |

Quelle k facevano a pugni con la tua scrittura. “Hey, può mica essere una ragazzina” blateravo. Ti feci leggere a Gianni Solla, ricordo. Scrivevi di una dolcezza disarmante per poi sterzare di brutto e spiazzare tutti. Un flash fantastico, le ultime righe di ogni tuo racconto. Poi avevi inserito una foto di qualche anno prima, roba da non capirci nulla. Chi c’è dietro sta bambina Giapponese che scrive in Italiano? Un giorno mi chiama Solla. “Hey Vecchio, avevi ragione”. Mi ero già parlato da solo, ma su tutto, ti avevo letta all’infinito. E cominciavano a piacermi le k. Credo ti scrissi qualcosa.

In questo momento sto lavorando ancora. Servo gente fatta di coca e ubriaca di finti cocktail. Il dj ruba musica a chi l’ha costruita col sudore e la vita. Il ladro inserisce “tanz bambolina”. Cazzo, erano i miei tempi. Bevo un altro Campari. Spero che sta gente esca dalle palle al più presto.

In realtà fosti tu a scovarmi in qualche cantina frequentata da bit writer. E oggi a distanza di anni, c’ho il cuore spezzato, che gode. E scrivevi. Non appena avevi una macchina elettronica o un foglio di carta.
Prima o poi dovrai tornare, sissì... proprio come tanti di noi se ne andranno. Quand’è sabato sera guardo dalla finestra della mia stanza che s’affaccia su di uno stradone nott’e giorno sempre affollato e chiassoso e mi domando quanti di loro faranno ritorno nelle proprie abitazioni. Mentre faccio e scrivo queste cose, il loro sorriso è bianco come il mio dentifricio. [ieimp]

Ti leggevo come fossi ossigeno, una biografia distratta, una chitarra elettrica a 5 corde con accordatura aperta. Che l’uso di una elettrica a 5 corde con accordatura aperta ha permesso a keith Richards di moltiplicare all’infinito i suoi riff. In poche parole, il marchio di fabbrica degli Stones. Leggendoti capivo che la tua scrittura era nata con te, l’avevi inventata. Ti veniva normale, si sentiva. Me ne innamorai. Ma c’era sempre quella foto, in aggiunta ad altre, che mi facevano confondere le cose. Non potevano essere “racconti di bambino”. Fiumi di mail, almeno così le ricordo, fino ai contatti che potevano trasformare tutto in realtà. “Ti chiamo subito”, dissi. “No”, risposi tu, “è ancora presto”. Non capii un cazzo, ma chattammo un casino. Anche se le chat mi hanno sempre creato ansia che vivo una sorta di “stress da prestazione” quando batto i miei tasti interni. Mi dici che si, la tua voce non esiste. E vado in panico. Che io avevo avuto a che fare con astinenze da farti mancare, ma mai con una voce e un udito che non c’era. Che mi ero fatto male da solo mentre tu mordevi la vita così. Che vivevi e vivi comunque, ovunque. Una bella lezione di vita, anche se tu puoi dire di tutto. Tipo “Vai a fartelo mettere nel culo. Che tu le tue menate le hai godute, mentre io son qua che non riesco a stare in equilibrio”. Una strada è sempre bellissima, in qualunque verso tu la percorra. Io vado a nord, per esempio. Ma faccio solo 18 km. Una volta eravamo fermi ad uno stop. Ci arrestarono con con 4, 5 grammi di eroina pura. Ora non c’è più, quell’eroina. Quel tipo di eroina, intendo. Ci portarono in caserma. Nessuno disse nulla, a fronte delle botte. Ero qualcuno. Eravamo rimasti zitti, e mica era stato facile. Era evidente che il silenzio parlava già per me. Ma qui sto andando indietro con gli anni, forse non a caso, che tutti ci possiamo guardare negli occhi. Ora, aver venduto 2000 euro di Spritz al Campari o all’Aperol in mezza giornata, è diverso che vendere 4, 5 grammi di eroina? Fate voi.

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