Imprenditore vicentino cerca operaio
maggio 5th, 2008 | by p.s.v. |Ritorno a parlare della mia esperienza di vita lavorativa. Di me. Dopo le parole scambiate con Stefano, avevo deciso ch’era arrivato il momento di cambiare.
Cambio.
L’occasione non tarda ad arrivare. Un imprenditore vicentino cerca un operaio per la sua ditta. Si tratta di fare scarpe da calcio artigianali. Roba seria. Roba da campioni del mondo. Da signorine del pallone. La cosa mi prende bene per vari motivi. Il lavoro su tutto. Essere assunto mi permetterebbe di iniziare a fare un lavoro artigianale, a costruire qualcosa di fisico, di vero, autentico. Poi è ovvio, l’idea di costruire le scarpe per tutti questi campioncini non mi dispiacerebbe affatto.
Il contatto è rapido. Una telefonata e sono già nell’ufficio del “padrone”. Mi parla, scruta le mie mosse, le parole che escono contate dalla mia bocca. Non voglio sbilanciarmi. Non posso strafare. Ho lavorato in fabbrica quando avevo 18 anni. Oggi ne ho 38, qualche anno è passato ed i movimenti meccanici del mio fisico, si saranno sicuramente arrugginiti dal tempo e dall’abitudine di un lavoro diverso. Alla fine del colloquio mi dice che ha bisogno di me il prima possibile. Mi chiede di licenziarmi ma non posso. Sono in paternità facoltativa almeno fino alla fine del mese di aprile. “Però posso venire in prova“. E’ un ghigno strano il suo. Mi dice che ha bisogno di un operaio che impari il lavoro subito, ma su tutto che parli il dialetto vicentino perché è l’unica lingua con cui sa esprimersi. Lui è incasinato, deve seguire le fiere, i clienti e non ha tempo di rimanere sempre in fabbrica a “fare tutto”. Alla fine troviamo un accordo. Uso questo periodo di sosta come ambientamento, nel frattempo mi licenzio a partire da fine mese potendo sospendere la paternità facoltativa già concordata con l’INPS solo dal 1° maggio.
Inizio.
Il lavoro mi piace fin da subito perché è fabbrica vera, perché fisicamente mi faccio il culo, perché ti arriva la pelle e dalla pelle dopo vari e non semplici passaggi tiri fuori le scarpe da calcio. Non pensavo. Ma praticamente è tutto lavoro dell’uomo. Le macchine aiutano a rifinire piccoli particolari. Ma è la mano dell’uomo, il suo cervello, le braccia, i muscoli e la vista che poi fanno la scarpa. Tira la pelle, prendi la pelle, batti la pelle, inchioda. Tira la pelle, prendi la pelle, batti la pelle, inchioda. Tira la pelle, prendi la pelle, batti la pelle, inchioda. Per poi cucire. La cosa forse più difficile. Vista, velocità e precisione. Ma alla fine, da un innocuo pezzo di pelle trattato, sia esso di vitello o di canguro, ti ritrovi con le tue scarpe pronte all’uso. Belle non c’è che dire. Ma su tutto pronte per i campi più importanti, quelli inseguiti dalla pubblicità.
Con me lavorano 2 ragazze ghanesi. E poi un via vai di persone in continuo movimento, gente mandata a rompersi le mani dalle varie agenzie interinali della zona. Ma la fabbrica è piccola, e anche se le scarpe fanno il giro del mondo, non do molta importanza a questo continuo alternarsi del personale.
Sono felice.
Mi alzo alle 5:30 tutte le mattine per essere al lavoro alle 7:00. E poi via a fare scarpe fino alle sei di sera. Il terzo giorno faccio 20 paia scarpe all’ora. Il quarto 25. La quota è bassa. Mi rassicura il fatto che sono appena 4 giorni che lavoro in questa fabbrica di scarpe per “glorie deviate”, ma su tutto mi rinfrancano le parole “del paron”.
“Per imparare questo lavoro ci vogliono almeno 2 anni e mezzo“.
Mi metto tranquillo ripetendomi che arriverò tranquillamente alle miei 40 paia di scarpe all’ora pretese.
Tranquillamente, appunto. Tanto tranquillamente che il titolare mi chiama poco prima della fine della quarta giornata lavorativa, chiedendomi di seguirlo in ufficio. Ci mette poco. Dice di aver fatto quattro conti. E che io assunto a tempo indeterminato gli costo troppo. Gli conviene affidarsi alle agenzie. “Che tanto tramite le agenzie quando non ne hai più bisogno, la gente la lasci a casa in qualsiasi momento“. In qualsiasi momento. Una persona la lasci a casa in qualsiasi momento. In qualsiasi momento puoi dargli un calcio nel culo e mandarlo a cagare che tanto il tuo lavoro è fatto.
Cala il silenzio.
Un silenzio sgembo, prodotto più che altro dalla mia volontà. Penso alle corse fatte per licenziarmi, pur essendo in paternità facoltativa e con alle spalle un lavoro sicuro, per quanto ne fossi stato snervato. Penso alla lettera di dimissioni scritta alla mia vecchia azienda. Penso alla fila fatta all’INPS, all’ufficio del personale del comune di residenza per la compilazione del foglio di licenziamento volontario. Penso alla strada. Penso alla mia famiglia. Ai miei figli. Penso al fallimento. Penso allo schifo. Penso alla mia ingenuità. Licenziarmi senza aver nulla di scritto in mano mi fa sentire coglione da non crederci. Penso ai soldi. Penso alla spesa, al mutuo della casa, alle bollette, alle assicurazioni, alla scuola, ai buoni pasto, penso alla mia figura di padre.
Lo guardo in faccia, dritto negli occhi. E voglio che sia silenzio. Voglio guardare in faccia “il padrone”. Voglio vedergli la bava marrone del caffè incrostata sulle parti più estreme delle labbra. Voglio capire se mi conviene partire con un destro per spappolargli la mascella, oppure lasciarlo solo con se stesso. Voglio che vi sia silenzio, dentro quel cesso. Voglio che si vergogni, almeno in quel momento. Almeno fino alla durata del silenzio. Voglio vederlo imbarazzato. Voglio vedergli il sudore nelle mani. Voglio vederlo mangiarsi le unghie incrostate dal mastice. Voglio questo momento. 40 paia di scarpe all’ora. Chiodi, mastice, diluente, suole, colla. Tira la pelle, prendi la pelle, batti la pelle, inchioda. Tira la pelle, prendi la pelle, batti la pelle, inchioda. E poi tacchetti, prati, stadi. “vetrine”. Calciatori. 1200 euro al mese, 10 ore di lavoro al giorno. Lo guardo ancora una volta, in un silenzio nauseante. Vado via.
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13 Responses to “Imprenditore vicentino cerca operaio”
By Rob on mag 5, 2008 | Reply
Leggo che anche da queste parti non è un gran periodo.
Coraggio, testa alta.
By Collezione di Uomini on mag 5, 2008 | Reply
:(
By Albi on mag 6, 2008 | Reply
Sceneggiatura. La tecnica di scrittura è da premio letteriario.
By Clockwise on mag 6, 2008 | Reply
Porcaccia puttana… ho i brividi.
By shot on mag 6, 2008 | Reply
non voglio commentare, potrei dire solo improperi.
ma i figli di troia si stanno riproducendo a macchia d’olio.
dio cane.
By Fener on mag 6, 2008 | Reply
muoia il bastardo figlio di puttana. muoia con un cancro che gli divori la bocca. muoia schiavo della sua imprenditorialità
schifo
testa alta
By Sioux on mag 6, 2008 | Reply
cazzo Preci. Una valanga di vaffanculo io glieli avrei scaricati in faccia. Mi sale il nervoso!
Gente di merda.
In bocca al lupo e come ti hanno detto prima di me, testa alta.
By p.s.v. on mag 6, 2008 | Reply
Testa alta sempre. Ma non è che piovano soldi, dal cielo
By puntokri on mag 6, 2008 | Reply
ho imparato da mio nonno a maledire, e lo stavo facendo come un mantra mentre leggevo.
By beavers on mag 7, 2008 | Reply
Per Albi: anche se fosse una sceneggiatura non pensi sia sufficentemente drammatica? Inoltre non conosci fatti simili? Io lavoro a contatto con la gente e di storie simili te ne posso raccontare soprattutto se hai più di 40anni e hai un buon posto di lavoro…per cui non convieni, parola giusta per una tratta di carne da macello!
By p.s.v. on mag 7, 2008 | Reply
@ beavers Albi mi conosce bene. Io e lei parliamo molto via mail. Più volte mi aveva espresso la sua solidarietà. La sua vicinanza. Non solo a parole, ma offrendomi addirittura una consulenza, visto che lei, in queste faccende è molto vicina. Mi ha offerto del suo tempo anche in passato per una vecchia storia di lavoro andata male solo perchè sono epilettico. Ti assicuro che Albi c’è. Non solo in questo piccolo blog. In queste piccole storie. Albi c’è, per quello che fa tutti i giorni.
Lei nel suo commento voleva solo mettere in risalto il modo, con cui ho scritto e riportato la cosa. Il che, non nego, mi ha fatto molto piacere
Mi premeva sottolinearlo
By Albi on mag 9, 2008 | Reply
Ho un po’ trascurato la rete e mi accorgo solo ora del qui pro quo che ne è nato. Non serve aggiungere altro, Andrea ha ben chiarito il senso del mio commento.