Non c’entri niente

giugno 13th, 2006 | by p.s.v. |

puttane
Parli di me, ma non c’entri niente, che ti sei sempre lavato le mani prima di cena. Parli di me ma non ricordi, le chiacchiere da bar sport non le hai mai sopportate. Parli di me ma non esiste, che tu lo fai per aiutare la gente. Parli di me ma cosa c’entra, andare sul personale è un’altra storia. Parli di me ma non mi offendi, hai sempre pesato le parole mancate dal senso. Parli di me ma non capisci, male che vada t’è solo scappata una battuta. Parli di me che non c’è tempo, domani è un giorno “diverso” e devi risolvere il tuo problema. Parli di me ma fuori piove e tutto è già cancellato dal tempo.

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  1. 5 Responses to “Non c’entri niente”

  2. By lettore confuso on giu 13, 2006 | Reply

    preci, te che ti occupi di questioni pertinenti potresti spiegare a un povero ignorante come me cosa sarebbero queste “stanze del buco”?
    danke

  3. By p.s.v. on giu 13, 2006 | Reply

    Lettore confuso: se ti presenti, posso anche provare a spiegarti cosa penso. Ma non mi metto certo a perder tempo con un anonimo

  4. By emisola on giu 13, 2006 | Reply

    Lui era sempre posato, pacato, distinto. Si metteva a tavola con quell’aria compita, le mani lavate chè l’argenteria lucidata dalla donna di servizio va venerata, a volte gli piaceva specchiarsi nella lama del coltello, guardarsi prima gli occhi, poi le labbra piene di cibo e di parole pesate, misurate calcolate, sempre cortesi, sempre troppo cortesi.
    Era convinto di avere il dono innato dell’eloquenza, un eloquio convincente capace di irretire, persuadere, dissuadere. Aveva sempre in mano una qualche verità e si sentiva in dovere, in obbligo sociale di snocciolarla in giro a chi gli sembrava in difficoltà. Avrebbe potuto scrivere uno di quei manuali sull’uso retto e regolato della vita, chè la vita è semplice basta saperla prendere, chè la vita è bella basta chiudere gli occhi, basta tenersi fuori da certe porcate, insomma non bisogna mai sporcarsi le mani. Erano sempre parole artefatte, già sentite e ripetute. E inevitabilmente era sempre lui il centro di ogni discorso anche quando parlava di un collega di lavoro o del vicino la parola dominante era IO IO IO - iòiòiò canta l’asino nella stalla -. E ogni suo problema era un problema enorme, gigantesco, sapeva di non poter contare su nessuno, doveva risolverselo da solo, chè nessuno aveva mai avuto a che fare con un simile gomitolo da sbrogliare. Sempre indaffarato, sempre correttamente impegnato, non un vizio, non una pecca, non una piega nel vestito, non una grinza sul viso.

    L’altro parla e tace, tace e parla a seconda dell’umore, del momento, della persona che ha di fronte, gli piace comunicare solo con chi sa a sua volta ascoltare, con chi rispetta i tempi e gli scambi di battuta, con chi non gli dice mai quello che deve o non deve fare, ma che mescola i suoi dubbi con i suoi, con chi azzarda delle ipotesi, dei consigli anche, ma che non parla per verità assolute ed immutabili. Gli piace stare comodo a tavola, slacciarsi qualche bottone della camicia, arrotolarsi le maniche fino ai gomiti, muoversi, chè il corpo non lo devi tenere ingabbiato, ma deve seguire il ritmo dei pensieri, l’enfasi delle parole, il sentimento. Ama spezzare il pane con le mani, non tagliarlo col coltello. Gli piacciono quelle persone che quando parlano ti guardano negli occhi e colgono ogni particolare e magari vedendo una macchiolina di vino sulla tovaglia raccontano una storia del loro passato oppure sentendo tintinnare le posate ti raccontano di quel brano musicale e a te sembra quasi di riuscire a sentirlo con le tue orecchie. E’una di quelle persone che non parlano del tempo, ma che si fermano a guardare la pioggia che incessante cade e riga i vetri e plof plof plof pic pic pic ticchetta nel cervello, come tacchi di donna la pioggia picchietta la terra, e finito di cenare esce sul balcone a fumarsi una sigaretta, ascolta il suo inspirare ed espirare, guarda i profili delle cose e sente i pensieri che rotolano nella sua testa e scivola fuori dal silenzio incantandoti con le sue parole che non sono mai scontate, che assomigliano al suo modo di essere viversi muoversi, che s’impregnano della sua voce, che seguono il modularsi della sua voce, una voce strozzata sussurrata piana veloce ritmata cadenzata urlata agitata eccitata, una voce che cambia che segue sempre quello che gli pulsa dentro. E gli piace ridere e fare dell’ironia, incazzarsi e commentare, dire una parolaccia o due se è necessario ché, a volte, le parolacce in mezzo alle frasi ci stanno così bene, sono “praticamente perfette”. Non sopporta chi ingabbia anche il suo parlare nella grammatica nella regola nel giusto. Lui è tutto sgrammaticato, è corposo il suo parlare e diretto come un gancio, non ti vuole accarezzare vuole colpirti stordirti toccarti, perché tu lo tocchi dentro e lo trapassi e allora vuole renderti lo stesso, pan per focaccia.
    Però poi ha quel suo modo dolce di accarezzare e solo lui sa accarezzarti così, facendoti sentire la persona più speciale al mondo.

  5. By judith vau asch on giu 13, 2006 | Reply

    Cristo onnipotente.

  6. By ventodipolente on giu 16, 2006 | Reply

    bisturi sulla carne viva…ne ricordo ancora il dolore…un abbraccio fratello

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