Brown sugar
La primavera è solo un dispetto
E’ a primavera che a Brando Vivian gli si spengono le luci del cervello. O si accendono, dipende sempre dalla direzione da cui guardi il mare. O te stesso. Brando Vivian, classe 1968 a primavera sente spegnersi tutto. Sente il suo corpo invecchiare immediatamente di un anno, il cervello spappolarsi a fronte di una vita un po’ così, le ginocchia perdere d’un colpo il loro calore naturale, tutto in un attimo, come se quell’anno fosse trascorso in un giorno. A primavera a Brando inizia a puzzargli il fiato di merda e i piedi di letame. L’odore nauseabondo delle ascelle diventa incontrollabile anche al profumo del deodorante comprato al supermercato. Comunque sia lui suda freddo e caldo e schifo e vomito e morte insieme. A primavera Brando Vivian è un uomo finito, sconfitto, umiliato, vinto. A primavera Brando Vivian comincia a sentirsi più ostile con se stesso. Più strano del solito. Più fiacco. La mente non risponde alle chiamate, la voglia non si accende, il cazzo non regge una scopata, la lingua non emana al cervello il gusto che dovrebbe. A primavera Brando Vivian è un uomo morto che vivacchia le proprie giornate così, come gli vengono.
Brando Vivian ha due figli e una moglie che gli fa schifo. Ha dovuto lasciare tutto, Brando, quando 11 anni fa si fece scopare da Marina, una ragazzotta in carne che, ubriaca, lo tirò matto per un pompino. Matto nel senso che era lei a volerglielo fare a tutti i costi. Brando smise di vivere 15 giorni dopo quando Marina la grassa, che alla fine s’era scopato, gli disse di essere incinta. Una bella merda, disse fra se e se. Ma si sposò Brando, anche perché era inverno e d’inverno e durante quella stagione Brando Vivian mangia tutto, assimila, ingoia, beve, sopporta. Si carica. Per poi scoppiare a primavera in un esplosione secca. Scoppia contro se stesso Brando, in lunghissimi e interminabili resoconti sulla propria vita. Lunghissime e interminabili accuse contro se stesso. Prese di coscienza. E’ a primavera che a Brando Vivian gli si spengono le luci del cervello. O si accendono, dipende sempre dalla direzione da cui guardi il mare. O te stesso.
Ed è a primavera che a Brando Vivian muore la vita dentro, un letargo programmato dal suo cervello, fase terminale di una malattia virale, stagione da concedere solo ai resoconti, al tirare la somma delle schifezze, delle trasgressioni. E’ a primavera che in lui esplodono incontrollabili i sensi di colpa alla vita di merda condotta, alla puttanate vissute, ai guai. Ai tradimenti.
Con l’arrivo della primavera Brando Vivian si lascia scivolare la vita addosso e si chiude in se stesso. Non esce, se non per affrontare i turni in fabbrica. Non mangia, se non lo stretto necessario. Non si lava, se non costretto dalla moglie. Non si cura, se non ricoverato. A primavera Brando Vivian diventa un fantasma a cui vomitare la vita addosso. E un fantasma non ha certo bisogno di lavarsi i denti, i capelli, le palle, il culo, i piedi. Un fantasma non ha certo bisogno di cambiarsi le mutande, i calzini, la canottiera, i pantaloni, la camicia. Un fantasma non ha assolutamente bisogno di tagliarsi le unghie delle mani e dei piedi, togliersi quella riga nera data dallo sporco che si forma all’apice del artiglio.
In primavera Brando Vivian smette i panni dell’uomo e diventa un fantasma sporco, tenuto in piedi da mutante incancrenite dalla merda, da camicie maleodoranti, da calzini acidi, da capelli unti di grasso. Un unto devastante che pare quasi emergere da dentro il suo cervello e bagnare quella testa di capelli lunghi e marroni, raccolti in un codino.
Brando è operaio alla M3Plast, una ditta che lavora stampi in plastica. I suoi turni sono dalle 6 alle 14 la prima settimana, dalle 14 alle 22 la seconda, dalle 22 alle 6 la terza. Lavora un sabato e una domenica al mese. Brando è fisso al terzo posto della catena di montaggio 5, dove si lavora per costruire l’involucro di una pompetta in plastica per lavatrici. Il suo compito è quello di inserire l’involucro della pompetta dentro una scatola di polistirolo. Al quarto posto della catena di montaggio 5, poi, la inscatolano. Otto ore a infilare scatolette di plastica dentro a delle confezioni di polistirolo. Uno, due, tre, quattro, cinque sei, sette, otto, nove, dieci, undici, dodici, tredici, quattordici, quindici, sedici, diciassette, diciotto, diciannove, venti, ventuno, ventidue, ventitré, ventiquattro, venticinque, ventisei, ventisette, ventotto, ventinove, trenta, trentuno, trentadue, trentatré, trentaquattro, trentacinque, trentasei, trentasette, trentotto, trentanove, quaranta, quarantuno, quarantadue, quarantatré, quarantaquattro, quarantacinque, quarantasei, quarantasette, quarantotto, quarantanove, cinquanta, cinquantuno, cinquantadue, cinquantatré, cinquantaquattro, cinquantacinque, cinquantasei, cinquantasette, cinquantotto, cinquantanove, sessanta, sessantuno, sessantadue, sessantatré, sessantaquattro, sessantacinque, sessantasei, sessantasette, sessantotto, sessantanove, settanta, settantuno, settantadue, settantatré, settantaquattro, settantacinque, settantasei, settantasette, settantotto, settantanove, ottanta, ottantuno, ottantadue, ottantatré, ottantaquattro, ottantacinque, ottantasei, ottantasette, ottantotto, ottantanove, novanta, novantuno, novantadue, novantatré, novantaquattro, novantacinque, novantasei, novantasette, novantotto, novantanove, cento. E via così fino a diecimilaottocentoventi, diecimilaottocentocinquanta pezzi al giorno. E poi a casa a mangiare pasta scotta preparata da quello schifo di moglie o peggio, la minestrina di dado che fa tanto bene che fuori fa freddo. I bambini alle 9 vanno a letto e la settimana televisiva è organizzata da Marina in tutti i più piccoli particolari. Dopo il TG5 che fa da apripista alla serata, il lunedì Brando guarda “Chi l’ha visto”, il martedì “Ballarò” che la politica ci deve interessare tutti, che tutti viviamo in questo paese, il mercoledì il film su canale 5, il giovedì “C’è posta per te” e poi stop. Basta.
Il venerdì invernale, turni permettendo, Brando se lo concede per se. Il venerdì è suo. Il venerdì è la sua serata, la sua notte. E’ il suo momento. Il momento per sfogare la rabbia, cresciuta a dismisura durante la settimana. E tamponata a forza. Anestetizzata con massicce dosi di sopportazione. Stomaco, nervi, lame. Il venerdì Brando lo concede alle sue trasgressioni, alle sue voglie, ai suoi desideri, alle puttanate. Al suo cazzo. Il venerdì Brando se lo concede tutto per se. Solo lui, tutta la notte.
Ma in primavera Brando Vivian smette i panni dell’uomo e diventa un fantasma. Un fantasma che non parla, se non per imprecare contro se stesso, contro i suoi guai, contro le sue stronzate. Un fantasma che non vive, se non lo stretto necessario.
Respirare, mangiare, bere, pisciare, dormire, lavorare. Cagare.
Ed è proprio durante la cagata del mattino, quella delle 7:16, che Brando si concede “lo spazio”. Autoanalisi. “Metodo di studio e di ricerca consistente nello scomporre un tutto nelle sue singole componenti allo scopo di esaminarle e definirle“. E’ il momento della resa dei conti, della critica verso se stesso, del calcolo delle stronzate, dei sensi di colpa. E’ il momento del passaggio. E’ a primavera che a Brando Vivian gli si spengono le luci del cervello. O si accendono, dipende sempre dalla direzione da cui guardi il mare. O te stesso. Ed è proprio durante ogni cagata di primavera, quella delle 7:16, quella prima di andare al lavoro, che Brando parla a se stesso in un interminabile monologo. Una fattura di fine anno. Un inventario. Un resoconto. Una preghiera.
“Pensi davvero di essere un uomo, quando ti scopi la prima ragazzina strafatta di Ketamina incontrata accidentalmente all’uscita di una discoteca? Lei ti chiedeva un passaggio, ricordi? Tu l’hai fottuta facendo forza su tre cose. Le più banali, imbecilli, idiote, false, infami. Se pensi che una ragazzina strafatta di Ketamina di per sé non capisce un cazzo, tu addirittura hai dovuto trovare la scusa della strada sbagliata, dell’esserti perso e dell’aver avuto bisogno di un poca di compagnia che in mezzo ai nodi di strade dove hai sempre vissuto e che conosci meglio dei tuoi figli ti trovavi smarrito. Ovvio si lasciasse andare impietosita. La testa fracassata dalla sostanza, ha permesso il resto. L’hai ripagata con un calcio nello stomaco, lasciandola a terra e dietro di te, che si allontanava sempre più alla tua vista, sporcata dallo specchietto retrovisore dell’auto e da qualche bicchiere di birra. Sei peggio di un verme negro e frocio, lo sai? O quando prendi tua moglie per la gola e con un destro imbottito di una rabbia inusuale la distruggi? Schiava a fronte della tua forza motore. Della tua vergogna. Cosa ti ricorda, piccolo? Cosa ti muove dentro lo stomaco? Cosa immagini quando chiudi gli occhi, e inizi a battere? Chi vedi? Quali nervi non riesci a contenere? Quali muscoli e ossa e pugni partono in automatico? Pensi che essere un uomo sia bere tredici lattine di birra dopo esserti riempito di coca, di quella coca di merda fatta recapitare a casa dal ragazzino di fiducia che di nascosto ti scopi, perché da solo non trovi il coraggio di esporti e comprartela? Ci vuole fegato anche per concedersi qualche vizio strano. Regalarselo. Permetterselo. A volte mi chiedo se le palle ti sono state donate, oppure sei dovuto crescere adattandoti a vivere senza. Me lo chiedo spesso. Come quando ti spari la sega mattutina nascosto nel bagno di casa, immaginando di scopare la bambina che ti abita a fianco e che va a scuola con tuo figlio. Fa la quinta elementare, hai presente? Cristina ha i capelli biondi già tinti, frutto della mente labile e distorta di quella tua vecchia compagna di scuola che poi è sua madre. Il fisico di Cristina ti piace. Magra e longilinea. Ti arrapano le tettine appena accennate, dillo. E poi i piedi, che a primavera vivono già scalzi, liberi da scarpe umide e ingombranti. Quanto tempo passeresti a leccarle i piedi a quella compagna di scuola di tuo figlio? Cristina c’ha piedi bellissimi e ha solo 10 anni. Fantastica, non c’è che dire. Ammettilo.
Ti senti uomo quando in gruppo massacri di botte un negro solo perché picchiare i negri fa bene al tuo equilibrio mentale? O semplicemente perché comunque i negri vanno picchiati? Certo che anche qua c’è da dire qualcosina. Da fare un discorso. Da puntualizzare un pochine di cose. Hai mai confessato a nessuno che te lo saresti scopato prima, quel negro di merda, prima di spaccargli il cranio, intendo? Prima di affrontarlo con una spranga di ferro alla fermata dell’autobus in una deserta zona industriale? Ti senti uomo quando vai a puttane cercando le minorenni ucraine salvo scappare senza averle pagate quelle puttanelle minorenni? Dopo averle fottute, averti fatto succhiare il cazzo, i piedi, il buco del culo? Uomo, dicevi. Pensi davvero di essere un uomo quando ti presenti candido alla messa delle 10 accompagnato dalla tua bella famiglia? Tua moglie porta una maglia col collo alto per nascondere i segni della pressione dei tuoi polpastrelli. Della tua rabbia. Hai presente vero?”
Viaggio dentro
Sono partito con mio figlio. Direzione Firenze. Sono partito in realtà senza una meta. Senza un luogo possibile, una stanza d’albergo mobile. Una piazza certa da visitare. Abitare. Sono partito solo con la presenza stabile di mio figlio Lorenzo. La mia vita. Lorenzo mi permette di non abitare alcun luogo, casa, città. Ma la sua presenza fissa mi consente di vivere qualsiasi sentimento. Viaggio. Grado di emozione.
Sono partito per un viaggio alla scoperta del viaggio stesso. Un viaggio nel viaggio, in cui lo scopo non sono i chilometri percorsi, le strade sbagliate, le persone incontrate e conosciute, le notti trascorse e i monumenti visitati. Ma la conoscenza e la scoperta di se stessi e dell’altro. “La nostra relazione”. Il viaggio intrapreso parla di questo. Un viaggio con un figlio al tuo fianco è un percorso ulteriore dentro di te. E dentro quella figura ancora fragile che vedi tutti i giorni ma che non pesi mai abbastanza. Una scoperta continua. La voce, i movimenti, le parole, i pensieri, i discorsi, i dubbi, le perplessità, la vita, le emozioni, le risposte, i vaffanculo, le incazzature, le sberle, i baci, gli abbracci, i sorrisi, le occhiate, le intese, le domande, le richieste. E i no. Io non ci sto.
La tratta per il momento è Vicenza Padova, Padova Firenze. Poi sarà il destino, la nostra voglia. Ma su tutto, ciò che si muoverà dentro di noi.
Siena ci appare da subito come una tappa sicura, una fermata obbligata in questi luoghi. Corriera diretta da Firenze ed è fatta. Siena te la immagini fiera e orgogliosa dentro la sua stessa storia. I suoi palazzi, le sue piazze. Protetta dalle continue entrate economiche di turisti distratti. Ma la città del palio è anche quella parte di terra popolare che sta a nord del centro patinato e commerciale e che negli anni settanta è stata ricoperta di palazzi tutti uguali e senza senso. Ad ospitarci è una stanza, affittata per poco meno di 20 euro al giorno da un signore di Trapani conosciuto alla fermata della corriera. E’ ricoperta di muffa in tutta la sua parte superiore. Per il resto è solo tintura bianca, un mobile anni sessanta. E un poster attaccato storto di un precedente arrivo del palio. Il delirio. Dall’unica finestra siamo in assoluta diretta con la super strada Firenze-Roma. Il bagno è condiviso con tutte le altre stanze di questo stupido appartamento dove ci vivono 6 persone di Napoli, cuochi o semplici camerieri in altrettanti ristoranti del centro storico. Rassicuro mio figlio sulla nostra precaria sistemazione, mentre proviamo una doccia calda dopo essere vissuti di treno e stazioni per tutto il giorno. Immerso nel calore dell’acqua, tutto ciò che sto vivendo in quel primo giorno a girare, mi appare come un ulteriore viaggio. Un ritorno verso quel passato che, ragazzini, ci permetteva di partire con un nulla e tornare carichi di stronzate, esperienza e vita. Benvenuto nella mia storia, Lorenzo. Benvenuto dentro di me.
Siena nord è abitata da molti serbi, rumeni, napoletani e siciliani, tanto che a guardare fuori dal palazzo in cui viviamo, ma soprattutto parlando con gli abitanti del quartiere, sembra di essere in una qualsiasi altra città d’Europa. Una ragazza serba sui quarant’anni con cui da subito facciamo amicizia grazie ai rispettivi figli e il gioco del calcio, mi parla del suo paese e della religione ortodossa. Dopo una pausa usata per accendersi una sigaretta, mi chiede da che parte sto. Intuisco la domanda, ma non voglio espormi troppo. Silenzio. I bambini giocano a tirare calci ad un pallone sfinito. La guardo negli occhi, seguendola nel gesto automatico di avere tra le mani una sigaretta e rompendo il silenzio che si stava facendo pesante, attacco.“Ho un’amica che al suo romanzo d’esordio ha scritto un libro che parla del dramma che l’Europa ha sempre finto di non vedere. Quel dramma che ogni popolo vive da solo ed isolato sulla propria pelle quando invade ed è invaso dalla guerra”. Velocemente raggiungo la mia stanza che sono nuovamente davanti ai suoi occhi. “Sappiano le mie parole di sangue” l’avevo inserito nella tasca superiore dello zaino che uso per i viaggi. Volevo farmi accompagnare dalle parole di Babsi perché ancora non le avevo fatte mie. Ancora non mi erano entrate dentro il sangue. Glielo regalo, non prima di aver scritto il mio nome e il nome di mio figlio, come dedica e ricordo. Alla fine me la cavo affermando che comunque sia, una terra abitata da un popolo multietnico è una terra molto più ricca di culture. Di idee, e di vita. I suoi occhi, che attendevano una risposta si alzano guardandomi. Dal taglio degli stessi capisco che mi ero guadagnato la cena, ma su tutto il rispetto di Vesna.
Lorenzo mi dorme attaccato come se avesse bisogno del contatto fisico per stare tranquillo in una casa e in un luogo non suo. Lo abbraccio stringendolo a me. Lo bacio tra i capelli, nel viso, nelle guance. Lo bacio in bocca, sul collo e nelle dita delle mani. Lo guardo. Ha i piedi uguali a quelli di sua mamma, ed è grande nei suoi 9 anni e mezzo. Lui addormentato non si accorge regalandomi un sorriso tra i sogni. Amo mio figlio più d’ogni altro. Lo amo più della mia stessa vita e questo non è così scontato. Spesso noi genitori rispondiamo e agiamo in base alle nostre sole esigenze. Ai nostri bisogni. Alle nostre voglie. Che alla fine non sono certo le loro. Ci si dimentica spesso che i nostri figli sono diversi da noi. Ma non solo. Ci si dimentica addirittura della loro presenza, tanto siamo concentrati sul nostro corpo, sulla nostra vita fatta di cose palpabili alla nostra vista e alla vista dell’altro. Spesso osservo riposte date a memoria, facili irritazioni e rotture di balle da parte di genitori instabili. Magari semplicemente a fronte di una loro richiesta. O ad un semplice bisogno. Corriamo per raggiungere quel centinaio di euro in più al mese per poter pagare la rata dell’auto, del telefonino, di sky, della cucina targata ikea e dell’anello col diamante per cercare un perdono psicologico da parte della moglie. Le rate sono l’unica possibilità per ostentare i propri capricci, facendoli passare per normali. Poi ci incazziamo, perché la penna che cancella che serve ai figli per la scuola costa 1 euro e 50.
Sono tre giorni che viviamo questa città, e non siamo ancora usciti da questo anonimo quartiere. Con Lorenzo passeggiamo tra gli orti che i condomini dei vari palazzi abusivamente si sono costruiti poco fuori le loro anonime case, e tra una chiacchierata e l’altra penso che forse il delirio del palio potrebbero organizzarlo proprio qui. Far correre i cavalli ed i fantini attorno a questo amaro e grigio ammasso periferico di abitazioni, colorato solo dai vestiti delle persone che lo abitano e dal verde di qualche albero piantato qua e là, avrebbe un significato importante per tutte le periferie delle città italiane e non solo. Per i luoghi dimenticati da tutti. Da dio. Lorenzo si racconta per la prima volta usando una schiettezza e un senso nei discorsi, nelle parole, che quasi non riconoscevo. Mi racconta dell’amore, di Serena che sembra essere impossibile da raggiungere. “Sono insieme ma non dirglielo a nessuno che sua mamma si incazza”. Poi dopo un paio di domande stupide sui ladri, i pugni e i carabinieri che arrivano ad arrestare i cattivi, inizia un discorso tutto suo, che ho ascoltato in silenzio dimenticandomi addirittura di accendermi una qualche stupida sigaretta o porgli delle domande per capire meglio ciò che voleva dire. “Le persone sono belle dentro e non perché sono fighe fuori. Sono belle perché hanno delle robe importanti che sono più importanti dei vestiti di moda, dei cellulari o le discoteche. Si possono fare stronzate sempre. Basta capire che sono delle stronzate. Come le hai fatte te. Tu usavi la droga perché l’ho sentito dalla mamma una sera che stavate parlando. Ma quello che conta è che io e te siamo insieme in questi giorni che sono bellissimi. Anche se mi manca la mamma”. Lo abbraccio stretto a me, commosso per le parole che ancora mi girano nella testa. Poi, dopo una pausa usata per accendermi una sigaretta gli chiedo come si sente nei confronti dei suoi compagni per via del suo problema della dislessia. “A volte mi sento scemo, però non me ne frega niente”. Capisco che è un tasto delicato da toccare e non insisto. A casa lo vedo incazzarsi cercando svariate scuse per poter liberare il pianto, dovuto alla difficoltà nella lettura, nella scrittura, nel ricordo degli argomenti. Matematica, italiano, storia e geografia. L’inglese poi è come fosse arabo, se penso che già molte lettere dell’alfabeto italiano le vede uguali, le confonde, e che i suoi occhi e la sua mente insieme le fanno ruotare su se stesse o gliele fanno percepire perfettamente uguali le une alle altre.
La sera siamo a cena da un ragazzo napoletano che nella sua giornata di riposo ci ha invitato a mangiare qualcosa nella sua stanza. In realtà il suo era un modo per sdebitarsi, visto che avevo ripulito quell’unico cesso, ridotto ad uno stato straziante di sporcizia. Il piscio attorno al water, formava una specie di pozzanghera. Il lavandino aveva attaccato alle sue pareti rimasugli di dentifricio e pezzi di catarro incancreniti dal tempo. La doccia era avvolta da quelle tende impermeabili su cui c’erano disegnati dei fiorellini rosa, completamente anneriti per la presenza massiccia di muffa. Avevamo bisogno di una doccia e in quella merda non avrei mai fatto entrare mio figlio.
Giovanni è un ragazzo di 37 anni, cameriere per 900 euro al mese alla Taverna del Capitano, un locale in centro storico. Ha il naso lungo e appuntito che segue la linea curva del mento e gli occhi molto vicini tra loro. In compenso mi appare molto simpatico, nel suo modo goffo di gesticolare e di prendersi cura di mio figlio. Lorenzo ride e mangia di gusto la pasta alle acciughe che ci ha preparato nel piccolo fornello elettrico appoggiato su di un tavolino nell’unico angolo svuotato dal nulla di quella povera camera. Mangiamo in piedi, alla meno peggio. Ma va bene così. Giovanni mi racconta che sta aspettando un fegato. Non capisco, o forse sono semplicemente confuso per via del vino bevuto. Poi si ripete e la cosa diventa chiara anche al mio cervello intasato. Quel piccolo cameriere napoletano con quell’aria buffa e la carnagione giallognola, sta veramente aspettando il trapianto del fegato. Mi parla di cirrosi epatica ed io penso che fortunatamente ci siamo scolati solo due bottiglie di finto chianti comprate in un discount poco lontano e gestito da una famiglia allargata di cinesi. Lorenzo si mette a ridere per via dei cinesi, riuscendo a tagliare non poco l’aria, facendomi un piacere immenso. Mettermi a parlare di sfighe e roba varia non ne avevo proprio voglia. I miei pensieri mi bastano. Colmo in tutte le mie lievi sfumature. Solo Lorenzo può entrare ancora, ma per fortuna girandomi per dargli un’occhiata lo trovo addormentato sul letto di Giovanni.
Tornato nella mia stanza e sistemato mio figlio, non faccio a tempo a darmi una risciacquata che sono già addormentato sulle note piovose di una chitarra elettrica, scaricata su di un finto ipod.
Che tocca a te
Quando non avevamo un cazzo da farci scorrere dentro, Marino mi ripeteva di star tranquillo che non c’erano problemi che la sua fidanzata ci avrebbe salvato la pelle. E le palle. Che deficiente Marino. Una volta entrato al Supermercato puntava il dito a caso in un punto non ben definito, e per una settimana intera avrebbe mangiato solo il prodotto venduto in quello scaffale. Erano scommesse le sue, diceva. Per me non ha mai capito un cazzo. A volte il dito segnava la scansia dei latticini e per una settimana mangiava latte e yogurt. Mi andava bene perché quando c’erano quei periodi di magra, in genere verso fine agosto e l’inizio di gennaio lui aveva sempre un modo per recuperare la roba. Diceva che la sua morosa aveva la figa più bella d’Africa anche se era nata a Padova e viveva in un letto sfatto di Mestrino. “Ti giuro“, mi disse la prima volta, “che a quei negri di merda, la figa della Samantha gli piace da partire con la testa“. E così si andava a Padova, quartiere 2 anelli. In uno degli appartamenti ci abitava Abdigail, un negro che veniva dal Senegal e che spacciava eroina di scarsa qualità. Marino faceva passare la Samantha, che nel frattempo aveva imbottito per bene. Abdigail chiamava i due marocchini con cui divideva il monolocale. Con loro c’era sempre un nigeriano grande come un armadio e nero come il carbone che quasi mi pareva blu. La Samantha si stendeva sul letto. Apriva le gambe e si faceva scopare dai negri. Così, senza dire niente, che tanto il sesso dentro i suoi fottuti vent’anni non esisteva più. Marino si faceva pagare con 5 grammi di eroina buona che Abdigail in genere teneva per lui. Poi si tornava a casa, fatti e contenti. Marino quand’era rovinato come uno squalo ascoltava sempre e solo “Bella più che mai” degli Stadio perché, diceva, era la canzone con cui si era innamorato della Samantha.
Il diario di Pinocchio
Lisa ha 23 anni ed è orfana della mamma, fuggita dopo un parto scemo e mai più ritornata. Suo padre Giuseppe, classe 1938, è operaio in un’azienda tessile del posto. Ha voluto il nome Lisa al suo primogenito in ricordo e in onore alla sua puttana più bella. Il bambino si chiamava Denis. Giuseppe lo chiamò Denis Lisa. Denis Lisa Trentin, questo il nome completo del bambino, cresciuto tra i bicchieri sporcati dall’unto del vino rosso e la puzza di piscio incancrenita tra le lenzuola e il materasso del letto di suo padre. “Me lo fai vedere il pisellino, Lisa?”. Alla domanda del padre Lisa cercava rifugio, dandogli le spalle e fissando dritta lo sguardo della madre. Appoggiata in formato tessera, sopra il comodino. Ma quel rifugio durava poco. Troppe le insistenza del padre. E poca la sua forza fisica per reggere quello sfinimento. Si arrendeva, fino a sentire l’alito marcio avvicinarsi. Entrare nel suo corpo a succhiargli quel pisello di bambino. O il culo. Se lo ripassava tutto, di lingua e saliva, quel corpo da levigare. Da formare. Lo ripassava, pretendendo una sega giusto per finire. Poi si addormentava, con le sue mutande sporche e i pensieri da rifare.
Fatico a fissarlo negli occhi. Non appena varca la porta di casa. Ubriaco, dopo una sbronza disarmante. Sento come un colpo. Una fitta sulla bocca dello stomaco arrivarmi dritta al cuore. Lasciandomi immobile e senza fiato. Poi il panico. Che tento di nascondere facendo qualcosa di stupido con la prima cosa mi capiti tra le dita. A tradirmi è il tremore delle mani e la lucidità di questi miei occhi stupidi, che anticipano sempre un pianto soffocato e lento. Lacrime che scendono silenziose ma pesanti. E poi silenzio. Silenzio delle pareti annerite dalla muffa. Silenzio del televisore che viene spento all’istante. Silenzio nei miei occhi. Silenzio nel cuore. Silenzio per cercare di tamponare il dolore. Silenzio sperando sempre di soffocare. Odore acido. Un misto di sudore e alcol si stagna in un attimo in ogni angolo della casa. Quasi vada a tracciare i confini dell’animale. Non una parola. Solo il rumore del bicchiere che appoggia nel lavabo. Poi la solita, infinita e brutale occhiata che vuole dire tutto.Lisa cresceva scolpendo il suo corpo tra le violenze del padre e infiniti giorni di digiuno. “Cosa serve mangiare”, diceva a Luca, “se il tuo corpo ha bisogno della morte per continuare a vivere”. Aveva imparato a rimanere in piedi con qualche succo di pomodoro e infinte botte di Ketamina, anestetico per cavalli che trovava in piazza, al posto della coca. C’era solo la rottura di coglioni di doverla ridurre in cristalli, perché in realtà la raccattava in fiale. La Ketamina aveva quella capacità di sconvolgerle il cervello ma anche di rilasciarle i muscoli, non appena l’effetto bomba terminava.
Ma, soprattutto, aiutava Lisa in quel delicato lavoro di ristrutturazione corporea che aveva deciso di intraprendere. Che poi suo padre, oltre ad essere un porco maniaco, non era nemmeno stato in grado di donarle un fisico che fosse alla portate delle sue esigenze. La sostanza insieme al rifiuto di cibarsi ridisegnava in lei un corpo perfetto ai suoi occhi. Non v’erano curve ma spigoli e ossa che emergevano come aghi da quel leggero strato di pelle chiara che la avvolgeva. La sostanza aiutava Lisa a rimanere in piedi. A non vedere quando c’era il bisogno fisico e mentale di rimanere chiusa nella sua stanza buia. L’eroina poi, che assumeva a tratti, era una promessa buona. La calma piatta che non avrebbe trovato altrimenti. Il calore della sua pelle. La voglia di andare avanti e strapparsi di dosso un sorriso. Un attimo che fosse più vero. In quel corpo immobile e martoriato dal suo bisogno di apparire perfetta, l’eroina era un buon viaggio per credersi davvero.
Mara era l’Assistente sociale del comune che abitava. Sapeva della situazione di Denis, questo ragazzino che girava travestito per le strade di questa cittadina veneta, perchè aggiornata dal sindaco, amico d’infanzia di Giuseppe. Sapeva della situazione famigliare. Sapeva della fuga prematura della madre. Lo vedeva girare, avvolto nei suoi vestiti più importanti. Che poi erano minigonne che dovevano mostrare ed esaltare la magrezza assoluta delle gambe. Mara convocò il padre in ufficio, ma era come parlare ad un sottile strato di vento. Era inutile qualsiasi discorso. Consiglio. L’uomo era troppo ubriaco per reggere il confronto. Decise di avvicinare direttamente il ragazzo. Un aggancio che Denis Lisa non rifiutò, al contrario delle aspettative. L’assistente sociale si fece infatti aiutare dal parroco del paese che Lisa conosceva per aver partecipato al catechismo, quando era più piccola. Ma essere Assistente sociale di un comune qualsiasi nel nord est italiano è cosa strana. Il benessere di questi tempi ti porta a non reggere la fatica e poi vuoi mettere un posto fisso in comune. Meglio quindi seguire gli anziani che tanto, oltre ai pasti e alle cure mediche, non hanno gran ché da richiedere alla vita.
“Me lo fai vedere il pisellino, Lisa?”. Mara era in realtà l’amante di Ubaldo Segafreddo, il sindaco del paese. Durante i colloqui conoscitivi guardava Lisa fissa negli occhi, lasciando correre la mente a viaggi bellissimi e allucinanti. Lisa parlava, si raccontava con fiducia, si lasciava andare forse per la prima volta, mentre Mara sognava di succhiarle quel cazzo così misterioso, trattenuto a stento da un perizoma di colore rosa. “Me lo fai vedere il pisellino, Lisa?”. Ad un tratto la frase le uscì di getto, involontariamente. C’era solo una scrivania a dividerle, ma era come fossero state abbracciate strette fino a quel momento. Fino a quel punto del racconto. Mara avrebbe voluto sentire quel cazzo di femmina infilato nel suo culo, mentre spompinava senza sosta quello dell’amante. Ma quella frase uscita dalla bocca rifatta di quella piccola assistente sociale, così simile alle continue richieste del padre, così lercia e troppo vomitevole da mandar giù, faceva troppo schifo al suo esile corpo per essere scambiata per un errore del suo udito o del suo stesso cervello. Lisa attaccò la donna in un colpo di vento furioso e con energia animale. La cosa finì a botte, e fu interrotta soltanto dall’intervento del sindaco Ubaldo Segafreddo che nel riaccompagnare a casa la ragazzina le allungo gli unici 100 euro che teneva stretti nei pantaloni, in cambio del silenzio. Soldi accettati senza pensiero alcuno e sputtanati subito in un grammo buono d’eroina di tipo brown sugar. Una bacchetta magica che risolveva le situazioni ogni volta che Lisa vi si ritrovava immersa. Il ritorno alla calma. Alla pace con se stessa e con gli altri. Il benessere fisico e mentale che altrimenti non avrebbe mai trovato.
“Fortuna che esiste la roba” ripeteva spesso a Luca, che la implorava di fare qualcosa perché riuscisse a smettere di farsi. “Fortuna che esiste la roba”. Che poi anche quelli di Luca erano soltanto sogni. “Scappiamo Lisa, scappiamo da questo posto di merda. Andiamo via di qua”. Lisa sapeva che le parole di Luca erano irrealizzabili. Che non si poteva. E che forse, alla fine di tutto nemmeno lei voleva. Luca parlava infatti troppo, quando fino a quel momento non era nemmeno stato in grado di ammettere a se stesso di essere innamorato di un travestito anoressico e tossicodipendente. Non aveva mai preso del tutto in mano la sua vita. Non aveva mai fatto una scelta concreta. E non prevedeva nemmeno di lasciare la moglie e i suoi due figli per stare insieme all’amore della sua vita. Luca prometteva sogni irrealizzabili. Era meglio vivere di stenti e nella merda più autentica, perché erano forse le situazioni in cui si cacciava volontariamente o no, che apparivano agli occhi di Lisa come le più autentiche. E dire che a Luca aveva donato tutto, il suo corpo dannato ed indiavolato. La vita.
È come prima di morire o che hai paura di morire. Ti passa come una freccia a spaccarti giusto il cuore. In un attimo pensi a tutto, dal primo all’ultimo grido alla vita. Alla voglia di essere sempre e sopra a tutto. A quando i nostri sguardi si sono incrociati, all’amore doloroso sognato, stravissuto. Perverso. Alle due serate di pioggia, al cuore spaccato, al sentirmi bellissima…fino all’ultimo terribile saluto. Non ho voluto soldi perché ci eravamo già regalati il cuore. Mi chiedo come, a distanza di tanto tempo, sono ancora qui in queste notti insonni, a trovare le parole giuste per scrivere di te. E come in qualsiasi momento delle mie agitate giornate, viaggiando tra musica e sogno, cerco il tuo volto ovunque, sapendo di non rivederlo più. Ti ho visto, una sera in cui tutto mi pareva strano. Tachicardia pompata all’ennesima potenza. Cuore in panne. Occhi bianchi, pupille nere. Zoomate da un’alta percentuale di coca. Non sapevo che fare e sono venuta al circo, tornando poi a rivedere tutti i tuoi spettacoli. Sotto quell’immenso tendone blu. Fino a che è rimasto e sei rimasto tu.L’ultimo pezzo di roba le donò una sensazione di benessere assoluto. Un’allegria strana, mai provata prima. Un vento calmo a trasportarti lontano. Nella convinzione di dare un senso, finalmente, alla vita. C’erano tanti tasselli da sistemare in questo mosaico di pietre rosse. C’erano relazioni da ripendere in mano. Vite da aggiustare. C’era il rapporto col padre che andava sputato fuori dallo stomaco. Dal cuore. L’ultimo pezzo di roba se lo fece direttamente nella vena grassa del collo. Un pezzo buono a donarle la vita o la consapevolezza che andasse perlomeno presa in mano. L’ultimo pezzo di roba durò fino all’applauso del pubblico. Fosse stato un film da cassetta, l’ultimo pezzo di roba sarebbe duranto fino alla risata finale. Al “vissero tutti felici e contenti”. Fino al calare del sipario, alla pubblicità. Fino all’inizio di un nuovo film o di una nuova storia. L’ultimo pezzo di roba fu un colpo secco di pistola in bocca senza il bisogno della pistola stessa. Boom
sms 1 Angeli che scopano bambine dai capelli corti. E assassini che curano con amore vecchi addormentati. sms 2 È come prima di morire, o che hai paura di morire. Ti passa come una freccia a spaccarti giusto il cuore. sms 3 Ho paura di addormentarmi, ho paura di smettere di sognare. sms 4 Oggi ti sto piangendo stella. E ti rimpiangerò, vita. sms 5 Ho visto il sole piangere sangue. L’ho visto piangere bambini morti. sms 6 E poi vorrei parlarti mille ore. sms 7 E quando mi chiami e fuori non “c’e n’è”, ti giuro che mi cambia la vita…mi hai cambiato te. sms 8 Passatemi un TAVOR che…mi addormento un po’ sms 9 Oggi e’ come fosse primavera. Hai presente quanto è bella vero? Beh ! per noi oggi e’ primavera. sms 10 Sto lasciando andare qualcosa di me . Sto per lasciare un pezzo di vita, di muri sporchi, di puzza di fumo, di mare in tempesta. sms 11 Ora vorrei chiamarti e restare senza tempo. sms 12 Svegliarsi per cosa poi? Per trovare tutto com’è Come lo avevi lasciato…il giorno prima. Prima di addormentarti, prima di nascondere i tuoi occhi al mondo…ai sentimenti…alla noia sms 13 Stesera non servono le parole. Il silenzio parla già per noi. Stasera chiamami pinocchio, che ci sono stelle buone e fuochi d’artificio a guardare lassù.Inversione
Quei due ultimi chilometri che mi hanno salvato la vita. Quei due ultimi chilometri di traffico in tilt. Colonne di auto in fila, fanalini rossi accesi che non si muovono. Claxon che suonano. Gente incazzata. Qualcuno tenta di superare la macchina che gli sta di fronte, pensando sia quello il problema. Luci al neon riflettono sul vetro specchio della mia auto scritte che non ho voglia di vedere. Mi irritano questi colori falsati dall’umore delle persone. Colori freddi, acidi.
Il sole è sparito da un po’, lasciando spazio ad un imbrunire che, piano, si porterà via tutto. Facendo nascere una notte nuova, dipinta da colori più veri. Questo viale si riempirà di puttane, di anime perse. Di vita. Così come cambieranno i suoni e gli odori. Dentro il mio abitacolo solo il battito del mio corpo. Cuore, anima, stomaco, nervi, muscoli, ghiandole, vene, sangue, pelle. Sento ancora la bocca impastata. E il sapore della sua.
Giornata strana. Giornata maledettamente strana. Abbiamo fatto l’amore. Noi clandestini. Noi così vicini. Noi che ci amiamo. Non ci sono altre parole. Noi ci amiamo. Siamo stati per ore abbracciati a fare l’amore. Fino ai saluti. Fino a prometterci il domani. Per poi partire ancora. Via. Su queste strade intasate da gente che vive la fretta. Gente incazzata, che tenta di superare la macchina che gli sta di fronte pensando sia quello il problema.
Sono dentro un film. La mia vita incanalata in un vortice di traffico impazzito dove le auto sono guidate da bella gente che in tv ha imparato la farsa della corsa. Ho da poco lasciato la vita, l’amore e mi ritrovo incatenato, inghiottito in una colonna che di umano non ha nulla. Non voglio perdere i miei giorni qui, tra fumi di scarico e luci fredde. Non c’è musica, vita.
Una sigaretta mi permette almeno di prendere tempo. Una sporca sigaretta che amplifica il battito del mio cuore fino a spaccarmi i timpani. Ma che per lo meno mi sveglia. L’inversione è da ritiro immediato della patente. Prima lunga e poi seconda, terza, quarta. Sono una freccia. Sento lo stomaco muoversi. Sento di vivere. Sto arrivando. Domani sarebbe stato troppo tardi per amarti. Voglio viverti adesso.
I giorni di Crizia
Che poi da un blog non si arriva a niente. Mai. Aver settacciato splinder per ore, forse giorni, l’unica cosa emersa era la maschera di una ragazza per bene. Un po’ come tutti i bloggers hanno imparato a fare. E fanno. Gli inquirenti, il tempo lo avevano perso tra le pagine di quel diario virtuale che poco s’adattava alla vita di Crizia. Una favola per raccontare e raccontarsi quello che non si è stati mai. Questo è il blog. La solitudine, l’amaro di una vita persa, l’illusione di potercela ancora fare, i pugni nello stomaco e le bugie raccontate a se stessa. Niente di tutto ciò emergeva in quelle poche paginette tutte uguali. Tutto doveva rimanere assolutamente nascosto per poter reggere la parte. Simulare. In realtà bansheeblog nascondeva null’altro che le fantasie della gente. E nulla più, che il personalissimo sogno di Crizia. “Vorrei essere…“. Aveva costruito la sua immagine, dipingendo un quadro con mille colori diversi. Lasciando ai vicini, ai pochi conoscenti, ai propri lettori la possibilità di rielaborare il disegno tramite le sfumature. Pensieri, tragici e disperati ma al tempo stesso bellissimi amori, voglie tra le più eccitanti, desideri da tenere nascosti tra le gambe. Crizia era agli occhi di tutti una ragazza di una bellezza disarmante.
Eravamo stati insieme sempre, io e Crizia. Di quegli amori che vivono comunque. E ovunque. Anche a mille chilometri di distanza. O addirittura in un altro letto, abbracciati ad un corpo diverso.
Ero stato sentito dal Maresciallo Ascolla del nucleo operativo di Vicenza e dal giudice Di Biase poi, come persona interessata dei fatti. Erano risaliti al mio nome, tramite una minuziosa operazione di setaccio del web log. Dopo che Crizia fu trovata morta, di una morte apparentemente senza senso, fui il primo ad essere ascoltato, controllato, seguito ed intercettato. Non avevano elementi, se non un blog che poco raccontava la realtà dei suoi giorni. I giorni di Crizia erano tutt’altro. E non parlavano certo dell’azzurro del mare o della bellezza dell’amore. I giorni di Crizia non parlavano di una vita normale, di un bambino da accudire, di un letto da rifare. Negli interrogatori parlai dei giorni di Crizia. Il suo dolore, le sconfitte più crude, le pugnalate della gente, il tremore dello stomaco, la sua insicurezza. E il suo bisogno più grande. Essere amata, permettendo così a se stessa di riprendersi tutto ciò che fin dall’inizio dei suoi giorni le era stato negato. Vittima di un concepimento balordo, di una fuga notturna tra i campi, di un rapporto durato non più di cinque minuti. Vittima e al tempo stesso colpevole di aver trasformato una bellissima festa in una vita andata a puttane. Parlai a lungo col maresciallo Ascolla, che stranamente aveva la capacità di farmi sentire a mio agio. Ma su tutto non dava per scontato ch’io fossi il colpevole. Nei giorni di Crizia, il rapporto tra me e il Marescialo si fece sempre più intenso. Partito con timidezza, pativa la mia soggezione nei confronti dell’autorità. Ma nascosta tra le domande, percepii una sorta di attrazione per quel mio essere così istintivo che mai, nel tempo, s’era permesso di vivere. I giorni di Crizia fecero in modo che due persone così apparentemente lontane s’avvicinassero quel tanto da riuscire a capirsi, accettando modi completamente diversi di cogliere la vita, nelle sue mille sfumature. Il maresciallo mi stava pure simpatico, anche se spesso mi chiedevo se quell’atteggiamento lo manteneva per arrivare a farmi vomitare la verità, facendomi ammettere la mia responsabilità sulla morte della ragazza. Ma erano solo dei piccoli flash, poi quella faccia rotonda rasata dei pochi capelli rimasti, mi tornava simpatica. La differenza d’età oramai non la coglieva più nessuno ed io, tra il sale delle lacrime e l’amaro di una dianarossamorbida, continuavo a narrare senza sosta i giorni di Crizia. Con dei dubbi allucinanti che, piano, iniziavano ad invadere il mio corpo. La mente.
Stavamo male quel giorno. E Crizia era bella lo stesso. Sole. Stella. Ma stavamo male. Rino me lo aveva detto chiaro, sputandomi in faccia. “Vai a fare in culo Fino a che non mi porti i soldi che avanzo, non ti do un cazzo di niente. Caricai la pistola a salve. Erano le dieci di una sera che sapeva di sudore freddo. Crizia si vestì come sapeva. Una mini da lasciare spazio ai sogni. Un paio di collant velati neri. Venti danari che facevano della sua pelle qualcosa da accarezzare. Toccare. Leccare. Ingranai la prima e partimmo per l’inferno. Non ci bastavano i cinquanta euro di una scopata. E il fisico di Crizia non ne avrebbe rette più di tre Il piano doveva essere un altro. Crizia smontò nel solito posto del cazzo. Smontò dall’auto nel buio più nero. Statale 260. Il primo pezzo di tangenziale era territorio della mafia dell’est. Prostitute slave, ucraine. Rumene. Più avanti le Africane. Noi ci piazzavamo in mezzo. Nessuno ci diceva niente. Mai Crizia era bella. Gli mandai un bacio, mentre partii lasciandola sola. Un coltello a serramanico nella borsetta era l’unica difesa che poteva avere. Mi girai a guardarla per l’ultima volta. Cazzo che magra. Nascosi la macchina tra gli alberi di un boschetto non tanto distante. Feci ancora una decina di metri a piedi trovando sul tronco di albero tagliato un posto comodo su cui sedere. Mi feci tutta la coca che ancora mi era rimasta. Silenzio. Non volevo casini quando c’era da aspettare il colpo. Mi accertai che la pistola fosse carica. Una serie di sei lattine di birra marchiate Heineken mi facevano compagnia, in questa sporca ma utile attesa. Il ritmo delle sigarette che accendevo segnavano il tempo, quando all’improvviso, vidi due fari bianchi risalire la stradina sterrata. Mi nascosi dietro un cespuglio. Ero carico. L’auto si fermò. Alla guida un uomo stempiato sulla cinquantina. Al suo fianco Crizia. Aspettavo, col cuore che batteva sul corpo, martellate che facevano male. Vedevo la sagoma nera di Crizia muoversi. Ma dovevo aspettare il segnale. L’uomo si voltò verso di lei. Le sue grasse mani tra le gambe fragili di Crizia, risalire fino a toccargli la figa, ancora coperta da un paio di mutadine e dai collant. Quando nel buio silenzioso della notte, un grido di dolore e rabbia, fermò quasi il tempo. Sbucai fuori dal cespuglio con la pistola stretta tra le mani. I denti che mordevano le labbra fino a segnarle di sangue. Un calcio alla portiera della macchina. E la pistola puntata sulla testa del deficiente malcapitato. -”Fuori coglione, esci fuori che ti faccio un buco nella testa. Vieni fuori piano testadicazzo. Piano che ti ammazzo“. -”Cosa faiiii…lasciami andare ti prego…non ho fatto niente…vi prego lasciatemi“. -”Senti testa di cazzo cosa volevi fare a questa ragazzina, eh? Lo sai che lei ti può denunciare adesso, merda di uomo Lo sai che ti aveva solo chiesto un passaggio in macchina? E tu invece te la volevi fottere. Stronzo” Avevo le mascelle talmente rigide che quasi si stavano spaccando. La pistola ancora puntata a dieci centimetri dal volto dell’uomo. Un ‘adrenalina che faticavo a trattenere. Crizia si avvicinò all’uomo. Tranquilla come lei sapeva fare. -”Senti capellone…tu non la vuoi una denuncia per violenza sessuale ad una minorenne, vero?“. -”Lasciatemi vi prego…lasciatemiiii…“. -”Ti costerebbe cosa brutto testa di cazzo eh? E tua moglie? Me lo dici che cazzo farebbe la tua bella mogliettina? Te li farebbe vedere i figli di tanto in tanto? Io ti denuncio coglioncino che sei Io te la faccio pagare. Lo sai questo, brutto depravato?“. Crizia credo stesse vomitando tutta la rabbia che aveva accumulato nel tempo, nei miei confronti, nei confronti della strada e della vita di merda che stavamo facendo da tanti, troppi anni. -”Vi do tutto quello che ho ma lasciatemi andare vi prego. Vi scongiuro lasciatemiiii“. L’uomo aveva davvero paura. La mia pistola era ancora puntata sulle tempie. Vidi una lacrima scorrergli il viso. -”Prendi i soldi che hai e buttali a terra. Muovitiii Frociodimerda“. Tremando gettò a terra duecentotrenta euro, che teneva ben conservati nella tasca interna della giacca. Crizia raccolse i soldi e li assicurò tra le sue mutandine. Si voltò verso l’uomo. Lo guardò fisso negli occhi. Ci fu un attimo di silenzio interrotto solo dal rumore dei miei denti che si masticavano tra loro. -”Ascoltami bene” attaccò “se non vuoi finire nella merda, con una bella denuncia sul collo, sarà meglio per te fare il bravo“. L’uomo guardava a terra, impaurito, senza dire niente. -”E la prossima volta coglioncino depravato non andare con le ragazzine che hanno l’età di tua figlia“. Nello stomaco avevo una carica di dinamite che stava per esplodere. Stavo per partire con un destro imbottito di rabbia, che Crizia mi fermò. -”Non rovinare tutto stronzo. E andiamocene di qua“. Partimmo. Crizia si mise al volante. Io ero troppo strafatto di coca per poter guidare. Mi voltai indietro. L’uomo era ancora fermo. Lo vidi portarsi le mani in faccia e lasciarsi andare ginocchia a terra. Che un grido evaporò fin dentro la macchina. -”Questa me la paghi puttana. Prima o poi me la paghiiiii“.
Alzai lo sguardo asciugandomi gli occhi da lacrime ch’erano diventate lame. Guardai l’uomo che avevo di fronte, senza per forza far caso alla divisa. Fissai lo sguardo sul gesticolare nervoso di quelle sue mani pesanti. L’immagine di quell’uomo inginocchiato alla vita, continuavano a passarmi il cervello, mentre una voce rotta dalla disperazione gridava senza sosta “puttana, me la paghi” alle mie orecchie. Mi fermai in un attimo, alzai i tacchi e senza dire niente, me ne andai.
Il ciclo della coca
Un pugno ti arriva giusto da dietro. Finendoti. Ti risvegli piano. Con un mal di testa come poche volte. Gli occhi faticano a respirare e riconoscere il luogo. Il contorno è sbiadito. Provi a muovere la testa per capire almeno dove cazzo sei, ma niente. Non ti viene. Non capisci. Non lo sai nemmeno, il motivo d’essere in quel posto con quel fottutissimo mal di testa ad accompagnarti. Escludi l’ufficio. Il luogo in cui sei è troppo buio per essere il tuo posto di lavoro. Niente, non ti viene. Senti il muovere di alcuni passi, ma anche le figure ti risultano irriconoscibili. Cerchi allora di chiedere aiuto, ma non appena provi a spiaccicare una mezza parola, la testa sembra esplodere. Hai paura.
La speranza la ritrovi in una voce che ti calma. Ti rilassa. Regalandoti la quiete che pensavi aver smarrito. La voce del maresciallo dei carabinieri Ascolla è secca ma confortante. “Non preoccuparti, non c’è nulla di grave. Ora mangia questa pastiglia e cerca di rilassarti.” Cosa che data la situazione appare impossibile.
Attacca il maresciallo. “E’ per via di Nancy, la tua compagna. Si è fatta beccare come una scema dai miei colleghi con 50 g di cocaina, comprata dai rumeni. Il problema per te è che sta già facendo i nomi. Ora. Capisci?
Calmo. So che non sono tutti. So che avete parecchia coca. Mezzo chilo.
Stai calmo, ti ho detto, che qui parlo io.
Allora, tu mi dici dove cazzo tenete quel mezzo chilo di coca, ed io ti garantisco che alla ragazza non verrà stolto un capello. Anche dal punto di vista giuridico è come non fosse accaduto nulla. Sappi che ti conviene comunque. Anche perché prima o poi, sotto interrogatorio i nomi dei rumeni la stronza li fa davvero. E tu sai cosa fanno i rumeni agli infami? A quelli che parlano? A quelli che fanno sbattere i loro connazionali in carcere? Lo sai?”
Eri incastrato. Da una parte gli sbirri. E quindi la galera, gli articoli e le foto sui giornali. Gli avvocati a sbranarti. Dall’altra parte il maresciallo Ascolla che non capivi che cazzo di rapporto avesse con questa banda di rumeni. C’era poco da fare. Eri incastrato comunque. Ovunque non c’era l’appoggio di alcuna via di fuga. Se non parlare.
“La coca la tengo io, a casa. Devi solo spostare il forno in cucina. Incastrata dentro il muro che separa il mio appartamento da quello del signore che mi abita a lato. Le chiavi sono queste”.
Non il tempo di darti del coglione che un’altro pugno ti colpisce la tempia.
Il risveglio è lento. Un altro di quei pugni è faticoso da sopportare per il tuo fisico già accartocciato su se stesso, ma che lentamente riesce a riprendere quota. Ti immagineresti di stare chissà dove. Magari accanto ad un rumeno figlio di puttana pronto a fracassarti il naso. Ma niente, anche stavolta non c’azzecchi.
11:04
Il gomito di quella che dovrebbe essere la tua donna ti preme sullo stomaco. Quella cavolo di gatta non la vuole smettere di miagolare.
Siete rinchiusi in un armadietto metallico nel quale non entrerebbero nemmeno due scope e per di più uno strano odore sembra provenire dalle tue scarpe.
Certo, non è male stare così attaccato a lei, ma stamattina avresti di gran lunga preferito litigare col tuo capo.
“Cazzo ci facciamo qui noi? Cazzo ci fai qua te”? La tua domanda è carica di paura, mentre Nancy cerca di balbettare un misto di gioia e confusione nel vederti ripreso.
La sua voce è spaccata, mentre delle lacrime iniziano a segnarle il viso.
“Ho dovuto vendermi, ho dovuto lasciare questo cazzo di corpo. Nella scelta proposta non c’erano strade. Vie d’uscita. O il carcere o questo avanzo di lacrime. Quel che restava ancora del mio corpo, dopo le botte . La coca che mi han beccato era lì. Sopra il tavolo. A farmi capire che poteva essere anche buttata. Se mi facevo sbattere, loro non avrebbero detto nulla. Segnalato nulla. Gli sbirri se ne son tirati abbastanza da diventare tori da monta. Cani. E poi via. Uno dietro l’altro. Uno sopra l’altro. Il resto te lo lascio immaginare, piccolo. Pensavo fosse finito, che un colpo in testa m’ha fatto perdere i sensi, fino a risvegliarmi qui. Ora.
Ma, scusa , la troia della tua gatta, che cazzo ci fa qui dentro?”
“Poi ti spiego, Nancy. Poi ti spiego.”
Cerchi di capire dove potete essere. Si sente chiaro il rumore di un diesel viaggiare. Le buche della strada e il fruscio del viaggio. Un viaggio che non vuole finire, mentre Nancy tenta invano di farsi largo per recuperare il mazzo di chiavi che tenevi nella tasca dei tuoi jeans. Non c’è niente da fare per cercare in qualche modo di aprire la porta al contrario e tentare una fuga. Le chiavi saranno nelle tasche del maresciallo Ascolla, mentre pensi che si, quelle chiavi saranno a fianco del mezzo chilo di coca, che poi tornerà nella mani dei rumeni. Il ciclo della coca. Come vendere due volte mezzo chilo di cocaina. Ci vuole poco, se i carabinieri si sono venduti l’anima. In un attimo, come un vero flash da coca sparato in vena, ricordi il ciclo dell’acqua, imparato alle elementari. Sarà stata la terza, o la quarta. Lo dici a Nancy, ma non ricevi risposta. Nancy ha la sua vita in mano. Non può pensare al ciclo dell’acqua.
Non avete nulla che possa liberarvi dalla merda. Nulla. Nulla che possa farvi uscire da quella maledetta e allucinante prigione. E così, lucidi e ingabbiati nel buio, senza nemmeno un’occasione per potervi liberare, vi raccontate. Come quando ti sembra che tutto stia finendo e ti dai all’altro. Completamente. C’è un bisogno disarmante di liberarti. Degli incubi. Dei segni. Delle sconfitte. E mentre stai per ammettere che l’hai davvero tradita con Monica, il furgone si ferma. Un uomo scende e con accento rumeno, fa segno di uscire. In fretta.
15:16
Il furgone va via lasciandoti in mezzo al nulla.
Sei li, seduto in terra, che ti domandi come sia possibile che un cellulare riesca a rovinarti così tanto l’esistenza.
Ti alzi in piedi, dai un calcio ad un sasso ed inizi ad imprecare.
Camminate a lungo prima di riuscire a raccattare il bagno di una vecchia trattoria, dispersa tra i monti della Slovenia.
Il ritorno inizia seduti in un vecchio furgone fiat Ducato. Alla guida un ragazzo sui quarant’anni che sembra non spiaccicare una parola. Ad un certo punto si gira, vi guarda e ride. “Buona coca in Italia. Buona coca.”
Vi guardate incazzati, sfiniti. Allucinati. Che quasi vi verrebbe da spaccargli quella faccia da culo. Ma va bene così. Andrey vi accompagna fino sotto casa, che quasi vi viene da vomitare a provare ad entrare.
20:27
Finalmente davanti al tuo palazzo.
Lei ti ringrazia per tutto quello che hai fatto oggi.
Pensi che in fondo, se non ti sentissi completamente sfatto, potresti anche provarci.
Giusto un bacio, chissà…
Un bacio, chissà. Il tempo di aspettare tuo padre farsi i suoi buoni 200 chilometri per portarti le chiavi di riserva che la prima cosa che fa appena sceso dalla sua Punto blù è salutare la gatta. Coccolarla.
23:42
“Ma è possibile che questa stronza di gatta non la smetta mai di miagolare?”
Ritorni
La strada l’ho corsa tra il ghiaccio. Con il motore del volvo che non voleva scaldarsi. Dovevo dare un taglio a tutto, oggi. Colazione con caffè e due sigarette in fila. Una doppietta che, insieme alla doccia mi ha svegliato da un incubo che non sarei riuscito a sopportare ancora a lungo. “Vivere è un po’ come perder tempo“. Lo stereo insisteva sull’auto. Ne riscaldava il motore dal gelo in cui era avvolto. La faccia della gente. Mostri carichi di timidezza, pronti a sbranare non appena il cervello esce dalla condizione di stand bay. I bambini aspettano davanti alla scuola l’apertura dei cancelli. In attesa di una nuova lezione di “vita”. Matematica, fisica, chimica. Diventeranno mostri anche loro. Come lo siamo diventati noi. E poi cellulari che squillano, corse a fottere gli altri, scopare e sparire, lavorare. “E poi guardare la tivù/magari quello là in fondo sei tu“. La musica a volte non mi calma. Mi carica. Di pensieri che penetrano. Esplodono. E si trasformano in incubi notturni. Il traffico, il gelo delle strade, i semafori rossi, verdi. Arancio – rosso. Nessuno che aspetta. Si deve correre. Arrivare. Dire, fare. Distruggere. Non vedo strisce pedonali lungo queste strade inebriate dal freddo. Cosa ci sto a fare io qui. Uguale a tutti gli altri.
[...]
Guardavo, fuori del finestrino sporco dell’auto, la notte farsi chiara. Il silenzio era la musica che ci circondava. Che ci entrava dentro. Solo il rumore di qualche stupido sorpasso, dava più tono ai bassi. Piccole vibrazioni in un corpo fermo. Paranoia allo stato più devastante. Guidava Michele. Un po’ perché io mi ero già fatto 400 chilometri. Un po’ per la birra che avevo in corpo. Non che lui ne avesse bevuta di meno, certo. Ma avevamo deciso così, vista la grossa possibilità di essere fottuti con l’alcolimetro ad un eventuale controllo. Spento, guardavo le luci delle auto che ci precedevano. Intravedevo fiacche lampadine da cucina ancora accese, attraversate da paesi illuminati dalla noia. Tra la pioggia che piano ci stava cadendo addosso e quell’odore manomesso di aria condizionata. E pensare che il profumo della pioggia è bello Non lo so. Ma penso di essermi chiesto molte volte, sulla strada del ritorno, che cazzo ci facciamo qui. Non in quel momento. Cosa cazzo ci facciamo in questo stupido mondo sempre più uguale. Confezionato, strumentalizzato, pubblicizzato, laccato. Una vita avvolta da sorrisini carichi di nebbia. Strette di mano dotate di certificato di autenticità. E cartellini plastificati da appendere alla giacca. “Giuro che non ti fotto” ne citava uno “Puttana merda Michele, non dovrebbe essere naturale un sorriso? Una pacca sulla spalla? Un calcio in culo? Ti rendi conto che qui, noi, ci stiamo davvero comprando tutto?”
[...]
Non c’era rumore sul rapido che tornava silenzioso da Roma. Solo i miei pensieri muovevano a ritmo incessante. Festa, amore, paranoia dura. E occhi spenti. Un alito ancora impastato dalla notte appena diventata giorno. Ma su tutto, nel silenzio di quel ritorno, era una tachicardia che non voleva smettere di suonare Roxanne dei Police. Il basso di Sting lo sentivo in ogni parte del corpo. Il mio corpo. Che non si voleva spegnere. Non doveva, forse. Troppi i segni sulla mia pelle che non permettevano i muscoli di rilasciarsi. Guardavo le mie mani sporche tenere stretta l’ennesima sigaretta. Le vedevo gonfiarsi di sangue, quando a ritmo incessante il cuore lo pompava da quelle parti. Pulsazioni erotiche. E sensi di colpa. Miscela esplosiva. Dinamite. Corpi su corpi. Sangue su sangue. Flash. E vita. Scoprire che più niente ha solo un nome. Scoprirne i difetti. Le storie. I pianti. E la voglia di gridare al mondo di esistere. Per poi lasciare la pelle al tramonto. Ai muri dei palazzi che rubano il colore agli ultimi raggi di sole. E arrivare alla solitudine. Alle birre. Al bisogno carnale di quell’ultima chiamata. Le pulsazioni che non lasciano più spazio ai pensieri. Vado via.
[...]
A viso scoperto
Le pensioni si ritirano all’ufficio postale. I primi due, tre giorni di ogni nuovo mese. E se devi pagare qualcosa c’è da impazzire. Soprattutto nelle prime ore della giornata. Gli anziani sono i primi ad arrivare. Col sole che batte o con la neve che cade. Loro sono lì. Prima ancora che l’impiegato dia i tre giri di chiave e disinneschi l’antifurto. Soldi da prelevare, anni di sudore, figli da mantenere e niente da vestire. Gli anziani della pensione. Quelli che han lavorato una vita per subire il tempo. E i loro giorni migliori.
Il corpo che cambia, distrutto dal dolore, dalla fatica. E dalla noia. La pensione. La casa. Il giardino. Il bar. Gli amici. E l’ufficio postale. Puzza di sudore acido. Le pensioni si ritirano i primi due, tre giorni di ogni nuovo mese. “Sono i giorni migliori Serena, credimi“. Lei pareva non ascoltarmi. Mi guardava ancora sconvolta. E col colore degli occhi che parlava da solo. La mattina Serena aveva gli occhi bianchi. Io non mi guardavo allo specchio. Mi faceva male. Era stesa sul nostro letto tra lenzuola unte e sporcate dalla cenere. Dei buchi sparsi, gettati a caso e perfettamente arrotondati dalle bruciature dei mozziconi di sigaretta facevano di quel lenzuolo un incubo. Stavamo male. Ma alla fine erano solo cazzi nostri. “Vestiti Serena, che i primi giorni del mese sono i migliori“. Erano le sette della mattina. Non so nemmeno come riuscì a vestirsi quel giorno. Partimmo sulla sua fiat Panda rossa, facendo una buona mezz’ora di strada, raggiungendo un paese a cui eravamo sconosciuti. L’ufficio postale ce l’avevamo lì, ad un centinaio di metri. Avevo parcheggiato l’auto in una strada secondaria. Con tre diverse vie di fuga. Serena prese la guida. Io smontai. Mi accesi l’ultima MS che mi era ancora rimasta. Il sudore lo sentivo nelle mani e avevo una strana tachicardia che aveva preso a battere duro. “Le vecchie” mi ripetevo in silenzio. “Le vecchie c’hanno la borsa e sono facili da fare“. Il motore della panda era acceso. Serena aveva una mano fissa sulla prima marcia. E gli occhi sul mondo. Trecentosessanta gradi di visibilità, in due pupille annebbiate. Contai mentalmente un tre guardando una signora anziana salire la sua graziella blù. Un lampo. Peggio di un flash. In poco meno di due secondi avevo la borsa della donna tra le mie mani e stavo già correndo come un pazzo verso l’auto. In una frazione di secondo, voltai indietro lo sguardo. Non lo so, ma ero a viso scoperto. Girarmi anche solo per un attimo era da idioti. Vidi la vecchia rovinare a terra, sbattendo forte la testa sul cordolo del marciapiede. Girai l’angolo. Ero gia salito in macchina. “Viaaaa
! Diocane via
“. Serena, trasformata dall’adrenalina era vento. La panda volò. Guardai la borsa con i documenti che mi affrettai a gettare dal finestrino. E poi i soldi. Novecento otta mila lire. “Bel colpo Serena, bel colpo
“.
I colpi si sparano. O si parano. Dipende dalle condizioni. Dal vento che tira. O dal sale che brucia. Mi arrestarono una mattina che fuori pioveva. E il sole non aveva fretta di risvegliarsi da un letargo che non voleva finire. Serena aveva passato la notte non so dove. Era qualche giorno, che mancava da casa. La casa dei nostri sogni. Nei deliri di ognuno, quel vecchio appartamento doveva essere il rifugio nostro e dei nostri figli. Che sarebbero serviti per sistemarci. Per toglierci la scimmia, e farci tornare quel bisogno di vivere che da troppo tempo avevamo buttato nel cesso. La sorte, almeno in questo caso, ha visto bene di farli rimanere irreali. Mai nati. Avrebbero visto troppo schifo, concepiti nella merda, nati e vissuti nella fogna. Mi arrestarono che stavo ancora dormendo, in un letto sporcato da avanzi di pizza, lattine di birra vuote e sigarette spente per la mancanza di tabacco o aria. In una frazione di secondo, voltai indietro lo sguardo. Non so perché. Ero a viso scoperto. Girarmi anche solo per un attimo era da idioti. I colpi si sparano. Se hai la mano ferma e una lucidità assassina. In quel momento, con quattro poliziotti dentro la mia stupida camera e altrettanti appostati ai quattro angoli dello stabile, i colpi potevo solo pararli. Punto. La vecchia mi aveva riconosciuto, prima di sprofondare in un sonno da cui si sarebbe svegliata ventuno giorni dopo. Non poterono trattenermi per molto, se non per poco meno di un grammo di eroina di scarsa qualità. La signora entrò in coma dopo la descrizione dell’accaduto e della mia faccia annulata. Ma sul mio conto, in realtà, non c’erano prove concrete. Se non sospetti. Niente che potesse fermare la mia corsa senza retro specchi.
Di Serena non avevo notizie. La ritrovai a casa, strafatta in un bagno di sudore. Non avevo bisogno d’altro. Il sole sorgeva tutti i giorni esplodendo giornate cariche di bello. Mentre noi morivam nel buio più nero. Anche se tenti di evitarlo, prima o poi quello specchio ti riporta pari pari alla tua immagine più vera. I conti arrivano per tutti. Il processo scivolò, cancellato dai miei pensieri per più di un anno e mezzo. Fino alla resa. Il mio legale era riuscito a rinviarlo il più possibile, accumulandolo insieme ad altri tre procedimenti penali in cui ero coinvolto. Col tempo la signora riuscì a ristabilirsi e tornare in sé, anche se con grossi problemi di movimento, per via della frattura al femore dovuta alla terribile caduta al momento dello scippo.
Al processo arrivai teso. Era inverno pieno ed io sudavo. Un odore acido faceva a pugni col mio corpo. Le mani umide. Il viso che trasudava gli ottanta milligrammi di metadone che regolarmente assumevo per riuscire a “stare”. Serena non c’era. In quel momento, dentro quella stanza illuminata da luci gialle al neon, capii forse per la prima volta, di essere solo come un cane. Come in un allucinazione da trip, mi vedevo “dentro” un film storpiato nei suoi colori più vivi. Dove mia madre rideva di me bambino, mentre si faceva sbattere da mio fratello Sergio. Io piangevo di una una solitudine bastarda. In quelle visioni ad occhi aperti non vedevo Serena accanto a me. E questo mi creava un angoscia tale da farmi perdere il respiro. Tornai in me quando il giudice decretò la chiusura del procedimento. Non mi andò poi così male. Ma in quel momento il sudore che mi aveva invaso il corpo e le visioni che continuavano a massacrarmi la testa mi facevano male più della sentenza che mi ero beccato. Non vedevo Serena accanto a me nel domani della mia vita, in questi continui sogni ad occhi aperti. Poi il flash. Che mi svegliò di brutto. Il cuore che pompava sangue avvelenato, iniziò a battere duro. Per i cazzi suoi. Intravidi la signora che avevo scippato. Mi stava guardando seduta in una vecchia sedia in legno ricoperta di finta pelle color marrone. Si alzò con fatica, facendosi aiutare dalla stampella che teneva stretta. Si avvicinò. Io indietreggiai impaurito, cercando con una veloce zoomata, la figura imponente del mio avvocato. Tornai con lo sguardo verso di lei. Un nodo mi stringeva la gola, senza permettermi di deglutire. Ero immobile. Sparati come proiettili mi passarono nella mente tutti i momenti della rapina. L’attesa, lo scippo, la corsa verso la macchina, la signora rovinare a terra, la sua testa sbattere sul cordolo del marciapiede. Tutto. Fino alle sue parole. “Ti posso parlare?“. Non so nemmeno se riuscii a rispondere. Lei continuò senza esitare. “Non sono più stata me stessa da quel giorno. Lasciamo stare le gambe. Oramai sono anziana. Quello che più mi ha ferita è che, per la paura, non riesco ad uscire da sola. Devo essere accompagnata. Sempre. Anche solo per andare al mercato, dal medico. O al bar, quando mi viene voglia di bere un cappuccino caldo. Sai, quelli con la schiuma? Ti ho pensato molto, in tutto questo tempo. Tu sei giovane e davanti a te hai tutta una vita. Io ci credo.” Le lacrime che mi stavano segnando il volto esplosero. Piansi. Piansi per la prima volta dopo molto tempo. Alzai appena lo sguardo. Mi colpirono quegl’occhi carichi di dolcezza. Prima di andarmene, la guardai ancora. A viso scoperto.
350 m
Scendo le scale ed apro il cancello. Il mio cane infreddolito e attorcigliato su se stesso dorme sullo zerbino della porta di casa. Le fughe del pavé sono ghiacciate come la poca erba del giardino. Un filtro di una sigaretta, insieme alla pubblicità della discoteca più vicina, mi dice che sono in strada. Ricordo la prima volta che andai al “Boom”. Ho voglia di evadere, ma devo stare attento alla merda del cane che sto pestando. Più di tutto devo fare attenzione all’imbecillità della gente. I buchi dell’asfalto corroso dal tempo, rendono particolare questo pezzo di via. Carte e filtri di sigaretta finissimi, schiacciati dal peso del tempo e delle auto in corsa. Corrono tutti in questa mattina di sole gelido. Corrono per raggiungere la fine del mese e poter pagare le rate della casa, del forno a micro onde, del telefonino cellulare, dell’auto potente. Un cartellone pubblicitario fatto in word vuole attirare la mia attenzione su un corso di majorette. Sputo. Sputo il catarro che ho fermo in gola. Sputo accanto ad un pezzo di plastica. Sembra un pezzo di telecomando che ha fatto il suo tempo. E che qualcuno ha gettato al volo, fuori dal finestrino di un’auto usata. Un pacchetto di marlboro irruginito dal tempo e dal fango. Ho bisogno di scappare via. Ho bisogno di volare da qualche parte. Sono a casa dal lavoro perché la malattia è tornata a battere duro. 200 mg di Tegretol in più alla mattina. Che insieme agli altri formano un totale di 1200 mg di antiepilettico al giorno. Ho voglia di volare da te Vinz. Ho voglia di distruggermi un po’. L’occhio punta un bigliettino gettato a terra e lasciato marcire. Tra le varie scritte consumate è rimasto un fioco “ti amo”. Di una calligrafia infantile quanto splendida. Provo dei forti sensi di colpa nei confronti di mio figlio. Non c’è un perché che possa definirsi tale. Sono delle sensazioni costanti, che mi finiscono di ora in ora. Un cane sta cagando nell’unico pezzo di parco pubblico che c’è in paese. I cataloghi degli ipermercati e dei centri commerciali ingrassano le cassette della posta fino a farle esplodere. C’è un gomitolo di carta che mi sembra la pubblicità di un corso di yoga, da quel che m’è lasciato a vedere. Accanto, un pezzo oramai distrutto della confezione di un pacchetto di caramelle. Le Polo era una vita che non le vedevo. Una diana rossa spenta a metà è lasciata nel punto esatto dove è stata aspirata l’ultima volta. Aghi di pino che intasano un tombino delle fogne al punto da non permettere all’acqua piovana di poter scorrere. La strada che percorro è rotta in ogni dove. Penso che prima hanno costruito la strada, l’hanno asfaltata e poi l’hanno spaccata per farci passare i tubi del gas. Dopo averla ricostruita, l’hanno rotta di nuovo per farci correre i fili della corrente elettrica. E via così. Fino ad oggi. Fino a fare apparire questi 350 metri che separano la mia casa al supermercato come una immensa toppa cucita a mano. Penso che io, dentro, devo essere un po’ così. Tappato dalle ferite. Dai segni che porto.
La solitudine
Il primo gruppo è sempre il più difficile. Dovresti rompere il ghiaccio, ma la vergogna non ti permette di osare. Di provare ad abbattere il muro che esiste fra te e gli altri. E pensare che i problemi sono per tutti. E tutti sono sommersi dentro la stessa storia. Con calma poi ci si conosce. Ci si racconta. E raccontandosi si inizia ad ammettere, poco per volta, che il delirio aveva decisamente preso il sopravvento.
La stanza ha pareti completamente bianche. Povera di tutto, quasi scavata nella sua totale mancanza di arredo. I quadri e gli oggetti sviano il pensiero, oltre a non servire ed essere confusi per favicon nel delirio dei partecipanti al gruppo di auto aiuto. Un locale spogliato di tutto, tranne la vita delle persone che ogni mercoledì lo abitano. Lo vivono, rinunciando per poco più di un’ora, al loro ininterrotto delirio quotidiano. Un pavimento di tavole d’acero chiaro e delle sedie scomode, completano lo scheletro scarno di questo ambiente. L’idea di essere davanti al proprio portatile acquistato con lo sconto deve sparire dalla testa di chi, come Giorgia, ha deciso di farsi aiutare. Nulla è in più. Anche la mancanza delle prese della corrente elettrica sul muro, aiutano in qualche modo a far dimenticare il bisogno fisico e mentale di essere collegati al proprio mondo virtuale fatto di link, classifiche di blogbabel, di twitter, di amici immaginari, delle faccende di Second Life, del proprio blog guardato con insistenza alla ricerca affannosa di un messaggio, un commento, una frase che nel proprio delirio ha esclusivo valore farmacologico. Giorgia ha 29 anni, è sposata con Gianni ed è madre di una bambina. Giorgia se li sente tutti i suoi 29 anni ma non sopporta Gianni. E sua figlia è diventata nel giro di poco tempo nient’altro che un impedimento al suo vivere la rete in formato 2.0, in cui cerca ossessivamente di trascrivere ogni momento della sua giornata, aspettano in modo ansiogeno una risposta, un saluto, un messaggio dai suoi amici immaginari. Valentina è arrivata senza che lei lo desiderasse, frutto di una nottata balorda passata tra le chiacchiere con le amiche e birra al Blu Vertigo di Sesto san Giovanni. Il marito e la figlia avevano in realtà rotto il suo sogno di fare televisione. La sua speranza di diventare per lo meno velina è svanita in poco meno di cinque minuti, dentro il cesso sudicio di piscio di quel locale. Troppa la voglia di figa di quell’operaio incallito ch’era Gianni e troppe quel paio di birre bevute da Giorgia per provare a fermare quelle folate di sesso, che in un attimo l’avevano rapita. Quando ha aperto il suo blog su splinder, l’idea di Giorgia era proprio quella di raccontare le sue emozioni di madre. Ma anche e soprattutto la possibilità di dare sfogo al proprio malessere per aver dovuto rinunciare a tutti i propri sogni. Il nickneme scelto le permise per non oltre un paio di post di raccontarsi come mamma, ma soprattutto di iniziare a costruire un personaggio immaginario, dettato dai bisogni. Nella sua devianza Giorgia era libera da vincoli relazionali e luoghi da abitare. Libera come il vento. Più del vento. Le sue giornate erano descritte esaltando la totale mancanza di impedimenti, narrando i pensieri liberi da preconcetti e pregiudizi di Brezzalibera, una ragazza che aveva girato il mondo per donarsi all’altro cercando di conoscere se stessa. Giorgia vive da tempo dentro un universo parallelo e un poco alla volta si sta convincendo per davvero che la sua vera vita è la vita di Brezzalibera. Ma questa doppia personalità, si scontra totalmente con la realtà che, dolente, Giorgia deve affrontare tutti i giorni. Quindi la sveglia della mattina e le colazioni da preparare diventano già un buon motivo per surriscaldare il motore della rabbia. Non tanto per le sole tre ore di sonno trascorse, ma piuttosto perché impossibilitata ad accendere fin da subito il suo pc e mettersi in contatto con i suoi amici su twitter. Ma anche i momenti successivi sono motivo d’agitazione. C’è da pensare al post quotidiano da inserire sul proprio blog a crearle ansia e a metterla nella condizione di staccarsi completamente dalla quotidianità. Ed è quando sua figlia va a richiederle quell’attenzione che ogni bambino pretende, che Giorgia perde le staffe iniziando a gridarle in modo alterato qualsiasi cosa le passi per la testa, perché colpevole di non essersi ancora lavata. Salvo poi riconoscere che, nel frattempo, Valentina non solo s’era già lavata e vestita, ma che soprattutto era pronta per la scuola. Era così ogni mattina. Ed ogni mattina copriva con un lungo cappotto il pigiama di raso blù, infilava le scarpe e accompagnava la figlia a scuola, sperando nel frattempo di non essersi persa niente di importante tra tutti i messaggi che passano su twitter.
Bob
Avere una famiglia di facciata e il bisogno di continuare a fuggire la vita. Il sentimento sbandierato e la rabbia per distruggerlo. La vicinanza all’altro e 1000 buoni motivi per fottere il mondo. Professare la parola al cospetto della chiusura del tuo personalissimo udito. Ecco chi sei. Tutto e il contrario di tutto. In un momento di paranoia potresti leggere i tuoi occhi. Provare a crederti per davvero. Sei nato per evitare una fatica. E cresciuto protetto dalla chiusura di una famiglia senza collante. Sei stato obbligato ad accettare il contrario delle cose. L’opposto dei fatti. Le scorciatoie più fragili per raggiungere il nulla. Fingevi interviste allo specchio. Giocavi partite di calcio da solo, al buio di un giardino protetto da ampie siepi. Ovvio che i gol non potevi che segnarli tu. Cantavi da solo facendoti applaudire da un pubblico registrato da un mangia cassette grundig. Hai imparato a suonare la chitarra a metà. L’altra mezza l’ha rinunciata la sconfitta del tuo impacciato fisico, grasso a fronte dei segni. Storpiato nei suoi tratti maschili. Ti vergognavi delle gambe e delle caviglie da femmina larga. E femmina crescevi. Le mutandine della signora accanto, fregate in una giornata di pioggia, sono servite per la prima di un’infinita raccolta di travestimenti. E le calze della Gianna? Te le ricordi quelle? Le indossavi nei pomeriggi di sole, quando i raggi potevano asciugarle. E ti sentivi donna, dentro quel garage sistemato in modo maniacale da tuo padre, che c’era della 11 della sera alle 7 del mattino. Praticamente mai. Sei stato bravissimo a descrive in quaderni a righe, le partite che sentivi alla radio. Ma non andavi oltre. In matematica ti ha promosso l’amicizia di tua madre con la maestra. Niente più. Le partite nella squadra del paese le vivevi cercando di non giocare la palla. Badavi l’avversario per non subire i fischi alla tua indecisione. La campana di vetro fa brutti scherzi. Non permette di crescere quando è il momento. Ricordi la partita più importante della tua carriera? Impossibile. Ti sei sentito male la notte precedente l’incontro. Un dolore impossibile da sopportare. E diagnosticare. Le ragazzine che pretendevano un bacio scappavano col ricordo dei tuoi riccioli incattiviti dall’umidità. Crespi in mancanza di gel. Non eri bello, certo. E ti impauriva farti scoprire femmina a 14 anni. Bullo per nascondere un marchio che in realtà ti era stato donato. Bastava viversi, non credi? Bastava guardarsi allo specchio di tanto in tanto, magari vestito con quel paio di collant color carne fregati in una della tante giornate di sole che a primavera nascono come farfalle. Bullo per non essere attaccato perché avresti perso ogni confronto fisico. Ricordi le gocce di pipì che ti bagnavano i pantaloni non appena il rischio si faceva sentire? Hai sempre reagito così, a fronte di uno spavento, o alla possibilità di una rissa. Alla violenza che tu stesso innescavi. Codardo. La più immediata delle parole per descriverti. Hai comprato l’amicizia degli altri vendendo fumo e arroganza, quando gli anni passavano e a fare il bullo non serviva più. Gesticolavi le lettere e i discorsi. Componevi frasi senza senso. Bastava far rimanere tutti senza fiato e nell’impossibilità di una risposta. Il discorso non reggeva il senso.
Valeria è stata la tua prima ragazzina. Sfinita t’ha lasciato per Andrea. Che rispetto a te, aveva la vespa px 125 e molta meno strafottenza. Non sei mai stato niente. Nascosto tra le gonne di una madre in perenne attesa di un maschio inesistente. Sei stato difeso comunque, ovunque. Qualunque cosa sia. Era cattiva Michela, diceva tua madre, quando l’aggredivi a parole e botte perché aveva partecipato alla cena di classe. O perché rispondeva ad un messaggio col vecchio motorola che controllavi con fare maniacale. Un senso di colpa infernale nei suoi confronti per averle rubato le mutandine ed il nylon dei suoi collant. Da qui l’attacco al tuo tradimento mai ammesso. Allo sentirti sporco. Vietato. Annullato nella tua parte maschia. Come quando dopo mesi avete provato a fare l’amore. Ti sei innervosito per la sua insistenza. Per il suo bisogno di concedersi. “Puttana” le hai gridato. Talmente forte da far partecipare alla cena tutta la tua famiglia. L’attacco è l’unica vera possibilità di vittoria a fronte di una sconfitta annunciata. Era arrivato il momento e le vie di fuga per non fare l’amore erano davvero poche. O simulavi un malore come in quella partita di calcio. O attaccavi la preda. Distruggendola nel cervello. Nella dignità. Nel sesso. Quel sesso mai accettato in te stesso. Il tuo pisello moscio non concedeva spazio all’irruenza sessuale e alla carica di odori emanati da Michela. E quindi parlavi. Parlavi e parlavi ancora. Parlavi per non sentire il problema che inutilmente quella tua compagna tentava di disegnare davanti ai tuoi occhi blu. Il cibo per sfogare la rabbia. Le parole per sentire che esistevi comunque un gradino sopra gli altri. Sopra la gente, sopra i compagni di università che nel frattempo avevano visto scritto il tuo nome nelle pagine della loro vita. Esistevi sopra la tua stessa famiglia. Sopra Raffaella, il cane di casa. Un meticcio che tua madre cresceva come un secondo figlio. Aveva una lavatrice tutta per lui e mangiava a tavola, nel posto lasciato libero dal secondogenito in realtà mai arrivato per poterti donare completamente quel piccolo mondo familiare. Fallimenti compresi.
Le tue parole servivano per giustificare il cambio di università, il fallimento del tuo fisico che non si accordava con le note liete dell’intimo femminile che sceglievi per godere e sentirti donna. Anche se quei riccioli stirati con la piastra risaltavano la lunghezza del capello, e quel reggiseno taglia terza era appropriato a quel giro di grasso esploso all’altezza delle tette. La pancia era un problema, ammettilo. Anche se nei tuoi sogni, nella tua autodifesa, nella perenne giustificazione con cui sei cresciuto, il grasso che marcava il tuo corpo ti faceva sentire ancora più una puttana slabbrata. Passata a far bocchini in una desolata metropoli degli anni ottanta prima, e ad un freddo e nebbioso veneto poi. E ancora parole. Parole che uscivano da un cervello nato calcolatore. Leggevi i giornali per imparare le frasi dei politici a memoria. Le avresti dettate alla tua bocca con fare semplice e disinvolto. Leggevi le indicazioni del detersivo per il bucato a mano. I tuoi capi più intimi non potevano rovinarsi e rovinare le foto in autoscatto. Leggevi le controindicazioni dei farmici che tua madre ti somministrava. Aspirina come prevenzione al raffreddore. Leggevi qualsiasi cosa avrebbe potuto servire alla dialettica. E allo stupore altrui.
Per finire al tiepido sole di questi giorni strani. Per finire a fidanzarti con Marisa, la tua ultima cavia. Impaurita più d’ogni altra cosa ai rapporti sessuali, ma attratta in modo perverso nell’essere umiliata con violenza ed arroganza dall’uomo della propria vita. Perfetta per i tuoi giochi, non credi? Attacchi per non essere scoperto. Attacchi per non sentirti in colpa. Chi vince gode, in genere. Parla Bob, continua a marcare la tua dialettica per nascondere i tuoi sensi di colpa. E l’incapacità ad affrontare la vita comune. Parla Bob. Fallo ancora, dai.
Benvenuti nella giungla
Mi accendo una sigaretta e stappo la prima birra. La statale Romea da sempre pare strappare quel leggero filo di terra umida all’acqua piatta della laguna di Venezia. E dall’acqua sembra nascere. Allungandosi per tutto il paese, tra paesaggi e persone, acque torbide di fiumi stanchi e pianure. Macchie di colore e fabbriche. Campagne depresse e paesaggi che si muovono. Un unico infinito serpente sporcato dal catrame e avvelenato dai tubi di scarico di milioni di veicoli. Svolto al chilometro quattordici, decidendo per il mare piatto e incolore di Rosa Pineta. “Saluti da Rosa Pineta” scriveva in una cartolina una mano appassita, non molto tempo fa. Io penso alle zanzare che mi aspettano mentre cerco con lo sguardo l’argine dell’Adige per poter pisciare. Oggi devo averli beccati tutti, orinare ai bordi delle strade, che appena sento l’effetto della birra premere sulla vescica, cerco almeno di proteggere la vista degli ultimi vacanzieri infelici che precedo. “Saluti da Rosa Pineta”. È sempre la solita cartolina, storpiata nei suoi colori, a salirmi quasi fosse l’effetto di una sostanza psicotropa. Penso alle zanzare bisognose di piccole gocce di sangue a sfamare la loro sete turistica. Mentre col pensiero torno indietro di qualche anno. Un rewind automatico a ricordare Arlen in preda all’effetto chimico e devastante della coca intrattenere un pubblico di malcapitati, sostenendo che il monumento di benvenuto alle porte di questo paese, era una grossa zanzara in ferro battuto, commissionata dal comune di Rosolina ad un suo cugino di Este.
Mi giro tra i polpastrelli una canna di marijuana grossa un dito, cercando tra le tasche dei pantaloni un accendino bici arancione che trovo in mano a mio figlio. Accendo girando gli occhi al cielo. Non piove La signora Caterina è proprietaria del primo bar che ritrovi entrando in paese. Avrà forse settantacinque anni, la schiena ingobbita dal lavoro e un marito con una gamba di legno. Mi accenna un sorriso, non appena mi vede, sapendo che pur in tarda mattinata, avrei ordinato una birra. Mi siedo in un tavolino esterno cercando con lo sguardo il viale portante il centro. Lorenzo scalpita, mentre Baby è ferma osservando con ghigno strano dei capillari nelle gambe che solo lei riesce a vedere. La signora Caterina mi prepara dei panini con il prosciutto cotto e la maionese, mentre il marito si siede al tavolo sbuffando. Dice a Baby che ne ha “due coglioni grandi tanto” indicando la vecchia, intenta a far panini dietro il bancone del bar. Poi però, quando Caterina arriva al tavolo col sacchetto di carta marrone, lui la sfiora con la mano. Sorrido premendo l’occhio a Baby mentre tolgo lo sguardo da quel primo stralcio di fiction televisiva racchiusa nello schermo della mia vista, storpiata nell’effetto dai sedici noni con cui viene proiettata. Lo chiamo effetto ganja, perchè non appena aspiro la prima boccata di fumo, i colori della vista diventano immediatamente più intensi e nelle parti superiore e inferiore dello schermo si formano due fasce nere orizzontali. Dando un senso di appiatimento all’immagine che i miei occhi imprimono sul cervello.
Stento spesso a comprendere come l’uomo, in chissà quale stato delirante possa aver scelto, o esservi stato costretto, gli acquitrini paludosi di questo stretto limbo di terra. Macchia mediterranea tra la depressione della “bassa”, il ventre caldo della laguna, il delta del grande fiume. E il mare. Mi ricredo ricordando la generosità degli orti lungo i grossi argini del fiume Adige e penso a quanto il nostro corpo abbia intrinseco lo spirito e la capacità di adattamento. Riprendo la strada direzione mare, tagliando di netto il paese. Squarciato nei suoi polmoni dalla lamiera metalizzata della mia auto. Rosa Pineta è un ammasso ibrido di case costruite per lo più durante gli anni sessanta, da un manipolo di uomini delle vicine città. Gente che d’un tratto s’è ritrovata con i materassi stracolmi di soldi, magari per aver rischiato il posto sicuro in fonderia, diventando loro stessi imprenditori nella fusione del metallo. O falegnami che son diventati arredatori nello stesso tempo e con la stessa intensità con cui la luce partorita dal giorno ci appare dopo una notte di doglie e travaglio. Contadini arricchiti per aver osato la macchina agricola moderna e geometri capaci di annusare il momento, tirando su case fatte con lo stampo. A Rosa Pineta c’è stata in quegli anni una vera e propria corsa all’oro. Chi aveva i soldi, ma non azzardava la vacanza ai tropici perchè non ancora concepita dalla loro semplicità, veniva qui a costruirsi la casa al mare. In questi luoghi per le prime vacanze sicure e soprattutto vicine ai soldi delle loro ditte, i nuovi pionieri avevano innalzato le loro abitazioni ancor prima che fosse previsto un adeguato piano regolatore, che vi fossero concepite delle strade interne e che la zona potesse essere supportata da un adeguato impianto fognario.
Percorro a passo leggero quell’ultima manciata di metri che ci separano dal mare dove Lorenzo potrà darsi alla gioia, regalando al vento le sue corse a perdere il fiato, l’istinto innato al gioco e quel bisogno di scoprire che invade da sempre le vene del suo esile corpo. Io e Baby noleggiamo un paio di sdrai, pronti a ricevere gli ultimi raggi di un sole oramai stanco e decisamente ingabbiato da un umanità capace solo di vomitare gli scarti dei suoi più mediocri bisogni. Conosco sto posto perchè fin dai diciassette anni ci venivo a fare la stagione. Cercando di non sputtanare tutto ciò che percepivo come cameriere, prima che l’estate volgesse al termine. Ho passato, immerso nell’umidità di queste terre, buona parte delle mie adolescenti stagioni, caricato forse da una eccessiva quantità di testosterone e da buone dosi di sostanze stupefacenti già chimicamente alterate. Regalando i primi amori a ragazzine che si concedevano per una schitarrata di adrenalina, per una canna o per l’eccezionale voglia che l’olfatto scarica nel corpo quando c’hai quell’età. In questi luoghi salmastri ho annusato quella libertà che poi, negli anni, avrei negato al mio stesso olfatto, agli occhi e alla pelle bruciata dal sale. Libertà che non ho più ritrovato, nemmeno quando i viaggi si fecero più lunghi e appassionati e i luoghi da scoprire più incantati. “Non c’è niente, che possa ritornarti la giovinezza, nel momento stesso che, crescendo, la perdi. Quasi a volertela strappare di dosso come vecchi vestiti stanchi. Dismessi perchè non più all’ultimo grido. Quando sei giovane vorresti sentire i tuoi anni scivolare nascondendoti dietro maschere da vissuto che mal si accompagnano ai giorni. Vorresti sentire la pelle rinsecchire al passaggio delle stagioni, stropicciandosi su se stessa come per mostrare quello che ancora non sei. Quando c’hai quell’età è strano, tutto più drammatico.”
“Un sole oramai stanco e decisamente ingabbiato da un umanità capace solo di vomitare gli scarti dei suoi più mediocri bisogni. Ecco gli scarti. Ecco il luogo comune. Ma forse perchè di scarti stiamo parlando” continuò senza esitare Baby “che verrebbe da dire: Ecco la vera meraviglia del mondo. Il luogo comune da cui tutti tentiamo la fuga. Invano”. Dalla borsa levò una Marlboro rossa morbida. Guardò in una frazione di secondo la direzione dei raggi del sole. Chiuse gli occhi. Dal mio monitor, impostato dall’effetto della canapa sui sedici noni, mi lascio al fluttuare dell’aria fresca di questi primi giorni di settembre, rimanendo vestito con costume e maglietta, al riparo da quei raggi di cui non riesco più a sopportarne il bruciore. Sintonizzato sul canale della vita, guardo la spiaggia rianimarsi dal temporale mattutino, facendo assumere alle scene che invadono la mia vista, le sequenze di un film. “Benvenuti nella giungla”.
Luigi Ceccotto ha quarantadue anni e vive a Vicenza con una moglie e due figli in vetrina. Tutti in svendita. Lavora nel mobilificio del padre da quando, dopo le scuole private, vi è stato inserito come addetto alle vendite. Suo papà ha prima dovuto insistere con i propri fratelli, con cui è socio al trenta tre per cento, per convincerli dell’importanza nell’assunzione del ragazzo. Ma lo sforzo maggiore lo dovette esibire nei confronti dei professori perchè lo lasciassero tranquillo almeno l’ultimo anno di scuola, dopo che due tentativi, Gigi, se lì era già fottuti. Alla fine il diploma di perito meccanico venne strappato unicamente per una cucina nuova, finita chissà come, nella casa del commissario interno della classe del figlio. “El paròn”, come veniva chiamato dai suoi operai, aveva costruito una casa a Rosa Pineta appena il mobilificio gli aveva permesso di vivere i soldi. L’aveva voluta in stile messicano, quasi che al posto di essere un vecchio falegname e costruttore di casse da morto scopertosi improvvisamente arredatore, si sentisse davvero un pioniere della seconda metà del ventesimo secolo. Come dargli torto Vidi Gigi sbracciaiarsi e venire verso di me non appena il suo olfatto si accorse della mia presenza. Le sue braccia le vedevo lunghe, mentre correndo mi veniva incontro. “Dio cane, guarda chi c’è qui, porco dio
”. Inconfondibile. Gigi Ceccotto era famoso per le sue bestemmie che intercalava da sempre ogni due parole, con una regolarità sorprendente. Le sue lunghe braccia lo facevano apparire goffo e sgraziato. Ma ciò che saltava agli occhi erano le centinaia di nei che ricoprivano la pelle del suo corpo. “Cosa fai qua, dio boia” mi disse con un ghigno strano che evidenziava il suo naso aquilino e la folta chioma di capelli. Mi limitai a sorridergli mentre con una manata saggiava la consistenza della mia spalla destra. “Dai che stasera si fa festa, porco dio. Stasera pago, dio cane. O paga mio papà
”. Si avvicinò a Baby, che fingeva di dormire. Gli tocco il culo e una tetta. Aggiunse un “porca Madonna sei sempre una gran figa
”. Poi tornò da me iniziando una performance di parole e bestemmie che con fatica riuscivo a seguire. Gigi Ceccotto. Aveva raggiunto una buonissima posizione nella ditta di famiglia ed aveva clienti in tutto il nord Italia. Era un venditore nato, non v’è dubbio. Il lavoro e la vendita in particolare erano in lui doti innate. Vendeva mobili con la stessa facilità con cui bestemmiava. O ch’era disposto a fottere sua madre. Negli ultimi anni si era un po’ incasinato con la moglie, “perchè loro non sanno che cosa vuol dire la figa, puttana la madonna”, mi disse, mentre con un cenno della testa indicava Rosanna, sua moglie, sdraiata a prendere il sole pochi metri più in là. Ultimamente le cose parevano essersi sistemate, che ad un certo punto si siede nello sdraio si avvicina e senza farsi sentire da Baby, mi sussurra un “l’ho fatta grossa sto giro, dio cane. L’ho fatta davvero sporca”. Un istante di silenzio a caricare l’atmosfera, che con la tensione di uno che sta vivendo gli ultimi giorni di vita, sbotta. “Ho messo incinta una ragazza di vent’anni, dio porco. E la Rosy non sa un cazzo
”. L’effetto della ganja non mi aiutarono di certo. E non aiutarono Gigi. Mi misi a ridere a squarcia gola e Baby, che aveva sentito tutto, rise con me. Ci alzammo entrambi dopo esserci ripresi, per un caffè al chiostro del bagno “Tamerici”. Ero affezionato a questa specie di stabilimento, più perchè all’interno ci lavorava Loredana che per i servizi che mi offrivano. Che poi mi son sempre portato i panini da casa e oltre ad un caffè e qualche birra ghiacciata, non ci avrei mai preso un cazzo. Ero stato insieme a Loredana nell’estate del mille novecento ottantotto. Lei era una ragazzina infelice di sedici anni, immersa in un corpo da donna che ti lasciava senza parole. Era di statura media ma molto magra. Sua madre o il destino decisero per due grossi seni a sgraziarle il corpo. Per noi ragazzi era comunque un delirio di bomba sessuale. Ci fermammo al tavolino del bar a sorseggiare il caffè e fumare una sigaretta trasportati dalla brezza mentre l’odore salmastro del mare filtrava al mio cervello le parole, sparate come proiettili d’ansia, dallo stomaco di Gigi. Mi sintonizzai nuovamente sul canale della vita, rapito dalle movenze sgembe di Rudy, bagnino di Porto Viro. Saranno stati si e no vent’anni che lavorava allo stabilimento balneare “Tamerici”. Tarchiato, con il culo basso e una testa enorme, non era certo un bel vedere d’uomo. Appiattito dai sedici noni con cui la vista mi trasmetteva le immagini, Rudy mi apparve più schifoso, grasso e viscido del solito. Portava un costume rosso attilato che disegnava ancor più nettamente le linee marcate del suo corpo. In testa i capelli raccolti in un codino, lottavano per essere lasciati al vento. Erano vent’anni che quella coda da cavallo viveva la sua testa. Ed erano altrettanti anni che lui, viveva in funzione di quella chioma di capelli lunghi e lisci. Non perdeva uno specchio, la vetrina di un negozio o il vetro di un auto in sosta per guardarsi. Andava fiero del suo capello lungo e non esitava a dimostrarlo. Si guardava teso, girandosi entrambi i profili e gonfiava il petto osservando da vicino i bicipiti. Scaricava l’aria trattenuta nei polmoni ed aspirava subito gonfiandosi come un toro. Ma forse, questa fissa dei capelli, era anche l’unica cosa che dava un senso allo squallore della sua vita. Al tempo era stato arrestato un paio di volte perchè sembrava avesse violentato delle ragazzine minorenni ch’erano in ferie da queste parti. Non si è mai davvero saputo nulla di più. Certo che a vederlo, faceva davvero cagare. Dopo un paio di giorni in stato di fermo, fu liberato e continuò ad atteggiarsi da bullo al bagno “Tamerici”. Al tempo pensammo di fargli un regalino. Qualcosa che somigliasse ad un bentornato. Aspettammo un po’ e una mattina si svegliò senza il suo codino. Al telefono raccontò che qualcuno era entrato nella sua camera, l’aveva addormentato con una dose di “roba” e gli aveva fatto lo scalpo. Uscì di casa solo dopo qualche mese, quando riuscì a laccarsi i capelli corti all’indietro, grazie a massicce dosi di gel. Rudy Spavanello di Porto Viro era un perdente con la convinzione di saper vincere. Un fallito. Uno a cui bastava l’orecchino al lobo sinistro per sentire di aver fatto qualcosa di vero. Un bullo fermo alla vespa cinquanta special col novanta montato. Tutt’ora ha una vespa cinquanta special col novanta montato. Ma vent’anni di più. “I bulli sono tali solo per quel brevissimo lasco di tempo in cui riescono a dimostrarlo. Poi si fermano al tempo. Lasciano lo spazio senza più riuscire a riemergere. Muoiono”. Forse Rudy Spavanello era morto a diciassette anni. Ci riconobbe ch’eravamo seduti al tavolino del bar. Mi salutò con un una smorfia della bocca. Replicai con un cenno della testa, senza aggiungere niente, che tanto non serviva. “Sto con Loredana” disse cercando la provocazione. “È un paio d’anni. Cosa mi dici?”. Aspirai una boccata di fumo dalla sigaretta che tenevo stretta tra l’indice e il medio della mia mano più sicura. “Che non me ne fotte un cazzo. Questo ti dico. Auguri comunque
”. Andava bene così. Alzandomi dal tavolino pensai che l’unica cosa possibile con Rudy, era lasciar scorrere i discorsi. Farseli rimbalzare. Scivolare. Mi era sempre stato sul cazzo e non capivo come Loredana fosse finita col mettersi insieme ad una merda simile. Sta storia mi stava sul gozzo. Tornai al bar a guardare Loredana lavare delle tazzine di porcellana bianca. La fissai da dietro, muoversi consumata nei suoi trenta tre anni. Vissuti nella più squallida e odorosa delle provincie italiane. Rovigo.
Una birra da mezzo che sono sono già nello sdraio in riva al mare. Non il tempo di un bagno in quest’acqua lurida, che Lorenzo arriva di corsa. Morsica al volo il suo panino con prosciutto e maionese che corre ancora. Luca ed Elisa, i figli di Gigi, lo chiamano al gioco e alla vita. Ho bisogno di due passi. Incerti magari, ma che siano due passi. Con Baby camminiamo mano nella mano fino alla spiaggia libera, poco più in là. Vista dall’alto questo pezzo di banchigia, rubato dalla natura agli stabilimenti balneari, appare come un insieme di campi, coltivati dalle più svariate colture. Un po’ come dall’alto dei colli punti lo sguardo sui terreni delle campagne marchigiane. Qui, il colore degli asciugamani, degli zaini, delle stesse persone e di qualche raro ombrellone variopinto, storpiano nuovamente la mia percezione visiva. Ed è ancora la “vita” della gente ad accendere quella fiammata strana con cui da sempre iniziano le mie visioni. Guardando questo ammasso di persone, vengo catapultato dentro il più squallido dei discount alimentari. Un supermercato tedesco per extracomunitari italiani che si azzuffano per l’ultimo panino con salsiccia e cipolla, si sfiancano in assurde partite di pallavolo in due metri quadri di sabbia, cantando l’ultima hit discografica con accento veneto. C’è chi parla e chi beve, chi pettegola e chi sussurra all’amica le proprie vicende amorose. Chi mostra il costume comprato tirando il prezzo al negro, costringendolo a perdere anche l’unico euro di guadagno. Mi sale un filo di depressione, mentre guardo un gruppo di ragazzine imbottire di carne umana e cellulite, dei bikini alla moda. Rotoli di grasso dipinti da tattoo, costringono lo sguardo indiscreto della mia vista, a fissarli. Una ragazzina sui diciassette sta prendendo l’ultimo sole della stagione con un paio di jeans addosso. Forse si vergogna di quel culo enorme con cui deve convivere. O forse vuole solo far vedere l’ultimo modello della Diesel, comprato fallato perchè fino a lì poteva arrivare coi soldi. I rotoli di grasso della pancia, fanno quasi a pugni con la cintura, cercando di strappare un inutile respiro. Nell’ombelico un pearcing, ad attirare lo sguardo delle persone su quello squallido e grasso stomaco ruminante. Poco più in là una famiglia sta mangiando. Una mamma sui cento chili ha aperto il frigo portatile e sta distribuendo il cibo sopra un asciugamano che funge da tovaglia. C’è da mangiare per una settimana intera, ma i tre figli faranno presto a divorare il tutto. Il marito guarda la scena con faccia schifata, mentre cerca di non pensare alla moglie, qualche metro più in là. È steso sopra un asciugamano a fiori, preso al volo dal bidè del bagno di casa. Tra le mani il colore rosa di un quotidiano, unico aggancio “culturale” alle faccende del mondo. “Sono dentro la vita di questo ammasso di gente. Sono immerso tra i loro pensieri. Cammino in questo groviglio di desideri nascosti. Di voglie, di dolori e vergogne. Sono la gente”. Baby, mi guarda. Capisce che ho bisogno di parlare. Di vomitare quello che lo stomaco ha accumulato durante il giorno. Attacco non appena i nostri sguardi si incontrano.
“Penso che gli altri siano uno specchio per tutti noi. Nella vita della gente vedo riflessa la mia. E se provo schifo guardando qualcosa o qualcuno, beh! in quel momento mi faccio schifo anch’io. Prova a stare più attenta alle reazioni che hai nei confronti dell’altro. Belle o brutte che siano, prova a dare un nome a quel che provi. Cioè, non so se mi spiego! Ma se guardando una puttana ti senti eccitato o se guardare un negro che sopravvive con l’elemosina ti schifa, prova a capire da dove arrivano questi sentimenti. Chi te li ha trasmessi, fatti scorrere dentro. Incancreniti nel cervello. Gli altri non sono che lo specchio della cultura in cui siamo cresciuti, che abbiamo vissuto, vinto o perso. Gli altri, alla fine, siamo noi. Tutti un po’ puttane, un po’ schiavi, un po’ tagliati fuori, un po’ negri. Il problema alla fine è che guardarci dentro ci fa sempre paura! E allora spesso ci si rifugia dietro un “non so che dire”, oppure “questo è un problema grosso”, o peggio ancora “è tutta colpa della società in cui viviamo”. No, il problema non sono le troie, gli extracomunitari, i terroni, i tossici o la cazzo di società in cui viviamo. Il problema siamo noi. Noi che ci facciamo schifo, noi che non ci accettiamo così, noi che non ci capiamo. Noi che giudichiamoSiamo noi questo ammasso di asciugamani. Questo carico di borsette taroccate. Questi luridi piercing inchiodati su rotoli di grasso. Siamo noi gli scarti dei più mediocri bisogni del sole. Il luogo comune”. Benvenuti nella giungla.
Le gonne lunghe di Sandra
Sandra è una di quelle donne sole, che hanno scelto di ascoltare l’altro. Di farsi confidenti di amici, collaboratori, straccioni, superiori, colleghe e colleghi, amici dei figli e dei loro genitori. Vecchi, anziani, bambine a disagio con le mestruazioni, arbitri, giocatori di telefoni e video poker, idioti e handicappati. Tossicodipendenti in carriera, alcolisti e stupratori. Sandra ascolta tutti, e a chiunque regala il suo tempo. Lo dona. Sandra non nega un sorriso, mai. Anche se finto, gli esce di getto dalle labbra. Così come regolari, dai suoi occhi nascono le lacrime di un pianto incoerente ma vicino. Sandra ha 42 anni, è alta un metro e 65 ed è vita sola. Ha avuto le mestruazioni a 8 anni, cosa che nel gruppo degli amici ha sempre vissuto con vergogna. I genitori l’han sempre fatta vestire classica anche quando le amiche facevano le fighe coi Levis, gli stivaletti di Vasco Rossi che compravi solo tramite Postal Marchet e le maglie a mostrare le tette. Sandra è una sfigata nata vecchia.
Si era sposata presto, che non aveva ancora 24 anni, con un ragazzo dieci anni più vecchio di lei. I casi impossibili erano quelli che più affascinavano Sandra. E Sergio era uno di questi. In aids conclamato, veniva da una storia di tossicodipendenza e barbonaggio. Aveva appena concluso una comunità per il recupero di tossicodipendenti, le prime che nascevano in quegl’anni. Sergio c’era finito perché segnalato dal reparto infettivi di Padova, che aveva contattato la Comunità nella speranza di poter regalare ancora qualche mese di vita al ragazzo. In realtà Sergio visse più di qualche mese. Le sue condizioni rimasero stabili per due anni buoni. Il tempo di farsi tutto il percorso comunitario, trovare un lavoretto all’esterno e andare ad abitare con un suo amico in un piccolo appartamento di un paese disperso in quel infinito pezzo di campagna che da Padova porta al mare. Sergio aveva iniziato a frequentare la parrocchia, secondo i consigli della comunità. E in parrocchia aveva conosciuto Sandra. Una donna che non lo aveva colpito tanto per la bellezza, ma quanto per il suo voler bene all’altro. Lei seguiva tanto gli anziani, quanto i bambini. O casi che il Parroco don Bruno gli segnalava. E il suo, era davvero un caso particolare. Nell’82 essere malati di aids significava essere già morti. Averne a che fare, senza un minimo di informazione, voleva dire buttarsi allo sbaraglio. Ammalarsi per un goccio di saliva che ti toccava la pelle, per un bacio dato sulla guancia il giorno del compleanno. Per una forchetta condivisa. Sandra si innamorò dei racconti di Sergio, dei suoi viaggi in India, delle lotte contro un certo di tipo di società, dell’amore libero che alla fine degli anni 70 si credeva potesse cambiare il mondo. Della pace. Dell’uso di sostanze che faceva parte di un certo tipo di cultura. “L’eroina”, diceva Sergio, con fare vissuto, “era per noi condivisione. Comunione”. Sandra ascoltava con gli occhi che si facevano sorridenti comunque, anche se le storie di Sergio erano sempre più dure. Taglienti. Per Sandra, quel uomo era la trasgressione che le fighette della sua età trovavano invece nella discoteca, nel farsi scopare dai propri amici, nel tirare le 4 di mattina. Nel sentirsi femmine e nel lasciar esplodere nell’aria la propria femminilità.
Sandra ascoltava i dubbi di Sergio, le frustrazioni. Le domande che non avevano riposta, trovavano in quel ascolto delicato un punto fermo. Un appiglio su cui credere, sperare. Sperare che la vita potesse avere un seguito. Che ci potesse essere qualcosa oltre quei pochi mesi che ancora lo separavano da una morte annunciata. Certa. Si trovano tutte le sere a casa di Sergio. Un semplice caffé e le gonne lunghe di Sandra si mettevano automaticamente in ascolto. Ma la cosa era strana. L’ascolto dipendeva molto dal bisogno di Sergio. Sandra non poteva tradire. Lei era al mondo per far felice l’altro. Quindi il vecchio, l’infelice, il bambino idiota, la ragazza madre. Il diverso. L’ammalato. Sandra piangeva se Sergio aveva bisogno di una conferma che la sua fosse davvero una storia penosa, o sorrideva se il suo bisogno era invece di ricevere quella carica che in lui mancava. Una pacca sulla spalla era una tirata d’orecchie. Un “così non va bene”.
Si sposarono a primavera, addobbando la chiesa di fiori di campo. I bambini cantavano le canzoni di Lucio Battisti al posto delle solite imparate al catechismo. Gli sposi erano vestiti con i vecchi abiti dei nonni di Sandra rimessi a nuovo da un’amica di Sergio.
Avevano già fatto l’amore un paio di volte a casa di Sergio. Ed entrambe, nelle occasioni un cui Sergio, non a caso, raccontò le peggiori esperienze della propria vita. Sandra ascoltava e piangeva, in base al racconto. Poi, quando la storia si faceva talmente tragica da non lasciare spazio ad una ulteriore lacrima, la mano di Sergio scendeva i rotoli di grasso lungo i fianchi di Sandra arrivando a palpeggiare quel culo così enorme. Sergio chiudeva la luce, per permettere a Sandra di spegnersi. E fingere di lasciarsi andare. Sergio lo aveva capito, anche se prima o poi doveva accadere. Sandra ascoltava l’altro per non ascoltare se stessa. E quelle lacrime durante un ascolto duro o quei sorrisi a dare la forza nei momenti di bisogno, non erano che il rifiuto a guardare se stessa negli occhi e vivere i propri dubbi, accettare i casini che affliggono comunque una ragazza a quel età, vivere il proprio corpo. Sandra ascoltava per non ascoltarsi, piangeva per non piangere dei propri guai. Rideva per nascondersi all’altro.
Non ho mai visto Sandra in costume, anche quando ci portava al mare, noi sbandatelli del paese. Il prete era bravo. Don Bruno non era il solito prete coglione, che riempiva le parrocchie di paesi carichi di niente, in questo nord est idiota. Per Don bruno esistevamo anche noi, che non avevamo mai frequentato il catechismo e che a quattordici anni facevamo impazzire tutti con i nostri “ciao” e le vespe cinquanta special elaborate. Per lui c’eravamo forse più di tutti. Disposto a dar contro le proteste disperate delle mamme, infastidite dalle brutte frequentazioni delle proprie figlie, che con noi si trovavano i pomeriggi a fumare le prime canne, a bere coca cola e a far le stupide. Don Bruno faceva la corriera per Rosolina mare e sapeva che saremmo saliti pure noi. Don Bruno era uno di quei preti pazzi che già all’inizio degli anni 80 aveva capito che si doveva lavorare nella prevenzione per togliere i ragazzini da un futuro certo. Spaccato. Spacciato. Negato.
Sandra era di cinque anni più vecchia e aiutava Don Bruno in queste missioni audaci insieme ad altri ragazzi della sua età. Sempre coperta dalle sue gonne lunghe, non lasciava nemmeno i piedi ricevere il calore buono del sole. Usava zoccoli da infermiere con le calze in cotone, anche quando impazziva la moda delle ciabatte indiane. Ho sempre immaginato la pianta dei suoi piedi molto larga con le dita piccole e grasse. Sono sempre stati quasi una fobia per me i piedi delle ragazze. Amavo i piedi snelli, eleganti. E amavo vederli mostrare, lasciarli al vento e alla loro stessa bellezza.
Il giorno delle nozze fecero festa nella parrocchia del paese dove furono invitati tutti. Sandra portava i capelli corti e non aveva trucco. Candida come voleva e doveva mostrarsi, unico tocco estroso all’abbigliamento da sposa era una margherita infilata in una forcina che teneva la riga ai suoi capelli. Il sorriso era quello dei suoi giorni migliori, più di quello sfoggiato nei pellegrinaggi a Loreto, quando accompagnava Don Bruno e il gruppo dell’Unitalsi a pregare la madonna, sperando in un improbabile miracolo. Si lasciò scappare due lacrime quando il prete sancì la loro unione, dando inizio alla festa. Ognuno portava qualcosa da mangiare o da bere, anche solo la fame e la voglia di stare insieme a far festa. Ballarono le canzoni di Battisti come in chiesa e tutte quelle che c’erano all’interno del canzoniere degli scout. Conclusero la festa a parlare lei e Sergio, su un tavolino del bar del centro, mentre il buio della notte aveva iniziato la propria danza. Sergio era contento ma quel giorno si sarebbe bevuto di tutto. Sandra lo ascoltò, accarezzando i capelli rossastri del marito. Sergio era la sua missione comunque, valida anche il giorno del loro matrimonio.
Nella sua mente la missione si esaltava proprio nei rapporti sessuali, che inizialmente non accettava. Non esisteva alcun tipo di protezione dal virus hiv, perché se Dio aveva voluto il suo incontro con Sergio, lo stesso Dio le avrebbe delegato la presa in carico della malattia del compagno, infettandosi a sua volta. Un delirio. In realtà, Sandra doveva punire se stessa, il suo corpo, la propria incapacità ad accettarlo. Ammalata di aids, i suoi occhi e quelli di tutti sarebbero stati per la malattia e per il declino irreversibile della propria carne, invece che per il suo enorme culo o per le gambe corte e grasse. E lei si sarebbe mostrata al mondo con meno paura. Ammalata di aids avrebbe accettato di indossare un paio di Levis o di All Stars in modo assolutamente spontaneo, come tutte le fighette sane che giravano il paese. Avrebbe mostrato al mondo le sue voglie, tenute nascoste per anni. Regalato sorrisi solo se gli venivano e lacrime autentiche che avrebbero liberato dolore vero senza doverlo costruire per nascondere la propria incapacità a guardarsi negli occhi. Solo malata, si sarebbe sentita guarita delle proprie fragilità, incapacità e vergogne, che nascondeva dietro quell’ascolto donato agli altri e costruito in anni di esperienza a forza di sorrisi preconfezionati e pianti a comando.
Sandra continuò in modo maniacale a ripetere le analisi del sangue fino ed oltre due anni dopo la morte di Sergio, nella speranza di trovarvi la scritta “positivo” negli esiti del virius da hiv. Continuava a spartire il suo tempo tra vecchi, bambini quattordicenni in calore, handicappati e bisognosi. Spargendo sorrisi, pianti e tanto ascolto. Sandra non aveva abbassato la guardia, mai. Nemmeno dopo la morte del suo unico grande amore. Nemmeno dopo la fine della proipria missione, nella speranza di diventare sieropositiva per poter essere lei stessa missione di qualcuno che la potesse accettere per la schifezza in cui si vedeva intrappolata. Il proprio corpo. Ma niente. Il virus, forse perchè impaurito, aveva deciso di starsene lontano da quel cesso di corpo e dai suoi grassi, dai quei piedi larghi dalle dita corte, da quelle gambe ch’erano cellulite pura. Dal quel culo schifoso. Dal delirio.
La moglie del postino
L’armadio in metallo nero è semi aperto. Al suo interno delle confezioni di posate in plastica da cucina e delle tovaglie americane di carta grossa. La parte superiore funge da piano di appoggio per un piccolo fornellino elettrico, la moka del caffè e un paio di barattoli. Una confezione di Lavazza crema e gusto e lo zucchero di canna. Il muro dietro è completamente sporco, spruzzato di caffè, quasi che con una bomboletta spray di color marrone si fosse deciso di ripassare la tintura. Il resto è una scrivania finto legno al centro della stanza dove è posizionato il monitor di un computer, la tastiera, il mouse e un posacenere traboccante di sigarette spente a metà. Un blocco a quadri aperto in una pagina indefinita e bianca appoggiato a fianco della tastiera completano l’arredamento di questa stanza vuota. L’unica a disposizione del postino. L’unico spazio per poter respirare, fingere di ridere e stare bene. L’unico suo luogo di evasione da un mondo famigliare ristretto all’osso. Ivano ci passa le sue ore migliori, convinto che quel programma per sbancare le borse di tutto il mondo, funzioni davvero. Glielo ha proposto Lafio, il suo direttore alle poste del paese. E lui ci si è buttato a pesce. Lo ha studiato, analizzato. Lo ha provato. Poi ha parlato con Franca, che però non ha accettato l’impresa. Poco per volta ha quindi messo da parte i 1000 euro che gli servivano, facendo l’aiuto meccanico nell’autofficina dei fratelli Boggio ed ha cominciato a giocarci sopra, sperando in un colpo di fortuna, nella sua bravura. Nel calcolo delle possibilità. Giocava in borsa e nel frattempo ne studiava il metodo. Il suo pezzo migliore. Studiava da autodidatta, Ivano. La possibilità di vincere vendendo le azioni al momento giusto. Sognava una vita diversa dalla strada, accanto al suo Garelli bianco e al borsone in cuoio dov’erano contenute le lettere, le raccomandate e i sogni della gente. Consegnava sogni ed incubi, Ivano. Motivo per cui, la passione al gioco in borsa e i finti affari erano così incancreniti nella sua pelle. Sogni e incubi ce li aveva nel sangue, nel cervello.
Odiava la moglie Ivano, una femmina di 43 anni in lotta perenne con la polvere e lo sporco che in una casa normalmente si formano. Soffriva di una irrefrenabile forma d’ansia da pulito, di paranoia da ordine maniacale e paura ossessiva all’ingrasso. Aveva i nervi del collo talmente tirati che le storpiavano addirittura i lineamenti del viso.
Con l’inizio dell’estate, i condòmini del palazzo che abitavano da quando s’erano sposati, organizzavano una cena in cortile. Così, giusto per festeggiare l’arrivo della bella stagione, stare un poco insieme e conoscersi meglio. Sandro cucinava la carne alla brace, ognuno portava dei contorni e del buon vino e si suddividevano le spese. Franca non metteva una lira, anche se poi partecipava alla cena, perché si preparava per conto proprio da mangiare, scendeva con i piatti pronti e cenava con gli altri quello che aveva preparato per se e la sua famiglia. Semplicemente non voleva mangiare la carne toccata dalle mani di Sandro, un poco di buono che abitava il palazzo. Aveva anche impedito alle figlie di bagnarsi nella piscina gonfiabile che gli inquilini avevano comprato per far divertire i bambini, perché diceva ad Ivano che “in quell’acqua sporca di piscio non ci mando mica le ragazze”. Ivano accettava tutto quello che Franca gli imponeva. Cercando in un imbarazzo desolante di giustificarsi con i vicini di casa, gli amici, i suo parenti più stretti. “Lasciatela perdere, è fatta così“.
Iniziava il lavoro alle 7. Il tempo di sistemarsi la posta in ordine rispetto alle vie che prevedeva il suo giro. Non era un gran giro. Fosse stato veloce a mezzogiorno avrebbe finito di lavorare. Ma c’era il gioco in borsa. C’erano i suoi 1000 euro investiti, venduti, comprati. Allora faceva un paio di soste a casa durante il giro. Una verso le 10 ed una a mezzogiorno e mezzo. Senza che la moglie sapesse nulla. E tanto meno il direttore delle poste del paese. E allora di nascosto, parcheggiava il suo Garelli dietro il condominio, saliva a casa con tutto il borsone contenente le lettere, le raccomandate, i sogni e gli incubi della gente e si attaccava al computer. C’erano sempre delle sorprese a cui far fronte. Se il giorno prima aveva comprato azioni fiat, magari durante la notte quando la borsa di New York è ferma, stai sicuro che alle 10 della mattina durante il primo passaggio a casa, quelle stesse azioni erano da rivendere. Non ne andava fuori. Studiava da autodidatta, Ivano. La possibilità di vincere vendendo le azioni al momento giusto. In realtà anche dopo più di un anno tra guadagnare qualcosa e perderne altrettanto, era punto e a capo. Pur con tutti questi suoi giri di nascosto per avere la situazione il più possibile sotto controllo, pur cercando di non far capire nulla a quello schifo di moglie che si ritrovava. Ed evitando di guardarsi allo specchio la mattina, per non sentirsi un padre inesistente, inconsistente. E malato.
Lafio, il direttore delle poste del paese, in realtà sapeva delle soste continue di Ivano, ma non diceva nulla. Tutto sarebbe servito come arma di ricatto nel caso in cui Ivano avesse capito che la moglie lo tradiva col suo direttore. In tutto questo nascondersi, riempirsi lo stomaco di ansia per non farsi vedere, per non far capire a nessuno e forse tanto meno a se stesso questo suo doppio delirio, Ivano nella realtà era l’unico a non comprendere che tutti erano a conoscenza della sua vita. Dal suo superiore, ai colleghi, ai vicini di casa, ai bottegai del paese, fino alla moglie e alle figlie. La sua stanca famiglia. Ed era l’unico ad ignorare che la moglie Franca, quella schifosa e malata donna che aveva sposato troppo giovane, faceva un part time anziché un tempo pieno com’era invece convinto, per poter passare ogni pomeriggio giocando a fare la puttana personale di Lafio. “C’è niente per me, Ivano?”
La vista di Sergio
C’è una serie di appartamenti sopra la bottega alimentare. Erano stati costriuti da Elio a forza di metter via denaro. Aveva ampliato lo stabile per poter investire i soldi che gli dava il supermarket, giusto perchè il materasso non li conteneva più. Non si fidava delle banche, Elio. Forse perchè conosceva bene se stesso e sapeva quanto aveva fottuto la gente.
Il primo dei suoi pensieri, dopo il caffè, era quello di non essere fottuto lui stesso. Gli appartamenti erano otto e c’aveva buttato dentro cinque famiglie di extracomunitari, ai quali chiedeva quattrocento mila lire a cranio. Solo la famiglia di Abdj Gail era composta di sei persone. Conti alla mano, da loro Elio raccattava due milioni e quattrocento mila lire al mese. Non male, direi. Gli ultimi tre appartamenti li aveva affitatti a gente del posto, o quasi, a prezzi molto più contenuti. Erano i più belli perchè essendo al terzo ed ultimo piano, avevano un grande terrazzo con vista panoramica sul quartiere. “E poi nessuno ti batte i piedi in testa”, ripeteva spesso. Nell’appartamento affacciato alla statale quarantotto, viveva una maestra siciliana che insegnava oramai da vant’anni nella scuola elementare di Vivaro, una frazione immersa tra i campi, nel comune di Sandrigo. Virginia aveva quarantasei anni ed era vita sola. Capelli raccolti in una lunga coda di cavallo, portava un paio di occhiali che non si capiva bene s’erano da vista o da sole. Aveva la pelle della mani bianca come il latte e vestiva sempre una gonna sotto il ginocchio. I suoi genitori erano preoccuppati perchè alla sua età non aveva ancora trovato marito ed abitava sola in un condominio dove c’erano molte famiglie di negri. Al mattino partiva, avvolta in un cappotto color grigio per raggiungere la scuola, pedalando la sua Graziella blù. Poteva essere un inverno di neve e comunque lei avrebbe raggiunto il lavoro con la sua bicicletta. Così come a primavera inoltrata faticava a smettere il cappotto di lana e le calze color carne a coprirgli le gambe. L’appartamento che dava sull’autostrada Elio lo teneva per sé e per le sue puttane. Che giravano spesso, con turni che parevano da fabbrica. Erano per lo più Slave, perchè Elio era un cacciatore e in quei posti ci andava a fagiani. Per poi tornare col bagagliaio vuoto di cacciagione ma col posto davanti occupato da qualche minorenne in fuga. O venduta a prezzo stracciato dalla famiglia d’origine. Le teneva nell’appartamento fino a che le sue voglie erano completamente sedate, per poi cacciarle, biglietto alla mano, sul rapido Milano Trieste alla fermata targata Vicenza. Il più bello degli appartamenti, lo aveva affittato a Sergio Fabris, pensionato di sessantotto anni che viveva con la sorella Ancilla. Abitavano affacciati al parco giochi e alla scuola elementare, e c’avevano sempre il sole, in quanto i novanta metri quadri erano disposti in direzione sud est. Sergio aveva lavorato trentacinque anni alla Valbruna, una delle più grosse fonderie della zona. Se avesse voluto avrebbe potuto andare in pensione anche prima. Ma non ci capiva un cazzo di carte e burocrazia e non riscattò mai gli anni di lavoro minorile al panificio “Dai Fornari”. Era anche invalido, Sergio. Uno scherzo di amici al tempo della fabbrica, l’avava fatto quasi esplodere. In due lo tenevano occupato a parlare mentre un altro gli infilò una pistola d’aria compressa nel buco del culo, tenendo premuto il pulsante per un bel po’. Si gonfiava Sergio, si gonfiava sempre più, mentre l’autoambulanza lo trasportava al San Bortolo dove fu operato d’urgenza. Non potè più cagare per il resto della sua vita. In compenso quel contenitore di merda che doveva portare sempre attaccato ad un fianco, gli premise di guadagnare una buona botta di milioni dall’assicurazione. Sergio era sempre in terrazzo a guardare il paesaggio. Guardava il parco. E la scuola. D’estate le scuole erano chiuse, ma il parco era pieno di bambini. Che gridavano, giocavano, si divertivano. C’erano sempre bambini agli occhi della sua vista. Da sopra il terrazzo, senza muoversi mai, Sergio conosceva i nomi di tutte le mamme e i bambini che vi abitavano. Dei papà che non tornavano e di chiunque frequentasse il supermercato di Elio. Le sue commesse e gli autisti che arrivavano a scaricar la merce. La vita stessa del quartiere era sotto controllo. Conosceva i casini della gente, gli aspetti più intimi delle famiglie. Guardava Sergio, cercando di ascoltare. Col tempo metteva insieme i pezzi e capiva i guai, i tradimenti, le liti. Poi bastava parlare con la sorella Ancilla che le voci erano già nella bocca di tutti. Aveva mani grosse Sergio, deformate dal lavoro. Le unghie nere faticava a tagliarsele, tanto erano spesse e sporche. Vestiva sempre un paio di pantaloni corti tirati fin sopra la pancia e a guardarlo da sotto il terrazzo, ci potevi vedere lo scroto dondolare al suo muoversi lento sotto le mutande e i pantaloni. Portava sempre una camicia a quadretti marroni e grigi e sulle maniche, all’altezza delle ascelle, aveva un alone di sudore che oramai non andava più via. Come se facesse parte del modello stesso di quel capo d’abbigliamento in acrilico. Ai piedi, ingrossati dal poco movimento, calzava sandali aperti. Come per le mani, le unghie erano grosse e lunghe, che se portava un paio di scarpe le avrebbe bucate di certo. Non riusciva a piegarsi per via dell’infortunio che aveva subito al lavoro. Lo stomaco gonfio non glielo permetteva. E dal canto suo, Sergio non permetteva alla sorella di provare a tagliarle. In testa aveva sempre un capellino da pescatore che si toglieva solo quando rientrava in cucina, per la cena. Più per rispetto del cristo appeso alla parete e alla foto di sua mamma, sopra la credenza. Per il resto delle sue infinite ore, Sergio abitava quei quattordici metri quadri di terrazzo fatto a elle. Fissava i bambini, la sua passione. Imparando, col tempo, a riconoscerne la voce anche a grande distanza, i loro modi di fare. Gli atteggiamenti. Manuel aveva sette anni, capelli lunghi e neri che gli sfioravano la schiena. Guidava una bicicletta da cross della wailer color verde con la sella lunga. Partiva da casa impennando e arrivava al parco sfrecciando agli occhi delle bambine che lo stavano aspettavano. Così come lo aspettava Sergio. Che alla sua vista sorrideva. Di quei ghigni strani, sporchi e maleodoranti. Appena lo vedeva girare l’angolo, correndo con la sua bici, a Sergio gli si induriva il cazzo al punto da doverselo strusciare sù per il parapetto del poggiolo a cercar un contatto irreale calmando così quella voglia che gli saliva dai piedi e gli spaccava il cervello. Se Manuel girava per troppo tempo sotto il terrazzo, Sergio doveva far presto a raggiungere il bagno e svuotare quel cazzo puzzolente da tutto lo sperma represso, inchiodato tra i suoi coglioni. Ancilla nel frattempo cucinava, o girava in automatico le palline del rosario davanti agli occhi severi della madre. Un giorno ch’era giugno, di quei caldi e afosi giorni di inizio estate a girare il quartiere era solo Manuel, mentre tutti gli altri ragazzini erano al mare con le loro famiglie. Il sole era alto e saranno state si e no le tre del pomeriggio. Sergio guardava Manuel cazzeggiare con una fionda in mano a cercar di uccidere lucertole. Da sopra il balcone Sergio lo chiamò, con la scusa di bere un acqua e menta. Manuel era vestito solo con dei pantaloncini corti bianchi che ne risaltavano l’abbronzatura. Salì titubante, ma forse più per la paura di disturbare. L’uomo gli pose lo sciroppo di menta Fabbri in un tubo di acqua minerale. Era caldo e umido quel pomeriggio. Sergio aveva il cazzo duro che quasi gli usciva dai pantaloni. Ancilla, dopo aver preparato le bevande uscì dalla stanza, giusto per non vedere. L’uomo si avvicinò all’orecchio del ragazzo e toccandosi quello schifo di cazzo gli sussurrò qualcosa di strano. Manuel, capì solo l’ultima frase. “Voi farti fare delle foto con me?”. Era immobile Manuel, quasi che la paura mista all’ingeniutà lo avessero bloccato in quella poltrona in finta pelle anni cinquanta. Una telefonata veloce di Sergio, che immediata entrò dalla porta Virginia, la maestra da sposare, con una Polaroid in mano.
Mi sento sola
Non riuscivo a dormire stanotte. Avevo caldo anche se caldo non era. Pensieroso, quasi agitato, mi giravo e rigiravo in un letto strano che sembrava non essere il mio. Silenzio. Il silenzio che mi avvolgeva era inquietante. Non stavo bene stanotte.
Fino a quel suono secco, metallico. Proveniente dalla porta di sotto. Distinguo bene il rumore. La cassetta delle lettere è fatta strana, un antifurto naturale in nottate come questa. Decido di scendere che se mi fossi anche sbagliato, sarebbe una buona scusa per fumare.
Ma distinguo bene il rumore.
Raccolgo una busta, senza francobollo. Alle tre di notte. Un foglio di carta bianco. Sporcato di china nera. Salgo, prendo un buon bicchiere di Jack Daniel e accendo una sigaretta.
La fila delle femmine
Settembre ‘76. Avevo sei anni, una maestra che mi voleva già un bene dell’anima e una sorella di un anno più giovane. Con la prima elementare iniziava anche il catechismo. Tanti piccoli bambini, con una immensa voglia di giocare a calci col sole, dovevano essere iniziati, per diventare col tempo soldati di dio. Mia madre, spalle alla vita, non aveva la forza e il coraggio, di badare alla vivacità di entrambi. “Vai con tuo fratello” disse alla più piccola. “Ti siedi al suo fianco. E ascolti”. La chiesa dove don Giovanni avrebbe impartito lezioni per il suo piccolo esercito di anime era stretta e i banchi suddivisi in due file. A destra i maschi e a sinistra le femmine. Mia sorella, di un anno più giovane rispetto a tutti noi, voleva stare accanto a me. “Tu, piccola bambina. Cosa fai tra i maschietti? Non ti sembra di essere troppo giovane per guardarli?”. Il tono di don Giovanni era un misto di autorità e voglia repressa. Elena abbassò lo sguardo, tra le risatine isteriche e impaurite degli altri bambini. Prese la mia mano e la strinse forte a se. “Forse non hai capito quello cosa ti ho detto, bella bambina Spostati nei banchi per voi femmine”. Mi feci coraggio. E attaccai “Mia sorella è con me. E rimane qui, vicino”. Guardai Elena. Il suo volto segnato di una lacrima chiara. Non tanto per la paura che presto l’avrebbe attaccata, ma per una dose massiccia di vergogna. Don Giovanni fece due soli passi. E ci raggiunse. Prese mia sorella per i capelli e l’alzò di venti centimetri buoni. Elena iniziò disperata a piangere tanto da non riuscire a parlare. “Ti piacciono i maschietti eh, bambina?!!” Disperata, cercava con la voce paralizzata e lo sguardo immobile dalla paura, di richiamare un mio improbabile intervento. Io esitai un attimo, poi mi alzai. Imbastendo un impaurito, quanto inutile e roco Basta, dettato più dallo stomaco che dalla gola. Il prete mi sentì comunque. Quel tanto da girarsi di scatto con una mano rovescia per stamparla sull’esile volto della piccola. Ricordo il sangue fluttuare sospeso nell’aria in una totale mancanza di gravità, indelebile a segnarne il corpo e il sesso. Scappammo a casa. Dove, nascosti in cantina, tamponai il sangue e le lacrime dal viso di bambina della piccola. Mia madre, spalle alla vita, continuò senza dire niente, i suoi stupidi e fragili lavori domestici.
Mutandine e pistola
Stavamo male quel giorno. E Serena era bella lo stesso. Sole. Stella. Ma stavamo male. Rino me lo aveva detto chiaro, sputandomi in faccia. “Vai a fare in culo Fino a che non mi porti i soldi che avanzo, non ti do un cazzo di niente“. Caricai la pistola a salve. Erano le dieci di una sera che sapeva di sudore freddo.
Serena si vestì come sapeva. Una mini da lasciare spazio ai sogni. Un paio di collant velati neri. Venti danari che facevano della sua pelle qualcosa da accarezzare. Toccare. Leccare. Ingranai la prima e partimmo. Per l’inferno. Non ci bastavano i cinquantamila lire di una scopata. E il fisico di Serena non ne avrebbe rette più di tre Serena smontò nel solito luogo del cazzo. Scese dall’auto nel buio più nero. Il suo posto. Statale 260. Il primo pezzo di tangenziale era territorio della mafia dell’est. Prostitute slave, ucraine. Rumene. Più avanti le Africane. Noi ci piazzavamo in mezzo. Nessuno ci diceva niente. Mai
Serena era bella. Gli mandai un bacio. Partii lasciandola sola. Un coltello a serramanico nella borsetta era l’unica difesa che poteva avere. Mi girai a guardarla per l’ultima volta. “Cazzo che magra“, pensai tra me. Nascosi la macchina tra gli alberi di un boschetto non tanto distante. Feci ancora una decina di metri a piedi trovando sul tronco di albero tagliato un posto comodo su cui sedere. In attesa. Mi feci tutta la coca che ancora mi era rimasta. Silenzio. Non volevo casini quando c’era da aspettare. Mi accertai che la pistola fosse carica. Una serie di sei lattine di birra marchiate Heineken mi facevano compagnia. In questa sporca attesa. Il ritmo delle sigarette che si accendevano segnavano il tempo. Quando all’improvviso, vidi due fari bianchi risalire la stradina sterrata. Mi nascosi dietro un cespuglio. Ero carico. L’auto si fermò. Alla guida un uomo stempiato sulla cinquantina. Al suo fianco Serena. Aspettavo, col cuore che batteva sul corpo, martellate che mi facevano tremare. Vedevo la sagoma nera di Serena muoversi. Ma dovevo aspettare il segnale. L’uomo si voltò verso di lei. Le sue mani nelle gambe fragili, risalire fino a toccargli la figa. Ancora protetta da un paio di mutadine e dai collant. Quando nel buio silenzioso della notte, il grido di dolore e rabbia di Serena, fermò quasi il tempo. Sbucai fuori dal cespuglio con la pistola stretta tra le mani. I denti che mordevano le labbra fino a segnarle di sangue. Un calcio alla portiera della macchina. E la pistola puntata sulla testa del deficente malcapitato.
“Fuori coglione, esci fuori che ti faccio un buco nella testa. Vieni fuori piano testadicazzo. Piano che ti ammazzo“.
“Cosa faiiii…lasciami andare ti prego…non ho fatto niente…vi prego lasciatemi
“.
“Senti testa di cazzo cosa volevi fare a questa ragazzina, eh? Lo sai che lei ti può denunciare adesso. Merda di un uomo Lo sai che ti aveva solo chiesto un passaggio in macchina? E tu invece te la volevi fottere. Stronzo
E stai zitto coglione
“.
Avevo le mascelle talmente rigide che quasi si stavano spaccando. La pistola ancora puntata a dieci centimetri dal volto dell’uomo. E un ‘adrenalina che faticavo a trattenere. Serena si avvicinò all’uomo. Tranquilla come lei sapeva fare.
“Senti capellone tu non la vuoi una denuncia per violenza sessuale ad una minorenne, vero?“.
“Lasciatemi vi prego…lasciatemiiii…“.
“Ti costerebbe cosa bruttotestadicazzo eh? E tua moglie? Me lo dici che cazzo farebbe la tua bella mogliettina? Te li farebbe vedere i tuoi figli poi? Io ti denuncio coglioncino che sei Io te la faccio pagare. Lo sai questo, brutto depravato?“.
Serena credo stesse buttando fuori tutta la rabbia che aveva accumulato col tempo. Nella strada. Nei miei confronti. Nella vita di merda che stavamo facendo da troppo.
“Vi do tutto quello che ho ma lasciatemi andare vi prego. Vi scongiuro lasciatemiiii“.
L’uomo aveva davvero paura. La mia pistola era ancora puntata sulle tempie. Vidi una lacrima scendergli il viso.
“Prendi i soldi che hai e buttali a terra. Muovitiii Frociodimerda
“.
Tremando gettò a terra duecentotrentamilalire. Che teneva ben conservati nella tasca interna della giacca. Serena raccolse i soldi e li assicurò tra le sue mutandine. Si voltò verso l’uomo. Lo guardò fisso negli occhi. Ci fu un attimo di silenzio interrotto solo dal rumore dei miei denti che si masticavano.
“Ascoltami bene” attaccò “se non vuoi finire male, con una bella denuncia sul collo, sarà meglio per te fare il bravo“. L’uomo guardava a terra, impaurito, senza dire niente. “E la prossima volta coglioncinodepravato non andare con le ragazzine che hanno l’età di tua figlia“. Nello stomaco avevo una carica di dinamite che stava esplodento. Stavo per partire con un destro imbottito di rabbia, che Serena mi fermò. “Non rovinare tutto stronzo che sei. E andiamocene di qua“. Partimmo. Serena si mise al volante. Io ero troppo agitato per guidare. Mi voltai indietro, l’uomo era ancora fermo. Lo vidi portarsi le mani in faccia e lasciarsi andare ginocchia a terra. Che sparì dalla mia vista.
Raccolta punti
La gloria, fase terminale di una malattia virale. I calciatori che non hanno la capacità fisica e mentale di adattarsi alla vita del “signor nessuno”, capita che si uccidono. Molto spesso si ritrovano alcolizzati. Col corpo ridotto ad un ammasso di muscoli, avariati da forti tremolii. Così, senza saperlo. Giusto per credere a tutte le bugie che hai bisogno di raccontarti in quei momenti. Un po’ come i bambini che dopo aver vinto uno Zecchino d’oro, diventano bambini normali. Nemmeno il loro amichetto del cuore lì riconosce più. Al massimo gli frega la merenda. Quella buona del mulino bianco, comprata dalla mamma più per la raccolta punti. A duemila c’è un forno a microonde.
Guido Savolini, trecentoottantatre partite nella massima serie con il Lanerossi Vicenza. Un terzino che ha segnato qualcosa come 28 reti in carriera. Una gloria, fino a che gloria c’è stata. Ora lo incontro tutte le mattine. Al bar. Io entro a bere un caffè che mi faccia stare. A lui non lo vogliono nemmeno per un tresette. I ragazzini che entrano prima della scuola, non sanno nemmeno chi sia quel vecchio seduto al tavolo, annebbiato a fissare uno spazio che non esiste. Un tubo di vino nero e la solitudine stampata nel viso a fargli compagnia.
Una mattina mi avvicinai per chiedergli un autografo che non era in grado di farmi. Delirammo insieme per più di tre ore. Lo riaccompagnai a casa seguendo il suo barcollare. Due stanze messe a disposizione dal comune. Nebbia a spaccarti le ossa, mista ad un inconfondibile odore di muffa. Si sdraiò nella vecchia poltrona in pelle macchiata di piscio, chiedendomi di aprire l’anta più alta di quel mobile anni quaranta. Nessun valore. “C’è una maglia. La mia maglia. Prendila”. Raccolsi con cura quella vecchia e gloriosa divisa di lana grossa a strisce verticali bianche e rosse. Numero tre stampato dietro. Gliela posi. “Al tempo ero tutto, vestito da imbecille. Adesso ci sono baristi che non vogliono nemmeno farmi entrare nei loro caffè. Non sono più stato in uno stadio. Mi schifa. In compenso vado a guardare i ragazzini giocare, in questi campi di periferia. Ma non sto bene nemmeno lì. Sento uno strano disagio nel vederli già inconsapevolmente campioni. E allora mando tutti in culo, entro nel primo bar che trovo cercando di placare il malessere che sento spaccarsi dentro. Sai cosa mi rompe davvero il cazzo? Che alle loro spalle, il numero attaccato alla maglia, non serve più a distinguerne il ruolo. Figurati, i bambini giocherebbero anche senza casacca. Senza i colori sociali. Senza un prato e le strisce a limitarne la corsa. A loro gli basta poco, cosa credi. Una palla. Un pezzo di campo e via. Aria da respirare. Ossigeno. Gola per gridare vita. I numeri cuciti alle loro spalle, le maglie coi colori della squadra, le strisce dello stesso campo, sono punti da raccogliere per i loro genitori. Disposti a tutto, pur di raggiungere la quota massima. E vincere la gloria, fase terminale di una malattia virale. Benessere interiore momentaneo. Spettacolo di violenza pura, giocato alle spalle dei bambini. E consigliato ad un pubblico di soli adulti Vaffanculo hai capito. Vaffanculo
Apri il frigo, e passami quella bottiglia
”.
Diesel
Gigi Torresan lo chiamavamo Diesel, costretto com’era da una paresi, a fare tre passi da fermo, prima di iniziare a camminare. Diesel, classe millenovecentotrentadue, viveva con i quattrocento mila lire della pensione di invalidità e qualche piccolo particolare. Che ai più sfuggiva di mano. L’età ben segnata sulla pelle rinsecchita dal sole, dal tratto degli occhi si leggeva una vita di stenti.
Era partito soldato poco più che ragazzino, nell’ultimo disperato colpo di coda del regime fascista. “Mi sto con me papà. Tutti gera con me papà. I stessi che dopo, i ga cambià ‘a bandiera, quando che ‘a guera xe finia”. Contadino cocciuto. Fino a che ha potuto ha lavorato i campi di casa. Pochi ettari di terreno, coltivati a grano, fieno, soia. E qualche vigneto. Una vita di bestemmie e vino, terra e letame. Rabbia e sudore. Il tutto compresso nella sua disarmante solitudine. Gli amici erano quelli del bar. Quell’unico vecchio caffè poco lontano da casa. “Gigi non gà amissi” continua a ripetere ancora oggi. Ripetersi, forse. Quasi dovesse convincere se stesso, di potercela ancora fare. Sostenuto solo da quel vecchio bastone in legno, ricavato da un ramo del suo ciliegio più bello. Cocciuto al limite delle sue stesse possibilità, sentì qualcosa di grosso una mattina di settembre. Il braccio gli faceva male, non certo per gli sforzi fatti ad aggiustare il vecchio trattore fiat seicentodue. Era un dolore strano, quello. Mischiato per bene ad un formicolio di tutta la parte destra del suo corpo, lavorato dagli anni e dalla fatica. Poi il blocco totale della sua parte migliore. “Non vao mia in ospedale, dio can. Mi me rangio da so’o, come che go sempre fato” continuava a ripeterci, mentre passavamo per casa sua a salutarlo. Diesel aveva preso il lecco della morfina ai tempi della guerra. A volte passando per casa sua ci si fermava. Vuoi per la compagnia, o perché semplicemente gli andava, ci offriva un bicchiere di vino nero e scrutando i nostri occhi già segnati, si metteva a raccontarci le storie. La vita. La guerra per lui così “normale”. I nazisti passavano loro le anfetamine insieme a dosi massicce di morfina. In battaglia dovevi essere carico e spietato. Poi però il fisico richiedeva quella calma, che difficilmente trovava in un semplice soffio di vento. Negli occhi il dolore. Nei sogni le grida e gli incubi di una tragedia più grande del loro stesso stomaco, per poter essere sopportata. “Par fortuna che i crucchi ne daseva chea roba ‘a, porco dio. Parchè se no, me saria copà co nà sciopetà in testa Ancora desso, a distansa de tanti ani, me svejo de note, xigando da’a paura e da’ orore.” Diesel. Mi guardò un giorno negli occhi. E senza esitare mi chiese il motivo per cui mi stavo buttando via in quel modo. Mi ero appena fatto, non potevo scappare alla sua domanda, ma fui vago. “Non lo so, non c’ho mai capito un cazzo della mia vita. O forse sono ancora troppo vigliacco per potermi rispondere”. Mi scolai di colpo il tubo di vino rosso che mi aveva offerto. E me ne andai. Mi guardai allo specchio. Non riconoscendo il volto che vedevo riflesso. L’immagine sbiadita dei miei occhi. I tratti sconvolti. Erano passate un paio d’ore, che quella frase di Diesel mi rimbalzava come una scheggia impazzita dentro il cervello. Rabbia. E sensi di colpa. Spaccai qualcosa, che si trovava tra il pensiero e le mani, che sembravano aver perso il loro controllo. In tasca avevo ancora un quartino di roba. Senza esitare e nascosto solo da una carcassa d’auto parcheggiata a caso, mi preparai alla “calma”.
Rino riuscì a rintracciarmi ch’ero abbioccato in una panchina del parco comunale tra i bambini che giocavano nelle altalene e le mamme che chiacchieravano tra loro. “Ho una partita di morfina in sasso. Mai visto niente del genere. C’è da perdersi” Mi chiese di seguirlo. Impiegai un po’ a capire cosa davvero volesse, che mi ritrovai nella cucina dell’alveare che spartiva con sua madre. Sopra il tavolo un grosso sasso che non aveva il colore dell’eroina. Sua madre già al lavoro. Nelle sue mani, martello e scolpello. C’era da romperla e dividerla. Iniziammo subito. Rino mi usava spesso per “liberarsi” della roba, quando sentiva il “fiato” degli sbirri scaldare il suo esile collo. A me andava bene. Vuoi perchè non avevo un cazzo di che perdere. Vuoi che gran parte della roba, una volta tagliata e siddivisa in grammi, serviva gratuitamente il mio fisico. Scesi le scale di fretta, cercando di pensare un luogo sicuro dove poter lavorare quel paio di pugni buoni di “benessere”. Che un flash, mi passò di netto il cervello. Diesel.
Mi svegliò lo schizofrenico suono della campana di casa. Mi alzai di scatto, convinto fosse pomeriggio. Arrancai un paio di metri, sbattendo col corpo sulla porta che divideva la mia camera alla cucina. Senza chiedere niente aprii, riconoscendo immediatamente due poliziotti della questura. Manco mi mostrarono il mandato. Sapevo che era a posto. E comunque sia, non mi sarebbe convenuto chiedere niente. Il cuore iniziò a pompare sangue, mandando al cervello segnali che a fatica riuscivo a sostenere. Ansia. Di bocca mi uscì uno spiaccicato “posso farmi almeno un caffè?” Il più anziano dei due si piantonò con me in cucina. Dal terzo cassetto presi l’ultimo blister ancora intero di Dividol. L’acqua del rubinetto a scorrere, sembrava quasi voler prendere tempo. Buttai giù, due alla volta, tutte le dodici pastiglie sperando che l’improbabile “botta” mi salisse il prima possibile. Erano le sei e trentacinque del mattino, che un’altra mano si attaccò al campanello di casa. Il poliziotto che mi faceva da guardiano aprì la porta, sgomberando il passaggio ad altri due sbirri accompagnati da altrettanti cani dal naso fine. Il caffè era salito. Chiesi al piantone, con fare provocatorio, se ne gradiva un po’. Mi rispose con un secco “bevi e stai zitto”. Mi accesi una sigaretta, guardando fuori della finestra. La giornata sembrava davvero delle peggiori con quel cielo così carico di nuvole. Vidi altri due poliziotti di guardia ai due angoli dello stabile che abitavo e ad essere sincero, per qualche istante ebbi un sentimento di benessere, al pensiero di quante cazzo di persone la questura aveva impiegato per questa merda di operazione. Non il tempo di finire quell’ultima emmeesse, che una voce pesante e condita di entusiasmo arrivò dalla camera da letto. “Beccato
” Il piantone mi accompagnò nell’altra stanza. I cani erano tranquilli, mentre lo sbirro pareva eccitato mentre mi mostrava quel paio d’aspirine che aveva scambiato per pastiglie di ecstasy. Lo fissai negli occhi senza dire niente, che fece presto a placarsi e ritornare in se
Se ne andarono “sconfitti”, avvertendomi comunque di fare molta attenzione. Infilai la mia pelle nell’unica tuta rimasta pulita e me andai, lasciando le due stanze che abitavo nel casino più totale. L’unico pensiero che si aggirava fisso nella mia testa, era di raggiungere la casa di Diesel. Senza dare a vedere.
Sputa Mauro
Mauro è uno buono. Si era inamorato di Michela una sera d’agosto ad una sagra paesana. Si bullava agli occhi delle ragazze, rimanendo in equilibrio sul tagadà. Alternando al rapido movimento dei piedi, una serie di salti da panico. Maglietta bianca portata stretta e un pacchetto di marlboro dure ad evidenziare l’aderenza dei jeans. Ai piedi le American Eagle, prendevano il posto delle inarrivabili All Star. Michela lo guardava da sotto, mentre Umberto Tozzi cantava “Stella stai” e i pochi capelli di Mauro si agitavano alla centrifuga della giostra.
Michela lo amava già. Se lo sentiva dentro. Bastava solo arrivargli vicino, provare a farsi notare in qualche modo. Ma Michela non sapeva fare la figa, non c’era mai riuscita. Forse per il corpo che non richiamava certo la chimica dei maschi. Era dolce, non certo figa. Ma quella sera le stelle erano più grandi del solito. E su tutto Michela stava con Marilena, un’amica un po’ puttana, almeno per i giovani del paese. Era splendida Marilena. Ti attaccava bottone con un niente. E con un niente ti ritrovavi con la sua bocca attacata al cazzo, non appena i tuoi occhi avevano accettato la sfida. Michela e Marilena erano insieme da sempre. Lavoravano entrambe in un piccolo laboratorio tessile a conduzione familiare, dopo aver trascorso insieme tutte le stagioni, dall’asilo in avanti. Il giochetto riuscì in un attimo grazie ad un colpo di vento fatale. Marilena sorrise a Mauro, che in confusione mollò la giostra per inseguire la preda. Che scappò, lasciando spazio e tempo all’amica più fragile. Si ritrovarono insieme allo stand gastronomico, a mangiar salsicce e bere vino rosso. Quel vino che pare quasi ti parli. O ti faccia parlare. Si ritrovarono a ridere e a ballare Alberto Camerini in una “Tanz bambolina” remixata, forse per la prima volta da un improvvisato dj Brandon, giostraio della famiglia dei Rizzi. Era il mille novecento ottanta due. Mauro aveva venti tre anni e Michela uno di meno, ch’era nata a dicembre e aveva perso l’anno. Parlarono tanto quella sera, tra salsicce e vino rosso e frittelle e birra. Confidandosi i casini e tutti loro guai. Fino ad arrivare a ridere del riporto nella testa pelata di Mauro, tenuto su da cinque forcine in alluminio. Mauro guardava le tette dell’amica e gli sembrava di vedere dei palloncini gonfiabili, che quasi si immaginava la ragazza prendere il volo se non la teneva legata a sè. Finirono dietro il campanile della chiesa parrochiale a darsi baci senza prender di mezzo le lingue. Come prima sera andava bene così, decise Michela. Si sposarono una domenica carica di sole in un strano ottobre, col ventre di Michela a proteggere la piccola Deborah. Mauro aveva venduto la sua ET tre primavera e si era comprato una Dyane sei su cui aveva attaccato l’adesivo del vagabondo e quello dei Doors. “Devo metter su famiglia” convinceva gli amici, “che poi tra un po’ mi nasce pure una figlia”. Mauro cercava di convincere se stesso. Aveva rinunciato ai litri di birra bevuti più per cercare lo sballo che l’amaro del retrogusto e a tutte le canne del mondo. Amava Michela e questo bastava a giustificare il tutto. Don Severino si esaltò talmente tanto durante il delirante discorso agli sposi che quasi dovette tenere a bada l’energia profusa dal suo corpo e concentrarsi, per non eiaculare. Il pranzo, pagato dai genitori della sposa iniziò all’una e finì alle nove abbondanti, quando amici e parenti salutarono gli sposi e lasciarono la “Trattoria da Carli”. Ma era nervoso Mauro, quasi che un segreto lo dilaniasse piano. Che poi senza le birre non aveva nemmeno tanto coraggio per parlare, anche se di fronte aveva Michela, la donna della sua vita. Consumarono un amore gelido, nel più breve tempo possible. Fino a che Mauro lasciò i suoi pensieri alla notte. E a Michela.
Quella notte, che non era la prima, Mauro sognò nuovamente. Di quei sogni che lasciano il segno alle persone che dividono con te le lenzuola. Lo stadio Meazza era stracolmo di gente e il Milan perdeva uno a zero, quando mancavano una manciata di minuti alla fine della partita e del campionato. L’arbitro che fischia una punizione al limite destro dell’area di rigore. Testa calda Mauro. Di quei fuoriclasse che ti inventano una partita dopo esser stati fantasmi per almeno dieci incontri. Decide di battere lui, fregandosene della volontà dell’allenatore e del bisogno nevrotico dell’attaccante a caccia di marcature. Decide per un tiro di colmo pieno. “Se centro la barriera centro pure la porta”. Sono attimi di silenzio. Il pubblico in attesa, pronto a scatenarsi se la palla avesse gonfiato la rete. Mauro calcola la rincorsa e batte di forza. Che un grido lancinante spacca la stanza da letto. Michela si sveglia di colpo. Mauro aveva calciato la base in legno del letto, nello stadio della sua camera. Michela accompagnò al pronto soccorso il marito, tra lacrime e mezzi sorrisi. Una frattura composta del piede sinistro, costrinse Mauro ad un riposo forzato per almeno due mesi buoni.
Marilena si propose di aiutare l’amica, che comunque doveva continuare il lavoro. Marilena si propose di aiutare Mauro con bocchini che lo facevano “rinascere” ogni volta. Marilena era una amica cara. Di quelle che ti fanno parlare dopo che sei venuto e senti il bisogno di rilasciare i muscoli mentri fumi una sigaretta lento. In quei momenti Mauro sentiva che dall’intimo del suo pene gli usciva, forse per la prima volta, quel bisogno di aprirsi all’altro. Mettere la vita sullo stomaco di qualcuno, capace di ricevere e ascoltare.
Mauro da piccolo, durante un campeggio con gli scout del paese, era rimasto intrappolato nel suo sacco a pelo durante la notte. La sua famiglia non aveva soldi e il sacco a pelo era quello grande del fratello maggiore. Intrappolato in quel labirinto di cotone e piume d’oca, Mauro credette di morire soffocato, se non fosse stato per l’intervento di un amico che lo liberò, facendolo respirare. Di lì in poi gli incubi notturni lo perseguitarono sempre. La madre lo ricorda giovane girare per casa durante la notte completamente inconscio, a togliere i quadri dalle pareti e cercarne l’equilibrio degli stessi in bilico sopra i chiodi su cui erano appesi. Col passare del tempo, aumentarono anche i suoi inarrestabili deliri. Michela oramai aveva fatto l’abitudine, ed era diventata la sua assistente notturna. Poco dopo essersi rimesso dalla frattura al piede, Mauro iniziò a soffrire di soffocamento. “Probabile centri l’episodio del sacco a pelo”, si diceva convinto Mauro. Alla mezzanotte di ogni nuova notte, dopo essersi addormentato da almeno un ora, gridava il dolore che gli procurava una pallina da ping pong mentre gli scendeva la gola. E Michela era lì, servile e pronta con un bicchiere d’acqua fresca a fargli deglutire la pallina bastarda che non lo faceva respirare. Mauro accennava un “grazie amore” mezzo masticato, che stava già dormendo. Tutte le notti, a mezzanotte in punto. Col passare del tempo e con la forza di Michela, Mauro riuscì a superare quel senso di soffocamento che lo stava uccidendo. Aveva imparato ad affrontare la pallina da ping pong soprattutto grazie alla cura del dott. Angelino Di Biase, uno psicologo del distretto sanitario. Dopo una lunga serie di incontri e sedute, era diventato più forte di quella stupida pallina plastificata. Finalmente era riuscito a gestirla, a sconfiggerla. A vincerla con un semplice gesto. La sputava “In culo a tutti, ce l’ho fatta da solo”, grido fuori del bar da Gianni, dove un branco di contadini pagavano litri di vino rosso, pegno delle scommesse perse. Era più tranquilla anche Michela, che ad ogni risveglio doveva solo ripulire il pavimento dalle scatarrate notturne di Mauro, che combatteva, sputando, la solita stupida pallina da ping pong.
1984
Si girò a guardarmi per l’ultima volta ch’era già lontana. Io ero fermo. Piantato ad un tappeto d’erba infangato da una pioggia che non voleva smettere di cadere. A separarci, una distanza breve ma intensa. E qualche centinaio di vite ancora cariche di adrenalina, che a tratti mi facevano perdere la vista del suo corpo che si allontanava. Inchiodato al terreno, la vedevo farsi largo tra la gente. Jeans aderenti e una maglietta bianca. I capelli neri, sciolti. Non riuscii a gridargli tutto ciò che avrei voluto. La chiamai soltanto con l’unico filo di voce roca, che mi era rimasto. Francesca si girò a guardarmi per l’ultima volta ch’era già lontana. Fotografai con la mente il suo sorriso e gli occhi. Il loro tratto. Ci eravamo conosciuti il pomeriggio stesso, costretti dal pochissimo spazio che avevamo a disposizione. E da tutto il tempo del mondo. Ci eravamo guardati subito. Fissati a lungo. Le solite scuse per potersi parlare. Timidi approcci. Banalissime ma dolci battute. Facendomi largo tra la gente, andai a prendermi una birra piccola. Ne presi una anche per lei. Cominciammo a parlare e a ridere guardandoci dentro, con quegl’ occhi di bambini che ancora segnavano i nostri volti. Rollai una canna più per sentirmi grande. Non ci fermammo più. Riparati sotto il mio giubbotto in Jeans, ci univa il battito dei nostri cuori, la voglia di scoprire il mondo, il bisogno di sentirsi più grandi. E perché no, avere qualcosa da raccontare a tutti. Dalle parole ai baci. A timide mani che toccavano l’una il corpo dell’altro. L’acqua scendeva e ci bagnava. I vestiti erano inzuppati. Il suo piccolo seno era come disegnato in quella maglietta bianca. Ci siamo sempre guardati negli occhi. Gridandoci più volte “ti amo” e cantando le canzoni insieme. Quasi fossero parole d’amore e rabbia che ci venivano dedicate. Cantavamo gridando tutto quello che eravamo quel giorno. Tutto quello che ci aveva portato a quel giorno. E tutto ciò che saremo stati da quel giorno. Senza capire davvero cosa stava accadendo sopra le nostre teste, bagnate di una pioggia bellissima. La più bella pioggia ch’io possa ricordare. Fino all’ultimo lunghissimo assolo di chitarre. Masturbate da Maurizio Solieri e Massimino Riva.
Numero di matricola assente
Lavoravo in una vecchia fabbrica mal gestita. Muri sporchi, pezzi di ferro e un puzza schifosa di piscio che usciva da piccoli cessi, impregnati di urina e malcontento. Avevo trovato quel lavoro senza dover troppo faticare. Al tempo lo facevo saltuariamente. Usavo quei momenti per sistemare il corpo quel tanto che bastava per poter vivere ancora un po’. Erano i momenti migliori, a parte quella puzza di piscio che mi entrava nel naso fino a formare una sottile pellicola interna che non voleva lasciarmi. Era gennaio, lo ricordo bene. Un gennaio di pioggia.
Moreno mi aveva chiesto un po’ di fumo buono. In quei brevi periodi in cui riuscivo a non “farmi”, oltre a leggere un casino di libri, fumavo tantissimo. Moreno non aveva mai rotto il cazzo a nessuno. Tanto meno a me. Era tranquillo, sposato da un anno con Linda, e una bambina in arrivo nel giro di pochi giorni. “Dai che forse ci siamo, credo che la prossima settimana divento papà” Furono le ultime parole che mi disse, prima di volare via, impennando il suo Ciao.
Quel martedì mi alzai prima. E scesi le scale senza nemmeno prendere un caffè. La giornata era strana. Il sole non era sorto ma si vedevano le stelle. Pensai che finalmente quella pioggia tagliata regalasse al giorno, la tregua neccessaria. Presi i quattro panetti di fumo e li cacciai sotto il sedile posteriore del Dyane. Un ‘occhiata veloce alle cassette. Senza esitare infilai David Bowie and Tim Machine. Adrenalina allo stato puro. Mi accesi una canna. E mi avviai al ser.t. che il sole cominciava a spuntare piano all’orizzonte, cercando invano di sgelare il grigiore della campagna. Bella storia. Quasi una favola. Con Moreno avevo appuntamento nel piccolo parcheggio di ghiaia e pozzanghere della fabbrica dove lavoravo. Non che ci fosse un vero motivo per incontrarci lì. Ma il fatto che per arrivare al capannone vi fossero due strade diverse, opposte tra loro, mi metteva più tranquillo. La sirena della fabbrica decideva ch’era il momento della pausa. Timbrai il cartellino. Poi andai in bagno. Volevo aspettare che il resto dei dipendenti scappassero a casa per farsi abbracciare da insipide minestrine riscaldate. Moreno lo vidi subito. Seduto sul centoventisette rosso di suo padre, ascoltare un po’ di radio. Un modo come un altro per tradire il tempo, che in quei momenti non passa mai. Il cambio fu un lampo di tuono. Che i quattro panetti erano gia nell’auto mentre i soldi li avrei contati in un secondo momento, che di Moreno mi fidavo e basta.
Sarà stata quella strana giornata di sole, o il fatto che Moreno a giorni sarebbe diventato papà. Probabile che semplicemente ce lo sentivamo dentro, ma ci abbracciammo prima di partire in direzioni opposte. Vite diverse. E guai. Ricordo di avergli detto qualcosa, prima di staccarmi dai suoi muscoli coperti da un giaccone mimetico scroccato all’esercito italiano finita la naia. “Appena nasce…fammi sapere…“. Fece segno con la testa, premendo l’occhio sinistro. Ch’era partito già.
Strano quel giorno di sole, tra i tanti di pioggia. Non mi avviai subito, ma decisi piuttosto di fumarmi una sigaretta. Qualcosa di sottile e impercettibile mi teneva inchiodato in quel posto. Quasi girasse a vuoto nell’aria. Gli occhi del vento parevano osservarmi. Poi di colpo un boato di lamiere e cemento a seguire uno sparo. Netto. Schiantarsi e rintronare tra i muri dei capannoni. Boom. Feci una corsa, accostandomi leggermente al portone della fabbrica. Il posto di blocco lo avevano piazzato proprio lì. A cento metri dai miei occhi. La centoventisette rossa ancora su di giri, col motore che pompava sangue, piantata sul palo della linea elettrica. Carabinieri dappertttutto. Prima di scappare cercai la sagoma di Moreno, tra le lamiere dell’auto. Mani ancora attaccate al volante e testa rivolta in avanti. Tra le urla dei militari sentivo vasco cantare “C’è chi dice no”. Il tempo di salire in auto, ch’ero già distante, insieme ad una confusione che aveva invaso il mio cervello. Rimasi lontano per un po’. Forse per sempre. L’ansia non mi faceva respirare. Mentre l’eroina tornava ad “essere” per darmi quell’incolore possibilità di vita. I giorni che seguirono, oltre che nascondermi, li usai per calmarmi e capire bene come andarono le cose. Ma su tutto come le versioni contrastavano tra di loro. Un po’ come il sole lotta cercando la sua strada tra le nuvole, fino a che sfinito, lascia spazio alla pioggia.
Le forze dell’ordine nascosero una Beretta calibro 9 con il numero di matricola cancellata nel cruscotto del centoventisette di Moreno. E diramarono alla stampa un comunicato, che lasciava spazio a dubbi che facevano rabbrividire. Sostennero che il giovane aveva forzato il posto di blocco con l’auto impugnando una pistola e insabbiarono l’indagine parlando di legittima difesa da parte di un ragazzino poco più che ventenne in servizio di leva presso il comando dei carabinieri.
Puttana
In realtà non sono stata. Ma continuo ad essere anche oggi. La mia vita legata alla sua in un unico cuore che pompa vita, trasgressione, dramma e follia. Scelsi la morte non prima di aver assistito al parto di mia figlia Lisa, vivendo la sua nascita in presa diretta. Così la sua prima vista al mondo è stata la mia. Come la prima mano toccata, il primo fiato di vento assaporato. Le prime gocce di saliva sarebbero state le mie. Le prime parole, la prima voce sentita. Andrea nacque alle 15 e 08 del primo maggio millenovecentosettanta. E a toccarlo, per poter continuare a vivere in lui, fui io. Che avrei continuato ad esistere nel suo corpo, nei suoi casini, nelle sue parole. Nei guai che la vita gli avrebbe riservato. Negli amori vissuti, vinti. Persi. In realtà non sono stata. Ma continuo ad essere anche oggi. Il mio corpo nel suo, le mie parole nella sua voce grezza e i miei pensieri dentro di lui. I dubbi e la voglia di vivere che avrebbe vissuto sarebbero stati i miei. Così come il desiderio di morire che spesso ti prende la gola fino a farti soffocare, sarebbe stato il mio bisogno di farla finita, quel desiderio di sognare la calma e lasciarsi andare. In realtà non sono stata. Ma continuo ad essere anche oggi. In un corpo diverso. In un sesso diverso. Legata agli occhi e al cuore di questo ragazzo difeso alla vita. Agli occhi degli altri. Al pregiudizio.
Mi chiamo Agnese e sono nata il 25 marzo del millenovecentosette, da una mamma puttana e un papà che non esisteva. Ho vissuto da sempre tra i clienti di mia madre che tra una scopata e l’altra mi facevano da padre, nonno e zii. Sono nata e vissuta considerando normale il lavoro di mia madre, un lavoro che vedevo piacergli parecchio. Che poi questo lavoro concedeva a mia madre tutto il tempo che doveva a me per farmi giocare, vivere. Coccolare. Sono cresciuta col sogno di diventare puttana come lei e come lei avere tutti quegli uomini che la desideravano e la amavano più delle loro mogli. Mia madre stessa, vedendomi crescere sempre più bella, mi diceva in continuazione che avrei dovuto fare la puttana come lei. Che solo così sarei stata qualcuno in questa vita sola. Solo così avrei potuto viverla questa vita, prenderla per i capelli. Infilarmela in bocca e succhiarla. Sono cresciuta vivendo la sessualità come un qualcosa di naturale e meraviglioso, così com’era naturale andare con i clienti di mia madre che piano sarebbero diventati i miei. Per me fare la puttana e farmi scopare era come per un contadino prender la forca e iniziare a ripulir la stalla dallo sterco del maiale. A differenza che a me il lavoro piaceva tanto per davvero. Le miei compagne non capivano e le loro madri proibivano loro di vedermi, di uscire con me. Di parlare. Un delirio, oltre che un dramma. Ma per me, che avevo sempre vissuto il lavoro di mia madre, era invece la cosa più normale che ci potesse essere. D’altronde una gatta non mantiene sempre quel compagno, e una cagna non sarà fedele per sempre al cagnolino. Fare la puttana era normale “dentro”. Dentro di me. Vivevo da sempre di sesso così come di sesso ha vissuto mia madre. In due parole, sono nata puttana. Figlia di puttana. In realtà non sono stata. Ma continuo ad essere anche oggi.
Sogno strappato
Figlio di puttana. Cazzo di figlio di puttana che sei, Oscar. Ci sono parole che non puoi proporre alla gente così. Come fossero miele. O acqua che scorre a prenderti e farti del male. Quel biglietto, la festa e quella villa era un disegno progettato bene. Altrimenti la fine sarebbe stata diversa. Oscar ad offrirti la morte, e la sua stessa persona a salvarti nel momento in cui senza alcun dolore, l’avresti accettata di cuore. E fatta tua. Ma, oltre a costringermi una scelta e impormi pure la fine del sogno, questa commedia è un colpo alle spalle. Di quelli che fanno morire per davvero.
Scelsi l’inferno. Forse la stagione che, in vita, Dio m’ha concesso di conoscere meglio. Non vie di mezzo davanti ai miei occhi stanchi. Non personaggi insensati. Avrei calpestato un’asfalto conosciuto in vita, sorrisi sghembi da cui difendersi ma da cui mi ero difeso già. E occhi, le cui pupille mi avrebbero raccontato molte cose. Casini, drammi, sconfitte. Follie. Avrei scelto sicuro l’inferno per questo nuovo visto a timbrare la morte. A farmi compagnia Oscar, un venditore di parole colorate, antidolorifiche e patinate. Un ragazzo accompagnato da una giacca di buon tessuto colorata di nero e una grossa cravatta disegnata al suo sorriso sempre pronto. Un uomo calcolato, che decisi immediatamente di lasciare sul posto. A battere strade così sporche, non ti puoi certo permettere appresso qualcuno. Troppe le facce che poi ti si rivolterebbero contro. Gli infami all’inferno hanno vita breve. Ed Oscar non mi pareva il tipo da tenersi le cose per sé. Con quel colpo alla tempia si sarebbe svegliato quando le mie gambe avrebbero già visto molta strada e i miei occhi corso buona parte dei volti. Ma più di tutto il mio cuore avrebbe deciso la sua scelta più vera. Boom Finalmente ero solo, nell’inferno più buio, marcio. E vivo. Solo a cercare la mia vita, tra vite che mi si paravano contro cercando in un mio respiro una foto più attuale possibile. Cercavo da sempre quel pezzo di vita persa qualche anno prima. Visto ch’ero stato costretto a riaprire quello squarcio infinito, quella ferita inguaribile, volevo almeno fosse per la persona più importante della mia vita. E di tutti gli anni a venire. Serena. Rivedere Serena anche per un attimo, anche solo per dirle “ciao”, valeva la mia stessa vita. Serena c’è sempre stata, anche se a grande distanza, anche se sepolta nella merda. E morta. Con 2 grammi di polvere marrone, targata brown sugar. Cercavo quello spaccato di vita per poterla sentire ancora viva. Almeno per un po’, ma viva dentro un sogno. Mi bastava poco, davvero poco. Il tempo d’infilarmi dentro e correre. Evitando i personaggi più belli a vedere, ma cercando nella merda ciò che volevo assolutamente fare mio per sempre. L’inferno me lo immaginavo esattamente com’è. I luoghi sono quelli che colorano tutt’ora gli spazi della vita. E così i volti che lo vivono. Scelti dai commenti infami della gente. Brava gente?!! Nereo era appoggiato alla solita panchina che ancora oggi, a distanza d’anni, porta lo stampo di quello schifo di corpo andato. Le maniche della camicia abbassate dicevano che nulla era cambiato. Un cenno con la testa. Il solito, con quel sorriso triste, stampato nel suo volto scavato. Serena, la mia Serena, non poteva che essere da quelle parti. Non era stato poi così cattivo in vita nei suoi confronti, anzi. Anche se impotente per la mia presenza, più volte la difese dalle costanti crisi epilettiche o dai corpi di qualche bravo papà, in cerca di sesso acquistato a poco prezzo. Vento oramai introvabile tra le mura di casa. Se c’era Nereo, ci sarebbe stata Serena. E infatti, con un gesto della testa a ripulire la sua vista, mi confermò la sua presenza. Indicandomi la direzione da percorrere. Corsi via Garibaldi completamente e poco prima della sua fine lungo una stradina laterale di sassi e terra, trovai Serena. Nessun dubbio, non fosse per l’odore che era esattamente il mio. Si voltò senza dire niente, quasi s’aspettasse il mio arrivo. Quasi a tenermi un posto sicuro, accanto a se. Saltammo entrambi in aria, in un esplosione disarmante di sentimenti. Ricordo il suo sorriso e il suo meraviglioso sguardo intriso di dolcezza e paura. Un abbraccio infinito a difendere due cuori innamorati, confusi, sicuri come poche volte e pieni di se. Il tempo passò inesorabile, senza che ci dicessimo parola alcuna, in un continuo abbracciarsi di vite nel luogo che Serena aveva scelto per noi. Il nostro “per sempre”. E mentre scelsi la morte per vivere Serena m’arrivò di ritorno una pugnalata alla spalle. Un colpo nudo, infernale e schifoso. Un colpo sporco, di un dolore diverso. Nel momento che decisi la morte per poter vivere, mi risvegliai accasciato sul giardino d’una villa. Con Oscar che s’era risvegliato dal mio cazzotto e m’aveva riportato a respirare vita che non volevo. “Ho aspettato ti risvegliassi”, furono le uniche e ultime parole prima di sparire. Per sempre.
Gianluigi, la zia e il Don
L’arrivo alle otto del mattino, puntuale a tracciare la strada nel traffico più caotico. Fiat Uno sotto il culo. Sempre quella, coi suoi 16 anni e 346000 chilometri lasciati all’asfalto della provincia. Mai superata nei suoi confini. Il riporto preciso, mai scomposto così come la voce calma. Non un’alterazione vocale nemmeno a fronte di problemi grossi, evidenti. Che potrebbe tranquillamente fottere, per non esserne il produttore. Ma che accetta di risolvere avvolto nel suo cardigan amaranto che copre una delle due camicie in possesso. Coi quadri blu. Una sposa sconosciuta in perenne attesa. E gli anni. Che passano veloci come fulmini. Lasciando il tuo traguardo sempre immobile. Il decaffeinato della mattina e il macchiatone delle tredici gustato amaro dopo aver mangiato uno dei suoi piatti più leggeri e non colorati. Quel lavoro mai interrotto, mai scucito di dosso. Mai odiato. Nemmeno per un solo giorno. Preparato a livello maniacale. Ragioniere della vita e dell’aldilà. Perché la morte ti può sorprendere cattiva anche nei tuoi giorni più salati. Gianluigi Mateazzi, nato freddo, il primo giorno del tempo. Targato dicembre, millenovecentoquarantuno. Il padre, ragioniere alla Lanerossi, lo aveva fatto crescere da una zia sposata, ma incapace per destino, a proliferare. Si era adeguata coi conigli, ma voi mettere un bambino? Gianluigi pareva al caso suo. La mamma abbandonata in una via del centro, di un paese che non esiste più. Il destino lo volle bianco come il padre e imbarcato sulla nave del ritorno. Zia Graziella, campana di vetro stabile. Protettrice di una strada non ancora asfaltata, ma ben disegnata nel suo senso. I giorni controllati ed evidenziati nelle festività. Calendari nel nome di dio a segnare un Italia che con fatica affrontava il suo inverno più difficile. Ma non per questo meno bello. Un giorno per errore bacio la sposa destinata al prete di casa, nelle sue notti anonime e travestite. Se ne vergognò per anni ed anni, fino a che passò nel dimenticatoio. Ma che trauma quel bacio sporco di rossetto. Dato ad una puttana che aspettava qualcos’altro. Probabilmente proprio quel cazzo ancora pulito. E da passare con la saliva. Il prete la scopava di notte. Amava quelle tette piccoline coi capezzoli duri. Lei si spogliava e poi pisciava. Dritto nella bocca che alla domenica predicava e il venerdì assolveva. Amava il piscio di Graziella, Don Severino Magnabosco. Amava, finito ogni rapporto, sporcare la sua lingua con un pezzetto di merda che chiedeva in regalo alla sua musa. Graziella doveva aspettare e tenere stretta la cagata del mattino tra le chiappe, se sapeva che quella notte toccava. Un giorno Don Severino volle Gianluigi in chiesa per rimettere a posto la capanna del presepe e ritrovare gesù bambino, perso nella confusione del sottoscala. Era natale, chiuse le porte con due giri di chiave e si infilò sotto l’altare, per uscire in due minuti travestito con i collant di Graziella, mutandine e reggiseno. Pareva un omone disegnato. Distorto. Contorto. Aspettò con pazienza la fuga inutile di Gianluigi. Che se lo assicurò. Partì un pompino naturale, con tanto di leccate tra i coglioni. Gianluigi che all’inizio dei suoi giorni più bastardi trasmetteva quella sua paura al mondo che nelle sue paranoie, lo stava a guardare, lo baciò, mentre si faceva scopare. Godere. Eiaculazione mista anche nei tempi ma buona da assaporare. E’ così che anche oggi, con la sua Fiat Uno bianca, Gianluigi a sessant’anni suonati, parcheggia nell’unico pezzo buio della piazza, e si traveste. Sperando in qualche bambino fragile. Che gli ripassi la giovinezza protetta da una madre che non era e un prete di campagna con la voglia nascosta tra il tessuto nero e la sua personalità. Padre nostro che sei nei cieli, sia santificato il tuo nome. Venga il tuo regno,sia fatta la tua volontà. Come in cielo così in terra, dacci oggi il nostro pane quotidiano. E rimetti a noi i nostri debiti, come noi lì rimettiamo ai nostri debitori. E non ci indurre in tentazione, ma liberaci dal male.
Amen.
Sogni
Rientrò in casa che erano le sette e sua madre aveva gia cenato. Sopra un tavolo spogliato di tutto, solo un bicchiere di vetro trasparente con un filo d’acqua ad accompagnare il piatto, ripulito dal rosso della conserva e dalle briciole del pane. “Non mangio stasera. Non mi va“. Sua madre rimase con lo sguardo fisso, continuando a passarsi le perline marroni del rosario tra i polpastrelli delle dita, accompagnando il silenzio che c’era in casa. Ivan sferrò un colpo alla porta della sua stanza. Si stese sul letto. Guardò a lungo quell’unico strano pezzo di carta macchiato di colore, fissato con del nastro adesivo alle pareti umide della camera. Alberto Camerini quasi lo guardava. Si allungò quel tanto da riuscire a premere Play, che “Tanz Bambolina” suonava per lui. Fece un sorriso sgembo, Ivan. Poi rimase lì, a fissare il poster e a sognare la sua vita. Si rialzò solo dopo che la musicassetta aveva finito di intonare tutte le sue tracce. Nel silenzio del suo mondo adolescente, si tolse prima il maglione e sfilò piano i pantaloni, passando la mano tra le sue gambe lisce. Un brivido di piacere lo scosse. Ivan rimase immobile, col suo esile corpo quasi sospeso.
Segni
Faticava a fissarlo negli occhi, non appena suo padre varcava la porta di casa, ubriaco di una sbronza disarmante. Sentiva un colpo Ivan. Una fitta sulla bocca dello stomaco arrivargli dritta al cuore, lasciandolo immobile e senza fiato. Poi il panico, che tentava di mascherare facendo qualcosa di stupido con la prima cosa si trovasse tra le dita. A tradirlo il tremore delle mani e la lucidità degli occhi, che anticipavano spesso un pianto soffocato. Lacrime che scendevano invisibili ma pesanti. Ivan era segnato. A nove anni lo sarebbe stato per sempre.
Il silenzio trasudava dalle pareti annerite di muffa, dal televisore spento all’istante, dalla voce calda di sua madre che riprendeva a cucinare. Spalle alla vita. Silenzio negli occhi di Ivan. Silenzio a cercare di tamponare il dolore. Silenzio sperando di soffocare.
Odore acido. Un misto di sudore e alcol si stagnava in un attimo in ogni angolo della casa, quasi andasse a tracciare i confini dell’uomo. Che senza dire niente, buttava giù l’ennesimo sorso di vino rosso. Non una parola. Solo il rumore del bicchiere che appoggiava nel lavabo. Poi la solita, infinita e brutale occhiata che doveva dire tutto, a fulminare i sensi di Ivan. Sapeva cosa doveva fare, senza la possibilità, anche minima, di una via di fuga. Suo padre appena entrato aveva chiuso la porta con due giri di chiave, mentre la madre talmente impaurita dalla furia dell’uomo, aveva scelto il silenzio. Accettandone anche la complicità più marcia. Schifosa. Riattaccò il televisore continuando a cucinare. Ivan entrò piano in camera. Poca luce. Finestre chiuse. Muffa. Un mobile senza gusto, di un legno laccato lucido, reggeva una stampa incorniciata di un cristo. Nel buio sentì la mano di suo padre afferrargli stretto il polso. Si spogliò nel silenzio più nero. Si stese sul letto in un pianto stretto, chiuso. Ingabbiato. Sperando di morire. L’uomo calò i pantaloni, guardò il ragazzino nudo e gli andò da dietro, alzandogli con entrambe le mani umide da quell’eccitazione bastarda, il sedere. Una smorfia di dolore partì dalla bocca di Ivan, rimbalzando in un eco disperato, tra i muri sporchi della stanza. Che parevano essere gomma.
A mani umide
Il cambio era un po’ che lo facevo all’autogrill Motta sulla Milano Venezia. Altezza Soave. Era grande abbastanza da confondere le traccie. E sempre incasinato. Erano le tre di un pomeriggio afoso. Estate 1991. Parcheggiai la thema e dissi a Marco di stare tranquillo che avremmo fatto tutto in un attimo. Lo guardai, più per rassicurarmi che le sue gambe tenessero il passo. E l’umidità. Per lui era la prima volta e sapevo che se la stava facendo sotto. Ma lo avevo visto reagire bene in alcune circostanze del cazzo che ci erano capitate tra i denti. Smontammo. Non prima che mi fossi assicurato il pacco. Avvolto in un rosa sbiadito, di una vecchia Gazzetta dello sport. Lo diedi a Marco.
-“Io entro per primo. Il tempo di bere una birra e farmi un giro. Ti aspetto sullo stand dei giornali”.
Marco entrò, che in faccia aveva quel colore pallido che ti viene quando inizia a salirti la febbre. Mi raggiunse senza dire parola. Dalla scansia dei libri presi in mano “Il piano infinito” di Isabel Allende. Lo mostrai a Marco e sfogliando le prime pagine senza togliere lo sguardo dal libro, attaccai.
-“Adesso vai ad ordinarti un caffè. Un caffè doppio in tazza grande. Corretto Nardini Bianca. Mi raccomando, corretto Nardini Bianca. Lo bevi con calma. E lasci questo straccio di gazzetta sopra il bancone. Non ti preoccupare. La cameriera sa tutto. Si accorge subito chi sei. E cos’hai dimenticato. Siamo d’accordo così. Il resto viene da sè. Poi torni”.
Non il tempo di finire la frase che sento il calore di una mano passarmi la spalla. E una voce inconfondibile attirare la mia attenzione.
-“Ivan. Cazzo fai qui a queste ore? Cazzo stai a fare?”.
Mi girai di scatto. Apparentemente calmo. In una frazione di secondo individuai il maresciallo Ascolla in compagnia di un’altra persona.
-“Sto andando a Milano, maresciallo. Vado a vedere i ManoNegra in concerto. Un bel gruppo, boh, mi piacciono”.
King kong five tour, avrei voluto gridargli in faccia. Ma tanto, non avrebbe comunque capito un cazzo. Il maresciallo Ascolla, agente in borhese del nucleo operativo dei carabinieri di Vicenza. Un figlio di puttana mai visto. Il peggiore. Ti rompeva il cazzo sempre. Comunque. Con lui un’altra persona. Che avevo riconosciuto essere uno sbirro anch’esso. Uno che lavorava in divisa. Sempre. Ed è stato questo piccolo particolare a farmi stare più tranquillo. Non potevano essere al lavoro, in quel momento. Altrimenti il coglione che stava col maresciallo, avrebbe dovuto indossare l’uniforme.
-“Ti posso offrire qualcosa Ivan? Chessò, una birra?”.
-“Sono a posto. Grazie comunque”.
Tornai a leggere i primi segni del libro che tenevo stretto tra le mie mani. Umide di paura. “Andavano per le vie dell’ovest senza fretta e senza meta precisa, mutando rotta secondo il capriccio di un istante, al segnale premonitore di uno stormo d’uccelli, alla tentazione di un nome ignoto. I Reeves interrompevano il loro erratico peregrinare ove li cogliesse la stanchezza o incontrassero qualcuno disposto ad acquistare la loro impalpabile mercanzia. Vendevano speranza.” L’inizio de “Il piano infinito” mi avevano mosso lo stomaco. Decisi di comprarlo. E tenerlo con me. Il maresciallo Ascolla aveva oramai levato le gambe, tanto che dai vetri offuscati e sporchi di quello stupido posto, intravidi la sua inconfondibile fiat uno galleggiare in un mare di umidità. Marco si avvicinò. Cercando il mio sguardo e una parola. Lo guardai, gli feci il dito con la mano destra e sorrisi ai suoi occhi neri. “Vai a pagare il libro e aspettami in macchina. Io vado a tirare i soldi. E arrivo”. Scesi le scale con la fretta che mi saliva fino a chiudermi la gola. Ansia. E senso di soffocamento. Volevo sbrigare la faccenda il più presto possibile. Sentivo le gambe irrigidirsi e i nervi dietro il ginocchio tirare. Le luci gialle al neon si facevano man mano più intense. Fino a sentire gli occhi bruciare. L’inoleum nero del pavimento cercavo di non guardarlo. Tutte quelle palline di gomma mi davano un leggero senso di allucinazione. Era tardi. E il metadone, che avevo preso alle nove della mattina, era in fase calante. Non reggevo la giornata con quei quaranta milligrammi che mi passava il ser.t. Avevo bisogno di farmi. Non prima di aver concluso il cambio. Marino i soldi me li faceva trovare nel secondo cesso sulla fila di destra. Arrivai al piano interrato dell’autogrill, che una vampata di disinfettante mi chiuse la gola. Inizia a tossire. Salutai la signora delle pulizie con un cenno degli occhi. Aveva da poco iniziato il suo turno e sul piattino c’erano non più di mille lire in moneta. Rispose al mio saluto, che mi ero già infilato nel cesso. La gazzetta dello sport, era a terra. Completamente ricoperta di piscio. Anche se i tempi erano perfetti, col casino di gente che c’era a quell’ora, non potevo rischiare che qualcuno decidesse di accompagnare la sua cagata leggendo gli ultimi colpi di calcio mercato. Infilai la mano tra la carta del giornale e il piscio di Marino. Trovando il sacchetto di nylon con i trecento pezzi da cinquantamila. Li contai sommariamente. L’ansia non mi dava la capacità di tenere il passo. Mi alzai i jeans fino alle ginocchia. Nascosi i soldi nei calzini, distribuendoli più o meno in parti uguali. Uscii di scatto, senza tanto guardarmi attorno. Cercando con lo sguardo il distributore del sapone liquido nella fila di lavandini che avevo di fronte. Quando mi fermai un attimo. In silenzio. Cercando, sullo specchio che avevo di fronte, l’immagine sbiadita del mio volto.
Serena
È un po’ come quando sei davanti alla televisione, ma non sai assolutamente cosa cazzo stanno trasmettendo. Sei lì a guardarla ma in realtà non stai vedendo e sentendo niente. Sei oltre la televisione. Attraverso. Così mi capitava con la gente, anche la più cara. Ascoltavo senza sentire. Amavo senza amare, parlavo senza parlare, vivevo senza vivere. Chiudevo. Era una difesa alla vita, all’amore, allo stare di merda. Nella vita avevo dovuto imparare a difendermi. Questa era una tecnica per sopravvivere. Vivere “attraverso” mi serviva per sopravvivere Tamponare il dolore, auto medicazione psicologica
Ma anche o soprattutto non sentire la passione, l’amore. Che spesso spaventa di più
Cercavo rapporti profondi, veri. Ma sul nascere li chiudevo. Ero impaurito dalla solitudine, ma quando qualcuno entrava troppo in me, rompevo. Mi stavano stretti tutti quei rapporti superficiali dove o parli di calcio e figa, o non hai assolutamente niente da dirti. E allo stesso tempo mi impaurivano i sentimenti più profondi. Avevo paura di perdere un amicizia, ma non appena stava per nascere qualcosa di importante scappavo. Incapace di vivere. Con Piero stava accadendo la stessa cosa. Tutto bene fino a quando sono arrivati i conti. Fino a quando ho percepito che c’era da spogliarsi. Togliersi le maschere del tutto, i giudizi, i pregiudizi. Liberarsi
Feci appena in tempo a intravedere l’insegna Bologna Interporto che abbassai completamente il sedile. Ascoltai “Vita spericolata” suonare sempre più piano. Mi addormentai. Mi svegliai scazzatissimo, con l’umore che toccava per terra. Nel sonno qualcosa mi aveva infastidito. Chiesi a Piero se c’era ancora qualcosa da bere. Stappai una birra. Certo, bere birra a quell’ora di notte non era il massimo. Avevo sete, ero triste e scazzato. Mi feci una latta di birra tutta d’un sorso. “Quanta strada abbiamo fatto da quando siamo ripartiti?” “Ti sei fatto duecento chilometri di sonno, e hai anche rotto tanto i coglioni. Continuavi a borbottare, non si capiva un cazzo di niente. Serena, l’hai ripetuto un sacco di volte. Serena. Serena. L’unica cosa che ho capito. Poi tanti lamenti, penso tu abbia anche pianto.” Prima di partire guardai che cassette c’erano. Riattaccai vasco. Mi succede spesso di svegliarmi con l’umore talmente a pezzi da stare di merda. Mi chiudo. Mi sento depresso, confuso. Mi sento nessuno. Il nulla dentro. Penso di non sapere il motivo per cui sto così. Tutte balle che ogni volta mi racconto. Le solite poi. La musica mi aveva perlomeno disteso i nervi. Piero non parlava, lasciava probabilmente che mi passasse. Io ascoltavo la musica. Guidavo. Guidavo e ripensavo al sogno che mi aveva così turbato. Finì il nastro nel momento in cui incrociammo il cartello autostradale che segnava Ancona Nord. Mi fermai in un area di servizio. Io e Piero non ci eravamo ancora rivolti la parola. L’alba stava salendo. Presi le ultime due birre calde della scorta. Smontammo. Mi stirai un po’ i muscoli. E i nervi. Andai a sedermi su una panchina. Piero mi seguì. Stappò una birra, la sorseggio, mi guardò fisso negli occhi. Lo guardai anch’io. Ma abbassai subito lo sguardo. Stappai la birra e guardai il sole nascere dal mare. Mi accesi una sigaretta, aspettai un momento guardando Piero. Riguardai il mare calmo. Sentivo il suo odore arrivare a noi, trasportato da una leggera brezza. Capivo che da quella stupida panchina non avrei più potuto fuggire Iniziai a parlare, non dopo alcuni, interminabili secondi di silenzio. “Avrò avuto si e no diciotto anni, ero un ragazzino stupido e già infelice. Hai presente come sei a quell’età! Credi di essere già grande, un uomo. Invece non lo sei. Ma non sei nemmeno un bambino. Vorresti spaccare il mondo con le mani e non hai la forza per farlo. Sei tutto e niente. Io volevo essere tutto, ma ero talmente impaurito di tutto che avrei avuto bisogno ancora del latte caldo di mia madre. Ma la mamma non c’era. Ero un ragazzino stupido e già infelice. Ricordo un pomeriggio caldo e afoso. Continuavo a ripercorrere la solita via, quella che porta alle piscine, in attesa di qualche ragazzino stupido e infelice come me. Che da me veniva per spiccioli di tranquillità. Di serenità. Sballo per poter non pensare. Sabrina passò di lì in bicicletta, una Bottecchia grigio argento senza parafanghi. Non l’avevo mai vista prima, pensai non fosse del mio paese. Era bellissima. La guardai a lungo, la seguii con lo sguardo finchè scomparve alla mia vista. Era bellissima. Tornai ad aspettare e ripercorrere la via delle piscine. Mi spostai di qualche centinaio di metri, quando la vidi ancora. Bella, bellissima. Mi fissava dritto negli occhi, io la fissavo. Non riuscivo a non guardare quei bellissimi occhi neri. Presi la mia bici e gli andai dietro. La fermai più avanti, quando facendomi forza riuscii a chiedergli il nome.” Sabrina” mi rispose. Ricordo ancora il suo stupendo sorriso triste e i suoi meravigliosi occhi neri intrisi di dolcezza e paura. Sono strani quei momenti. E tutti i momenti che seguirono quel giorno. Ti senti innamorato, rinato, ti senti il cuore che va a mille, non vedi l’ora di vederti. Innamorato, confuso, sicuro, triste, pieno di te, il mondo è bello, il mondo è grande, il cielo azzurro sempre anche la notte, la notte stessa che non ti fa paura. Ti senti carico di dare, ma non sai ricevere, non sei pronto, sei come spezzato dentro.
Un giorno che erano passati tre mesi e noi ci vedevamo in ogni momento, Sabrina mi presentò sua madre. Una donna bella, scura come lei di carnagione, dai tratti mediterranei. Ma dura in volto. “Piacere Sabrina” mi disse con tono deciso, quasi superiore. Ci rimasi di merda. Questa aveva chiamato la figlia, la sua unica figlia, col suo stesso cazzo di nome. L’aria era pesante dentro a quel buio garage dove noi ci trovavamo sempre. Ci furono attimi di silenzio che sembravano interminabili. La signora salutò, noi restammo lì senza aprire bocca. Nella mia testa scorrevano le immagini degli occhi tristi e impauriti di Sabrina, la “mia” Sabrina. Andai via. Scappai. Stavo di merda. Ci eravamo lasciati senza dirci niente, quasi pensassimo le stesse cose. Il silenzio parlava gia per noi. Pensavo a questa stronza che aveva chiamato la figlia col suo stesso nome. Non mi davo pace. Nella testa avevo stampati gli occhi intrisi di panico e paura di questa ragazzina. La mia ragazzina. Per strada mi fermai come di scatto davanti ad una cabina telefonica. Avevo giusto le duecento lire per chiamarla. Feci il numero, la trovai subito. Stava male anche lei. Le dissi che volevo farle un regalo. Il più bel regalo di questo schifoso mondo triste. Le chiesi il nome che più le piaceva. Senza pensarci due volte mi rispose “Serena”. Le dissi che per me, per il sole, le stelle, il caldo, i fiori , il mondo, da quel momento il suo nome era Serena. “Ti amo Serena. Ti amo. Ti amoTi amooo” Con Serena siamo stati insieme tre anni. La sua vita cominciò a cadere giù, verso la mia. E insieme a cadere giù, fino a dove la terra è fango, melma…merda
” La nostra vita corse sempre sospesa. Al limite. Su binari di un treno che non riuscivamo a prendere. E così i nostri sogni. Che svanivano con lo spegnersi dei nostri desideri. Col disintegrarsi dei nostri stessi corpi. L’amore ci faceva stare in piedi. L’amore che ognuno di noi provava per l’altro. Che donava all’altro. Misto a grosse dosi di eroina. Era una giornata di sole. Un pomeriggio di fine estate. Eravamo nella mia vecchia fiat uno. A morire piano. Insieme. “Sbrigati che sto male
” furono le sue ultime parole. Vomitate. Poi il FLASH. Devastante. Ci guardammo negli occhi. Quasi a dirci “ciao”. La mia testa si accasciò sul volante. “Eroi nel vento” dei Litfiba incisa su una cassetta di seconda mano inceppò il registratore. Tra i nostri corpi solo il silenzio. Il silenzio nel vuoto più assoluto. Silenzio. Mi risvegliai più tardi. Confuso. Intontito. Steso su di un lettino del pronto soccorso. Una flebo mi impediva di muovermi, mentre con gli occhi cercavo Serena. Non riuscivo a vederla. La chiamai senza risposte. Chiesi ad un infermiere. Silenzio. “La ragazza che era con te…non ce l’ha fatta”. Silenzio. “mi dispiace tanto. Davvero. Non so che dire”. Mi misi ad urlare fino a perdere i sensi. Ed arrivare a strapparmi di dosso tutto ciò che avevo. Un pianto che non riuscivo a placare mi aveva tolto il respiro. Dolore, rabbia, disperazione, morte. Morte. Morte. Morte
Serena morì in quella giornata di settembre, quando le foglie degli alberi, i nostri alberi, cominciano a colorarsi di un colore più scuro. Morì portandosi dietro tutta la sua tristezza, il suo dolore, la sua fragilità, il colore dei suoi occhi colmi di paura e panico. Morì portando con se un nome pesante, come pesano le nuvole stracolme di pioggia e lacrime“.
Piero era zitto forse non riusciva a spiaccicare una cazzo di parola. Io piangevo, piangevo forte, anche perché poi ti viene in mente tutto. Piangevo sentendo l’odore del mare. E il vento che in quel momento si era alzato, mi faceva volare lontano le lacrime che piano mi segnavano il viso. Piero mi strinse forte a sé. Ci abbracciammo. Vidi Piero piangere per la prima volta. Continuai a piangere, sembravo un fiume in piena. Ero pieno, pieno di dolore che non ero mai riuscito a vomitare. In quel momento mi stava uscendo tutto. “E’colpa mia diocane, è colpa mia. Se Serena è morta, è morta di me. E io sono qui che la piango, ma sono qui. Vivo, cristo di dio, io sono vivo e lei non c’è più. E’ morta di me e per me, e io sono una merda che vive e vaffanculo a me. Vaffanculooooo” Piero mi teneva stretto cercando di consolarmi col calore del suo corpo. Non diceva niente, penso che non c’era parola più giusta del silenzio. In quel momento, seduti in una panchina di un Autogrill affacciato al mare, erano più importanti le sue mani, le braccia che mi stringevano forte, l’odore della sua pelle. Ma su tutto di tutto ero riuscito a rimanere lì, ad accettare l’ascolto di Piero, a non pensare al suo giudizio, a permettermi di vivere e rivivere tutto. Permisi a me stesso di vivere qualcosa che mi aveva fatto morire. Vivere, stare male, piangere, gridare un dolore da sempre anestetizzato. Stavo da cani, ma mi sentivo vivo.
Decidemmo di darci una rinfrescata e mangiare qualcosa. Soprattutto, comprai un pacchetto di chewing-gum, in quanto l’odore del mio alito, tra la notte passata in bianco, la birra bevuta, le sigarette fumate a manetta e il fiume di pianto, era uno strano miscuglio che si avvicinava molto a qualcosa di fastidioso. Guardammo ancora il mare. Io ero più tranquillo. Ci guardammo negli occhi. Sorrisi a Piero. Ripartimmo. Uscendo da quella merda di autostrada, che oramai aveva logorato entrambi, Piero sorrise e disse: “Andiamo ad ascoltare il rumore del mare, a sentirne l’odore. Andiamo a riposare, a farci calmare.” Dovemmo fare un po’ di strada prima di raggiungerlo. Trovammo un posticino tranquillo. Ci sdraiammo entrambi, io socchiusi gli occhi e cominciai ad ascoltare ciò che il mare diceva. Il suo profumo mi faceva stare bene. Ascoltavo piano le parole che con il muoversi delle onde arrivavano a me. Ero triste e confuso, intriso di dolore e pianto. Ero sofferente. Ferito. Ma le parole del mare mi davano un senso di tranquillità, di pace, di riconciliazione con la mia vita. Il cielo era di un azzurro pastello che pareva dipinto, l’aria salata mi sfiorava calda il viso. Fissai a lungo l’immensità del cielo. Vidi una stella che con forza cercava di mostrarsi tra la luce del giorno. Dentro di me, in silenzio, pensai che quella stella non poteva che essere Serena. Ti amerò per sempre Serena.
Mi addormentai tra il calore del sole e della sabbia.
Summer on a solitary beach
Cesare era sempre stato solo fin da bambino. Di una solitudine disarmante. A scuola giocavamo a calcio e i “tu stai in porta…ciccione”, si moltiplicavano. Solo. Anche nel gioco spietato di bambini senza peli sulla lingua. Cesare era sempre stato solo. Non una maestra che se lo fosse preso a cuore. Bocciato agli esami di seconda elementare. Bocciato da noi bambini. Bocciato da un prete di una periferia già violenta. Rifiutato dai suoi stessi genitori. Ho un ricordo netto di Cesare. Avremmo avuto si e no otto anni ed eravamo in gita con la classe. Era aprile e faceva caldo. Il treno che ci riportava alla scuola era “carico” di persone che tornavano dal lavoro. Cesare era seduto da solo in uno scompartimento che per noi “non c’era”. Il suo pianto, in quel momento, non valeva tanto per il “vuoto” attorno a sé. A quello Cesare ci aveva fatto il callo. Piangeva senza che nessuno si avvicinasse. Senza che nessuno gli chiedesse niente. Non una carezza, un pacca sulla spalla un “come stai?”. Anzi. Arrivò senza esitare una mano rovescia della maestra giusta a spaccargli un labbro. Quasi a zittire quel pianto solitario carico di dolore arretrato, di rabbia, solitudine, sofferenza. Rimasi sconvolto. Io ero già uno stupido bulletto e ste robe non “dovevano” prendermi male. Ridacchiai come un deficiente insieme ad un paio d’altri compagni di classe. Poi si sa, le vite corrono. Prendono strade, si fermano, si incrociano. E si perdono. Chissà poi per quali colpi di vento. Con gli anni avevo rivisto poco Cesare. Lo vedevo di rado, mentre accompagnava sua madre a fare la spesa. O prendere per mano la sua Graziella blu, la domenica mattina uscendo dalla messa delle nove. Si diceva che il tempo lo trascorresse nel garage di casa. Chi diceva amasse dipingere. Chi sosteneva che sua madre non lo volesse più in casa e quei pochi metri quadrati fossero diventati il suo rifugio. In realtà nessuno sapeva niente. Un giorno passai di lì. Per caso, senza sapere. Il sole batteva su questi palazzoni enormi progettati violentemente a stuprare una campagna che “non serviva”. Vidi un garage col portone sbaciato. Mi fermai di scatto. Poteva esserci qualcosa da fottere e rivendere. Che so, un motorino. Qualcosa da non perderci troppo tempo e “farmi” la giornata. Mi guardai attorno. Lo alzai quel tanto da riuscire a guardarci dentro. Che un colpo mi aggredì lo stomaco. La stanza era vuota. Addobbata ai lati da scansie di ferro caricate di giornali e riviste. Al centro una poltrona che pareva il trono di un guerriero in esilio. Dietro, un cero spento. Una lampadina fioca da quaranta watt illuminava il corpo abbondante di un uomo. Feci per scappare, che una voce grassa mi richiamò.
-“Dove cazzo scappi… Andrea?”.
Non capivo. Mi fermai di scatto, quasi avessi riconosciuto in quel richiamo, una voce già sentita chissà dove e quando. Tornai indietro. Cauto.
-“Sono Cesare…non mi riconosci?”. Entrai chinandomi senza dare a vedere e seduto su quella vecchia poltrona, riconobbi la sagoma di quel mio vecchio, grosso compagno di scuola, vestito con le sole mutande e con in mano un giornale pornografico. Mi guardai velocemente attorno, prima di dirgli “ciao, come stai…”. Le scansie di ferro arrugginito erano cariche di giornali porno il tutto avvolto da un odore acido. Fu un flash Ricordo il cuore esplodere. Attaccò senza esitare un attimo. Brevissima la premessa, che lo portò al punto esatto dove voleva arrivare.
-“Ce l’hai ancora quella bella ragazzina? L’ho vista sai. Mi piace. Poi con quelle belle tettine dure…”.
-“Cazzo vuoi Cesare. Cazzo dici?!!”
-“Quello che hai sentito. Mi piace la tua ragazzina. È bella. So che non ve la state passando bene…”.
Stavo per levare le scarpe da quel pavimento appiccicoso, che Cesare mi chiamo di nuovo. Stavolta il tono della voce era meno arrogante.
-“Ho una proposta da farti. Tu hai solo da guadagnarci un bel po’ di soldi. Stai tranquillo, niente di male. Tu vieni qui con la tua bella bambolina. Vi toccate un po’. E vi beccate cinquantamilalire. Cosa ne pensi Andrea?!!”.
-“Penso che sei una merda. Una merda che si è sempre pisciato addosso. Questo penso”.
Me ne andai coi pensieri che giravano più del vento.
Il giorno dopo tornai con Serena.
Spara
Avevo sedici anni. Ero un ragazzino irrequieto. E gia con un pezzo di storia scritto. Scritto sui verbali dei carabinieri, sulle relazioni delle assistenti sociali della tutela dei minori. Scritte su fogli di carta bianca di seconda mano, battuti a macchina da giudici del tribunale minorile. Ero un ragazzino allo sbando, fragile. E gia segnato. Additato. Mi innamorai di Monica fin da subito. Forse, mi innamorai del suo mondo. Della sua nomade vita. Fatta di carovane e giostre. Di luci colorate e musica. Di continui spostamenti. Di sagre e fiere. Di paesi. Di strade. E di tramonti. Durante la sagra del paese, aiutavo il padre e i suoi fratelli a montare la giostra. In cambio mi davano la chiave per poter girare quanto volevo sugli autoscontri. Era così da un bel po’ di anni. Sempre alla fine di luglio. Quando il mio paese si vestiva a festa. E nel piazzale davanti la chiesa si sistemavano le giostre. Una settimana di vita. Di colori e casino. Di luci al neon. Dei profumi buoni delle patatine col ketchup. Di frittelle e stand gastronomici. Di musica tirata e voglia di vivere.
Mi sentivo più grande girare con la mia chiave in mano. Farmi vedere dagli altri sistemare quei grossi giocattoli lasciati incustoditi in mezzo alla pista, quando il giro finiva. Mi ricordo vestito con una canottiera a rete bianca. E un paio di Jeans stretti. Millenovecentoottantasei. Quell’estate mi accorsi di Monica. Cresciuta come in un attimo. Bella. Capelli neri. Così come gli occhi. Aveva quindici anni e seduta alla cassa richiamava la gente a provare lo spettacolo. “Gettonatevi giovani, gettonatevi alla giostra del piacere”. Frase fatta che mi piaceva un casino. Persi la testa. Mi sciolsi fino a non capire più niente di fronte a quello sguardo. E ai suoi movimenti. Fu lei a chiedermi se mi andava di metterci insieme. Bastarono cinque minuti ed io avevo gia risposto che si, mi sarebbe piaciuto tanto. Passammo insieme tutta la settimana. Fino all’ultima sera. Quella dei fuochi d’artificio. Quella che, quando arriva mattina le giostre sono gia ripartite. E nella piazza rimangono solo gli spazzini a ripulire i resti di una settimana di festa. Ricordo i fuochi sopra la sua carovana libera. Ricordo il mio cuore battere mentre in una girandola di baci, provavamo inutilmente a fare l’amore. Ricordo il mio cuore nel suo. Battere più forte dei fuochi che illuminavano il cielo sopra di noi. Ricordo il sapore del suo corpo. Fino ai tre botti finali. Che chiudevano lo spettacolo pirotecnico. Scrivendo in un cielo blu elettrico, la fine delle danze. Boom. Boom. Boom. Aspettammo immobili, seduti a terra l’arrivo dei fratelli. E del papà. Il capo famiglia. Non intesa tanto come la sua famiglia. Il suo era un clan. C’erano i suoi cugini che avevano altre giostre. E altri personaggi ancora. Venivano dalla zona di Trieste. Giravano sempre tutti insieme e più o meno facevano le stesse piazze. Ecco, il padre di Monica era il “padrone” della piazza. Il capo clan. Varie famiglie si spartivano il territorio. C’erano le famiglie che contavano. E quelle che non contavano un cazzo. Lui contava. Si cambiò il vestito buono della sera. E ripartì. Si doveva fare in fretta. La notte serviva per smontare lo spettacolo viaggiante, caricarlo nei tir e ripartire. Ancora in viaggio. Ancora sulla strada. Ancora una paese in cerca di allegria. Di festa per dimenticare. Li aiutai a smontare la giostra. Monica era seduta nei gradini della chiesa. Mi guardava. Io la guardavo insieme al mio cuore pieno di paura. Finiti i fuochi ero corso a casa. Non c’e la facevo a reggere l’emozione che mi stava tagliando dentro. Morivo all’idea di non rivedere più Monica per chissà quanto tempo. Tornai in piazza. E iniziai a lavorare. Lavoravo guardando Monica. E non mi infastidiva che facesse la stupida con dei ragazzini che si erano fermati a parlare con lei. Sapevo che mi voleva. La sua era solo una scusa per attirare la mia attenzione. Per dirmi resta. Resta con me. Scappa. Salta su. E mi guardava negli occhi. Ed io capivo che mi stava chiedendo di andare. O forse non capivo niente. Confuso, impaurito. Innamorato. Fragile. Spaccone. Drogato. La vita mi stava già stretta. E gli occhi di Monica mi facevano volare. Anche se faticavo a reggere il suo amore. Le sue attenzioni. Il suo volermi sentire vicino. Paura che allo stesso tempo diventava bisogno. Fitte che mi accendevano il cuore. Vento che mi permetteva di respirare. Mare che riusciva ancora a farmi sognare. Vivere. In tutto questo muoversi dentro, la fuga con lei poteva essere un buon motivo per continuare a sperare. Sopravvivere. Riuscire a intravedere un raggio di sole anche in cielo incazzato nero di tempesta. Calma dell’anima. Coccole di mia madre, che già mi mancava. Un sacco di pensieri mi passarono per la testa in quelle ore di duro lavoro. Tiravo avanti più per la sostanza che avevo in corpo che per la forza fisica che ancora mi rimaneva a quell’ora di notte. Ci fu un momento che mi bloccai. Quasi d’istinto. A fissarne gli occhi. A leggerli. Non sentii più nulla. Per qualche attimo, solo un filo legava le nostre vite. I nostri sogni. Le nostre paure. I nostri bisogni. Silenzio. E buio intorno. Solo noi due. In mezzo ad un deserto dove fino a qualche ora prima brillavano le luci, suonava la musica. Gridava la gente. Silenzio. Nemmeno il rumore del ferro da caricare in fretta sui tir distrutti dalla strada. Nel silenzio, una voce lontana che avevo riconosciuto essere quella di mio nonno, mi diceva di mollare tutto. Di scappare da lì. E tornarmene a casa. Pur avendo gli occhi ancora chiusi, mi resi conto che il sole era già alto. Un ronzio strano stava accompagnando il mio risveglio. Mosso. Mi pareva di avere il corpo invaso da strane vibrazioni. Che mi avvolgevano stretto. Quasi fosse un massaggio. Ed io stavo bene, anche se non capivo nulla. Nel sogno mi ero lasciato andare tra le braccia calde di mia madre. Che mi teneva vicino e mi baciava. Forse era lei che ancora mi stava massaggiando le gambe. Forse Come quando ero più piccolo. Che tornavo a casa pieno di lividi dopo una partita di calcio. Mi spalmava Lasonil e mi massaggiava. Ed io ero felice. Mi svegliò una frenata brusca. E lo stridere del freno. Un flash. Nella confusione mi guardai attorno. Al volante Brandon Fiorani rideva. Come un pazzo. “Volevo ucciderlo quel cane schifoso” disse ridacchiando come un topo di fogna. Vicino a me, ancora addormentata c’era Monica. Più in là sua madre. Erano le otto della mattina. Ed io mi ritrovai non so come, in una strada che non sapevo. Avevo un buco da colmare. Non ricordavo più niente, per ritrovarmi con loro, a raggiungere un nuovo paese. Era strano. Ed io ero contento e impaurito. Sorpreso. Felice di essere con Monica e la sua famiglia. Ma anche confuso. E stordito. Brandon mi spiegò che ero stato io a chiedere di saltare sul camion e partire con loro. E che suo padre mi avrebbe garantito da mangiare, da dormire nella roulotte insieme a Morgan e la chiave per girare quanto volevo sulla giostra. In cambio avrei dovuto aiutarli a montare e smontare lo spettacolo, pulire gli autoscontri e sistemarli quando la gente lì mollava in mezzo alla pista. Guardai Monica svegliarsi piano. Fissai a lungo i suoi capelli arruffati. Il suo viso. Ci guardammo fissi non appena i suoi occhi si schiusero. Accennò un sorriso complice. E di nascosto mi strinse la mano. Forte. Una fitta mi partì dai piedi e raggiunse il cuore nello stesso momento. Che esplose in una carica di dinamite senza precedenti. Avrei voluto baciarla. Ma eravamo con suo fratello e sua madre. Avremmo dovuto aspettare l’arrivo. Sistemare tutto. Poi, forse, avremmo avuto il tempo per amarci. Il camion col suo rimorchio continuava a bruciare gasolio e a mangiare asfalto, lasciandosi dietro una scia di fumo nero. Segno che la sua parte l’aveva fatta da tempo. Arrivammo a Montebelluna che era quasi mezzogiorno. I fratelli sistemarono la carovana e la roulotte. Sua madre si avviò nella vicina rosticceria. Non aveva voglia di cucinare. Pollo allo spiedo e patatine per tutti. Chiesi a Morgan dove fosse suo padre. Che non vedevo. Non mi rispose. Lo vidi tornare poco dopo col comandante dei vigili urbani. Confabulavano insieme. Il signor Fiorani si lamentava di una giostra nuova che si era sistemata dove non doveva. Alzò la voce. Il comandante abbassò lo sguardo, accetto il vino offertogli dalla mamma di Monica. E se né andò. Nel pomeriggio, mentre montavamo gli autoscontri e i ragazzini del posto ci davano una mano in cambio di qualche chiave, o tuttalpiù, di una manciata di gettoni, vidi i ragazzi del Tagadà smontare incazzati la giostra. Fare i bagagli e partire. Ci guardavano male. Con occhi colmi di rabbia e vendetta. La scena mi impaurì. Ma non appena i loro mezzi girarono la curva e sparirono dalla mia vista, mi misi più tranquillo. Guardai Monica uscire dalla carovana con un paio di Jeans e una maglietta stretta. Con un cenno della testa mi chiese di seguirla. Sentivo il cuore battere su tutto il mio corpo. Ci nascondemmo nel sotto chiesa, dove trovammo un posto solo per noi. Per il nostro amore. Per la nostra voglia di stare insieme. Di amarci solo come dei ragazzini di quindici, sedici anni sanno fare. Eravamo veri. Emozionati. Confusi. E belli più del sole e delle stelle. Alla sera la giostra era montata. Completamente. Compreso il piccolo chiostro dello zucchero filato. La sagra non era ancora iniziata, ma Brandon aprì il camion che faceva da cassa. Accese lo stereo. Cosa succede in città suonò per una decina di volte. Senza lasciare spazi di vuoto. Alla fine attaccò Dormi dormi. Poi, due giri di chiave alla porta del camion e con uno sguardo perso in un punto non ben definito si mise a girare tra le giostre. Lo guardavo da lontano. E lo vedevo nervoso. Arrivò suo padre. Si misero a parlare. Con un dialetto che non riconoscevo. Ma si capiva lontano che qualcosa non andava. Monica mi parlava, ma ero assorto tra pensieri che non riuscivo a focalizzare. Qualcosa mi preoccupava. Mi impauriva. Arrivarono anche altre persone che si misero a discutere con Brandon e suo padre. Uno di questi, mi pare si chiamasse Mario. Due spalle da far paura. Le mani grosse. Iniziò ad alzare la voce. “No, io non lo faccio. Qui finisco dentro di nuovo”. Furono le uniche parole dette in un dialetto appena comprensibile. Vidi Brandon girare il suo sguardo verso di me. Sguardo nervoso. Straffotente. Quasi di sfida. Il cuore mi salì in gola. Cercavo un po’ di indifferenza, ma il mio corpo non rispondeva. Potevo rifugiarmi nella roulotte. Ma Morgan non era ancora arrivato da chissà dove. Mi accesi una sigaretta. Pensieri che mi partivano insieme al fumo che bruciavo e che volava fuori. Nel vento. Monica andò a dormire. Ero solo in quella cazzo di piazza. Suo padre si girò. Richiamò la mia attenzione a sé. E mi disse di seguirlo. Apri la roulotte. Entrarono tutti. Play. Una musica che non ricordo servì più che altro a non far passare le voci fuori del caravan. Brandon era nervoso. Quasi eccitato. Continuava a muovere le gambe in maniera isterica sotto il tavolino. Ma fu suo padre a prendere la parola. Poche frasi. Ma chiare. Il lavoro da fare era semplice. Dovevo solo seguire Brandon Fiorani. E fare quello che, al momento più opportuno, lui mi avrebbe chiesto. Non capivo un cazzo. L’ansia raggiunse un picco allucinante. Troppe cose non mi tornavano più. Troppa tensione circolava dentro a quei pochi metri quadrati di casino e puzza. Partimmo subito. Sgommando con la vecchia mercedes. Brandon non parlava. Io guardavo fuori. E mentre le luci della notte mi sfrecciavano accanto, pensavo a mia madre. E la volevo. E ne avevo bisogno. E in quel momento vorrei essere stato con lei. E non me né fregava niente di tutto quello che era successo. Per sedici anni. Volevo mia madre. E basta. In mezz’ora arrivammo a Valdobbiadene. Senza che Brandon avesse mai spiaccicato una mezza parola. Fino a che nel silenzio della notte, i miei occhi furono attirati dalle luci di un campo nomade. Brandon fermò la macchina poco prima. Mi guardò fisso negli occhi. Silenzio per qualche secondo. Poi le prime parole. Per indicarmi una roulotte. Un punto ben preciso di una roulotte. Il lato posteriore. Dove sicuro, all’interno c’era un letto. E, a quell’ora, qualcuno che ci dormiva. Mi stava indicando il lato posteriore di una roulotte di una campo nomade di Valdobbiadene. Alle due di notte. Ed io non capivo il perché. Si avvicinò ancora. Fino ad averla di fronte. Aprì il bauletto. “Hai pochi secondi, poi dobbiamo scappare. Non ti preoccupare, è caricata a salve. Spara
”. Ricordo la parola spara rimbombare nella mia testa in quei pochi secondi che mi parevano non finire mai. Spara. Spara. Spara. “No io non sparo. Non voglio farlo. Che cazzo ci faccio io qui
”. “Spara porcodio, sparaaaa
”. Panico. Un panico che mi sconvolse l’anima. Fino al rombo di un motore truccato, che sentivo massacrarmi il corpo. “Sparaaa
”. “No, dio porco non voglioooo
”. “Sparaaa
”. Chiusi gli occhi. Brandon prese la situazione in mano. E la pistola. Boom. Boom. Boom.
Taglie sulla testa
E’ come violentare la porta di casa. L’entrata. Scassata alle spalle di sostegno. Cosa vuol dire che sei stato? Vuol forse dire che non ci sei più? O che hai rinunciato a recitare la parte più istintiva, viva. Vera? O che qualcuno ti ha costretto al silenzio, accettando la calma artificiale dei tuoi giorni? Colorati per l’occasione dal tuo analista di fiducia. Sei triste, te l’ha mai detto nessuno? Cosa sei stato, che scivoli veloce al passare dello sguardo? Di cosa ti vergogni, uomo?
Ex di turno, ex fidanzato, ex parlamentare, ex tossico. Ex lavoratore, ed ex disoccupato. Ex giornalista, ex rompicoglioni, ex campione del mondo ed ex mediocre. Ex credente, ex rocker, ex alunno, ex disgraziato. Ex amico, ex sessantottino, ex politico ed ex piduista. Ex forzista, ex alleato ex faccendiere ed ex impiegato.
L’ex non esiste. Siamo stati. Abbiamo vissuto, creduto, amato, tradito e perso. I nostri occhi hanno visto e il nostro cuore respirato. La nostra coscienza ha sentito e il nostro cervello immagazzinato. Siamo noi. Con tutte le fotografie della nostra storia. Al portone di casa abbiamo solo sostituito la chiave. L’ex non esiste. Sono pezzi di vita che non possono essere cancellati da una banale parola costruita su due lettere. Saremo sempre e comunque.
La puttana con cui hai passato i tuoi giorni più veri, ti resterà per sempre dentro. Anche se l’amore della tua vita avrà un altro nome. E la sua figa tutto un altro odore Il vecchio politico passato dall’opposizione alla maggioranza per rimanere a galla, avrà in ogni caso i suoi valori. O buoni motivi per sentirsi in colpa. E così un tossico che magari ha imparato la respirazione senza alterare il battito del suo cuore con la chimica. Riuscirà a non farsi, ma incancrenite gli rimarranno le cicatrice. I segni. Le fragilità. E così un impresario avrà modo di affermare per sempre di essere stato all’avanguardia in quel campo, anche se tra i suoi interessi è spuntata la politica. Un cleptomane fiuterà per tutta la vita quando sarà il momento di “battere”. Senza per questo dover continuare a rubare.
Spiegami con quale diritto hai bisogno di “segnare” chi intralcia la tua vista. La tua strada più comoda. La tua moralità Dammi una buona occasione per appiccicarti un etichetta in fronte, o una taglia sulla testa. Perché io non la trovo.
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