Il diario di Pinocchio
luglio 24th, 2007 | by p.s.v. |Lisa ha 23 anni ed è orfana della mamma, fuggita dopo un parto scemo e mai più ritornata. Suo padre Giuseppe, classe 1938, è operaio in un’azienda tessile del posto. Ha voluto il nome Lisa al suo primogenito in ricordo e in onore alla sua puttana più bella. Il bambino si chiamava Denis. Giuseppe lo chiamò Denis Lisa. Denis Lisa Trentin, questo il nome completo del bambino, cresciuto tra i bicchieri sporcati dall’unto del vino rosso e la puzza di piscio incancrenita tra le lenzuola e il materasso del letto di suo padre. “Me lo fai vedere il pisellino, Lisa?”. Alla domanda del padre Lisa cercava rifugio, dandogli le spalle e fissando dritta lo sguardo della madre. Appoggiata in formato tessera, sopra il comodino. Ma quel rifugio durava poco. Troppe le insistenza del padre. E poca la sua forza fisica per reggere quello sfinimento. Si arrendeva, fino a sentire l’alito marcio avvicinarsi. Entrare nel suo corpo a succhiargli quel pisello di bambino. O il culo. Se lo ripassava tutto, di lingua e saliva, quel corpo da levigare. Da formare. Lo ripassava, pretendendo una sega giusto per finire. Poi si addormentava, con le sue mutande sporche e i pensieri da rifare.
Fatico a fissarlo negli occhi. Non appena varca la porta di casa. Ubriaco, dopo una sbronza disarmante. Sento come un colpo. Una fitta sulla bocca dello stomaco arrivarmi dritta al cuore. Lasciandomi immobile e senza fiato. Poi il panico. Che tento di nascondere facendo qualcosa di stupido con la prima cosa mi capiti tra le dita. A tradirmi è il tremore delle mani e la lucidità di questi miei occhi stupidi, che anticipano sempre un pianto soffocato e lento. Lacrime che scendono silenziose ma pesanti.
E poi silenzio. Silenzio delle pareti annerite dalla muffa. Silenzio del televisore che viene spento all’istante. Silenzio nei miei occhi. Silenzio nel cuore. Silenzio per cercare di tamponare il dolore. Silenzio sperando sempre di soffocare.
Odore acido. Un misto di sudore e alcol si stagna in un attimo in ogni angolo della casa. Quasi vada a tracciare i confini dell’animale. Non una parola. Solo il rumore del bicchiere che appoggia nel lavabo. Poi la solita, infinita e brutale occhiata che vuole dire tutto.
Lisa cresceva scolpendo il suo corpo tra le violenze del padre e infiniti giorni di digiuno. “Cosa serve mangiare”, diceva a Luca, “se il tuo corpo ha bisogno della morte per continuare a vivere”. Aveva imparato a rimanere in piedi con qualche succo di pomodoro e infinte botte di Ketamina, anestetico per cavalli che trovava in piazza, al posto della coca. C’era solo la rottura di coglioni di doverla ridurre in cristalli, perché in realtà la raccattava in fiale. La Ketamina aveva quella capacità di sconvolgerle il cervello ma anche di rilasciarle i muscoli, non appena l’effetto bomba terminava.
Ma, soprattutto, aiutava Lisa in quel delicato lavoro di ristrutturazione corporea che aveva deciso di intraprendere. Che poi suo padre, oltre ad essere un porco maniaco, non era nemmeno stato in grado di donarle un fisico che fosse alla portate delle sue esigenze. La sostanza insieme al rifiuto di cibarsi ridisegnava in lei un corpo perfetto ai suoi occhi. Non v’erano curve ma spigoli e ossa che emergevano come aghi da quel leggero strato di pelle chiara che la avvolgeva. La sostanza aiutava Lisa a rimanere in piedi. A non vedere quando c’era il bisogno fisico e mentale di rimanere chiusa nella sua stanza buia. L’eroina poi, che assumeva a tratti, era una promessa buona. La calma piatta che non avrebbe trovato altrimenti. Il calore della sua pelle. La voglia di andare avanti e strapparsi di dosso un sorriso. Un attimo che fosse più vero. In quel corpo immobile e martoriato dal suo bisogno di apparire perfetta, l’eroina era un buon viaggio per credersi davvero.
Mara era l’Assistente sociale del comune che abitava. Sapeva della situazione di Denis, questo ragazzino che girava travestito per le strade di questa cittadina veneta, perché aggiornata dal sindaco, amico d’infanzia di Giuseppe. Sapeva della situazione famigliare. Sapeva della fuga prematura della madre. Lo vedeva girare, avvolto nei suoi vestiti più importanti. Che poi erano minigonne che dovevano mostrare ed esaltare la magrezza assoluta delle gambe. Mara convocò il padre in ufficio, ma era come parlare ad un sottile strato di vento. Era inutile qualsiasi discorso. Consiglio. L’uomo era troppo ubriaco per reggere il confronto. Decise di avvicinare direttamente il ragazzo. Un aggancio che Denis Lisa non rifiutò, al contrario delle aspettative. L’assistente sociale si fece infatti aiutare dal parroco del paese che Lisa conosceva per aver partecipato al catechismo, quando era più piccola. Ma essere Assistente sociale di un comune qualsiasi nel nord est italiano è cosa strana. Il benessere di questi tempi ti porta a non reggere la fatica e poi vuoi mettere un posto fisso in comune. Meglio quindi seguire gli anziani che tanto, oltre ai pasti e alle cure mediche, non hanno gran ché da richiedere alla vita.
“Me lo fai vedere il pisellino, Lisa?”. Mara era in realtà l’amante di Ubaldo Segafreddo, il sindaco del paese. Durante i colloqui conoscitivi guardava Lisa fissa negli occhi, lasciando correre la mente a viaggi bellissimi e allucinanti. Lisa parlava, si raccontava con fiducia, si lasciava andare forse per la prima volta, mentre Mara sognava di succhiarle quel cazzo così misterioso, trattenuto a stento da un perizoma di colore rosa. “Me lo fai vedere il pisellino, Lisa?”. Ad un tratto la frase le uscì di getto, involontariamente. C’era solo una scrivania a dividerle, ma era come fossero state abbracciate strette fino a quel momento. Fino a quel punto del racconto. Mara avrebbe voluto sentire quel cazzo di femmina infilato nel suo culo, mentre spompinava senza sosta quello dell’amante. Ma quella frase uscita dalla bocca rifatta di quella piccola assistente sociale, così simile alle continue richieste del padre, così lercia e troppo vomitevole da mandar giù, faceva troppo schifo al suo esile corpo per essere scambiata per un errore del suo udito o del suo stesso cervello. Lisa attaccò la donna in un colpo di vento furioso e con energia animale. La cosa finì a botte, e fu interrotta soltanto dall’intervento del sindaco Ubaldo Segafreddo che nel riaccompagnare a casa la ragazzina le allungo gli unici 100 euro che teneva stretti nei pantaloni, in cambio del silenzio. Soldi accettati senza pensiero alcuno e sputtanati subito in un grammo buono d’eroina di tipo brown sugar. Una bacchetta magica che risolveva le situazioni ogni volta che Lisa vi si ritrovava immersa. Il ritorno alla calma. Alla pace con se stessa e con gli altri. Il benessere fisico e mentale che altrimenti non avrebbe mai trovato.
Per non vedere la luce ti tingono gli occhi di nero. Così non parli, perché non vedi. Per non sentire la musica dei giorni, ti tappano le orecchie. Così non parli, perché non senti. Ma loro dicono, parlano. Ti sentono e ti vedono, che urli agitato. E godonoIn questa vita dove gli altri “non sono”. E gli altri “siamo noi”
“Fortuna che esiste la roba” ripeteva spesso a Luca, che la implorava di fare qualcosa perché riuscisse a smettere di farsi. “Fortuna che esiste la roba”. Che poi anche quelli di Luca erano soltanto sogni. “Scappiamo Lisa, scappiamo da questo posto di merda. Andiamo via di qua”. Lisa sapeva che le parole di Luca erano irrealizzabili. Che non si poteva. E che forse, alla fine di tutto nemmeno lei voleva. Luca parlava infatti troppo, quando fino a quel momento non era nemmeno stato in grado di ammettere a se stesso di essere innamorato di un travestito anoressico e tossicodipendente. Non aveva mai preso del tutto in mano la sua vita. Non aveva mai fatto una scelta concreta. E non prevedeva nemmeno di lasciare la moglie e i suoi due figli per stare insieme all’amore della sua vita. Luca prometteva sogni irrealizzabili. Era meglio vivere di stenti e nella merda più autentica, perché erano forse le situazioni in cui si cacciava volontariamente o no, che apparivano agli occhi di Lisa come le più autentiche. E dire che a Luca aveva donato tutto, il suo corpo dannato ed indiavolato. La vita.
È come prima di morire o che hai paura di morire. Ti passa come una freccia a spaccarti giusto il cuore. In un attimo pensi a tutto, dal primo all’ultimo grido alla vita. Alla voglia di essere sempre e sopra a tutto. A quando i nostri sguardi si sono incrociati, all’amore doloroso sognato, stravissuto. Perverso. Alle due serate di pioggia, al cuore spaccato, al sentirmi bellissima…fino all’ultimo terribile saluto. Non ho voluto soldi perché ci eravamo già regalati il cuore. Mi chiedo come, a distanza di tanto tempo, sono ancora qui in queste notti insonni, a trovare le parole giuste per scrivere di te. E come in qualsiasi momento delle mie agitate giornate, viaggiando tra musica e sogno, cerco il tuo volto ovunque, sapendo di non rivederlo più. Ti ho visto, una sera in cui tutto mi pareva strano. Tachicardia pompata all’ennesima potenza. Cuore in panne. Occhi bianchi, pupille nere. Zoomate da un’alta percentuale di coca. Non sapevo che fare e sono venuta al circo, tornando poi a rivedere tutti i tuoi spettacoli. Sotto quell’immenso tendone blu. Fino a che è rimasto e sei rimasto tu.
L’ultimo pezzo di roba le donò una sensazione di benessere assoluto. Un’allegria strana, mai provata prima. Un vento calmo a trasportarti lontano. Nella convinzione di dare un senso, finalmente, alla vita. C’erano tanti tasselli da sistemare in questo mosaico di pietre rosse. C’erano relazioni da riprendere in mano. Vite da aggiustare. C’era il rapporto col padre che andava sputato fuori dallo stomaco. Dal cuore. L’ultimo pezzo di roba se lo fece direttamente nella vena grassa del collo. Un pezzo buono a donarle la vita o la consapevolezza che andasse perlomeno presa in mano. L’ultimo pezzo di roba durò fino all’applauso del pubblico. Fosse stato un film da cassetta, l’ultimo pezzo di roba sarebbe durato fino alla risata finale. Al “vissero tutti felici e contenti”. Fino al calare del sipario, alla pubblicità. Fino all’inizio di un nuovo film o di una nuova storia. L’ultimo pezzo di roba fu un colpo secco di pistola in bocca senza il bisogno della pistola stessa. Boom
sms 1 Angeli che scopano bambine dai capelli corti. E assassini che curano con amore vecchi addormentati. sms 2 È come prima di morire, o che hai paura di morire. Ti passa come una freccia a spaccarti giusto il cuore. sms 3 Ho paura di addormentarmi, ho paura di smettere di sognare. sms 4 Oggi ti sto piangendo stella. E ti rimpiangerò, vita. sms 5 Ho visto il sole piangere sangue. L’ho visto piangere bambini morti. sms 6 E poi vorrei parlarti mille ore. sms 7 E quando mi chiami e fuori non “c’e n’è”, ti giuro che mi cambia la vita…mi hai cambiato te. sms 8 Passatemi un TAVOR che…mi addormento un po’sms 9 Oggi e’ come fosse primavera. Hai presente quanto è bella vero? Beh ! per noi oggi e’ primavera. sms 10 Sto lasciando andare qualcosa di me . Sto per lasciare un pezzo di vita, di muri sporchi, di puzza di fumo, di mare in tempesta. sms 11 Ora vorrei chiamarti e restare senza tempo. sms 12 Svegliarsi per cosa poi? Per trovare tutto com’è
Come lo avevi lasciato…il giorno prima. Prima di addormentarti, prima di nascondere i tuoi occhi al mondo…ai sentimenti…alla noia
sms 13 Stasera non servono le parole. Il silenzio parla già per noi. Stasera chiamami pinocchio, che ci sono stelle buone e fuochi d’artificio a guardare lassù
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[questo è il mio personale massacro alla favola collodiana ]
racconti , pinocchio , massacro collodiano , riscrittura collettiva

10 Responses to “Il diario di Pinocchio”
By emi on lug 24, 2007 | Reply
C’era quel paese dei balocchi verso il quale ci si incammina sciocci, non son diventata ciuchino, no, l’unico ‘ciuco, sempre ciuco fradicio’ era mio padre, e l’alcool non gli annebbiava la vista, non gli abbatteva il cazzo, no, lui sapeva sempre trovarmi con quel suo sguardo, lui sapeva sempre violarmi.
C’era quel paese dei balocchi, giù, in centro al paese, pieno di stanze e stanzini, uffici e sgabuzzini, c’era una scrivania sotto cui si nascondevano due gambe, due gambe di donna e fu lì che scoprii che le donne non sono migliori, forse credono solo di esserlo, si nascondono dietro la bugia di volerti aiutare e tu non te ne accorgi, perchè non c’è il naso ad allungarsi, ad avvertirti.
C’era quel paese dei balocchi, era una casa, la casa di Luca che io non ho mai visto, in cui io non ho mai messo piede, sul quel divano sfondato dai salti di figli vivaci io non ci ho mai poggiato il sedere. Era un paese dentro quattro mura, fatto di voci, un focolare, troppo stretto perchè anch’io ci potessi stare. E lui aveva sogni e lui aveva parole d’amore, per me sola, ma le parole, sì, consolano, riscaldano, un poco, ma volevo il gesto eclatante, il gesto di chi mette un punto e va a capo ed esce dai sogni immaginati. Eppure non hai colpa, Luca, doveva andare così e volevo andasse così, forse io non sarei riuscita a farlo quel gesto ero già troppo dentro gesti abitudinari, laccio emostatico, e siringa in vena, aspira, risucchia, lei sta entrando, è l’eroina a cullarmi, non le tue braccia, non più.
C’era quel paese dei balocchi, fatto di luci al neon e occhi di bue, finchè eri fatto riuscivi a sentirti una star. Ed io mi sono sentita una star anche nell’ultimo s_ballo, e ho ballato picchiando forte sul pavimento i miei zoccoli da asino. E ho ragliato. IO IO. IO sono IO, guardatemi, non sono Lisa, non sono Denis, non sono Trentin, sono IO, una stella che cade, una stella che si brucia, una stella che anche se adesso si spegne continuerà a mandarvi luce.
ahahahahahahahahah. non avete capito un cazzo, voi, che alzate gli occhi al cielo pensando di vedere stelle pulsanti, stelle vive, stelle di adesso, per lo più sono stelle morte, stelle di ieri. IO sono fra quelle.
By Richie on lug 25, 2007 | Reply
A me più che una rilettura di Pinocchio sembra una rilettura di Cuore del caro Edmondo De Amicis. Un ristesura come l’avrebbe prodotta quello che per molto tempo abbiamo creduto JT Leroy (ma questa è un’altra storia). Preci, che dire… spacchi il cuore, come sempre.
By shotenzenjin on lug 25, 2007 | Reply
s’, spacchi il cuore, come dice Richie. peccato che, a volte, leggerti fa sanguinare di nuovo le mie ferite. mi accontenterei di avere cicatrtici con carne viva…ma quando sanguinano di nuovo, è come se per me avvenisse l’ennesimo stupro.
Sei grande.
By p.s.v. on lug 25, 2007 | Reply
@ shotenzenjin Ti abbraccio. Fino a sentire quel che senti. E quel che sento io
By aitan on lug 25, 2007 | Reply
sob! non si vedono le figure…
By Shotenzenjin on lug 25, 2007 | Reply
Preci, il tuo abbraccio lo accolgo con piacere….e inizio a sentire qualcosa….grazie. di cuore.
By maalox on lug 26, 2007 | Reply
storia sconvolgente scritta in modo divino. la tua migliore, secondo me. grande.
By FulviaLeopardi on lug 26, 2007 | Reply
meno male che il nome di Lisa (l’amica mia) l’ha scelto sua madre…sennò mi sarei preoccupata ;)
By Akyla on lug 27, 2007 | Reply
Cazzo Preci! Sono senza parole…